Il trapano “fa i fori”. Finché non li fa più. O meglio: li fa, ma escono ovali, scappano di posizione, strappano la punta e costringono l’operatore a inventarsi correzioni che non dovrebbero esistere.
Dietro a molti di questi casi c’è un difetto poco scenografico e molto costoso: gioco sul cannotto ed eccentricità al mandrino. Sulle macchine usate è uno dei punti dove l’occhio non basta, e il venditore “furbo” conta proprio su quello.
Il difetto che non si vede: runout e gioco del cannotto
Chiamiamolo con il suo nome pratico: il mandrino non gira più sul suo asse, oppure non ci resta quando va in carico. A vuoto sembra tutto dignitoso. Appena la punta entra nel materiale, il sistema cede: un po’ per cuscinetti stanchi, un po’ per usura di guide e boccole del cannotto, un po’ per cono rovinato o sporco stratificato nel tempo — segni da serraggi, ossido, microcolpi accumulati.
Il risultato non è un singolo sintomo pulito. È una somma di micro-effetti che in officina fanno perdere tempo e che quasi sempre vengono attribuiti a tutto tranne che alla macchina.
Perché il trapano, quando è “mollo”, sa sembrare onesto. Lo tradisce però un dettaglio: la differenza tra rotazione libera e rotazione sotto spinta. Un’osservazione da banco: il mandrino può avere un runout accettabile misurato “in aria” e peggiorare appena l’operatore appoggia la leva. Non è magia. È gioco che si chiude dove capita, ogni volta in modo diverso.
I sintomi in produzione: fori che cambiano senza motivo
Il primo campanello non è il foro fuori quota “clamoroso”. È il comportamento instabile: una serie di pezzi passa, poi la serie successiva — stessa punta, stesso materiale — comincia a dare fastidio.
Succede così:
Il foro parte bene e poi si allarga. All’inizio la punta prende centro, poi la macchina lascia andare e la punta si “appoggia” lateralmente. Con materiali tenaci può anche fischiare o vibrare, e l’operatore abbassa giri e avanzamento. Qui arriva la seconda beffa: riducendo troppo, si genera più calore e la finitura peggiora invece di migliorare.
La punta si spezza “senza perché”. In realtà il perché c’è: la punta lavora in flessione. Se il mandrino oscilla, alterna carico e scarico a ogni giro. È fatica meccanica, non sfortuna.
Il preforo non guida più. Mettiamo il caso che si faccia un preforo per poi allargare. Se il mandrino ha gioco, il secondo utensile non “segue” il preforo: lo riscrive. Addio coassialità, soprattutto su spessori importanti.
La parte irritante è che l’officina, per non fermarsi, reagisce con rimedi che peggiorano il quadro: punte più corte “perché flettono meno”, mandrini cambiati al volo, bussole improvvisate. Il punto resta uno solo: se la geometria della testa non è stabile, il processo diventa una scommessa.
Domanda secca: quante volte si è data la colpa alla punta “scarsa”, quando in realtà stava solo subendo una macchina stanca?
La prova che vale più di una vernice nuova
Un trapano usato può presentarsi bene: pulito, riverniciato, con targhe rifatte. La cosmetica però non misura il gioco. Serve un controllo semplice, ripetibile, senza teatro.
La logica è questa: misurare runout e cedimento sotto carico, distinguendo ciò che è “mandrino” da ciò che è “mandrino + cannotto + accoppiamenti”.
- Misura al cono: con comparatore e riferimento rigido, si controlla l’eccentricità vicino all’uscita. Se già qui è alta, spesso l’origine sta nel cono (urti, usura, sporco stratificato) o nei cuscinetti.
- Misura a distanza: stesso principio ma su un riferimento più lungo. Se il valore peggiora in modo marcato, può trattarsi di flessione o di gioco che “apre” con leva e massa.
- Prova in spinta: si applica una forza controllata sul cannotto e si osserva quanto si muove l’indicatore. Se il valore cambia in modo evidente, il gioco c’è. In lavorazione si moltiplica.
- Ritorno e ripetibilità: si rilascia e si ripete. Se il comparatore non torna allo stesso punto, la macchina “cammina”. Quel camminare diventa variabilità pezzo su pezzo.
Un altro controllo da chi ci sbatte la testa quotidianamente: ascoltare il cambio di rumore fra minimo carico e carico vero. Un trapano con ingranaggi e cuscinetti stanchi spesso “canta” in modo diverso quando la punta entra, anche se a vuoto sembra regolare. Non è una diagnosi scientifica, ma è un segnale che merita misura, non opinioni.
E poi c’è la carta. Non quella commerciale: la carta di macchina. Identificazione, accessori, corse, tipo di cono, eventuali note su revisioni e dispositivi montati. Spesso questi dati compaiono nelle schede di vendita e nelle raccolte di macchine disponibili (un esempio di struttura di scheda si trova, per confronto, su rikienterprises.com/pagine/trapani-usati).
Però attenzione: la scheda non sostituisce la prova. Al massimo aiuta a farsi le domande giuste prima di perdere una giornata in sopralluogo.
Il costo nascosto: quando il risparmio diventa scarto
Il trapano “che costa poco” è spesso quello che ha lavorato duro su cicli ripetitivi, magari con operatori diversi e manutenzione fatta a sensazione. Un gioco piccolo diventa grande quando la macchina ha passato anni a fare lo stesso tipo di foro, con le stesse spinte e gli stessi finecorsa.
Mettiamo il caso che un’officina compri un trapano usato per lavorazioni di carpenteria e piastre. Sulla prima commessa va bene. Poi arriva un lotto con fori che devono accoppiare spine o viti con tolleranze più strette — non da metrologia spaziale, solo “normali” per non stare a limare. La macchina comincia a generare pezzi che richiedono alesatura di recupero o, peggio, riporti e riprese.
Il costo vero non è il ricambio. È il tempo di gestione: pezzi segnati, separati, rilavorati, ricontrollati. Nel frattempo la produzione fa slalom tra urgenze e componenti “da sistemare”.
Ma c’è un altro costo che si manifesta tardi: l’abitudine. L’operatore, per far stare dentro i pezzi, impara a “compensare” con gesti sempre uguali — spinta diversa, entrata più lenta, preforo più profondo. Quando poi la macchina viene sostituita o affiancata, quei gesti restano e creano difetti su macchine sane. È così che un problema tecnico diventa un problema di reparto.
Eppure la falsa economia più comune è un’altra: cambiare solo ciò che è comodo. Si sostituisce il mandrino portapunte, si monta una punta nuova, si pulisce a vista. Ma se il cono interno è segnato o se il cannotto ha gioco, il nuovo lavora storto come il vecchio. Anzi, spesso peggio: perché il nuovo “aggrappa” di più e trasmette più carico dove non dovrebbe.
Riparare o scartare: la domanda che nessuno vuole fare
Quando emerge gioco al mandrino, l’istinto è cercare la soluzione rapida. A volte esiste. A volte no, o non ha senso economico. Su un trapano usato la linea fra “si sistema” e “si rincorre” è sottile.
Se l’origine è sporcizia o rigature leggere sul cono, una pulizia accurata e un ripristino eseguiti con criterio possono migliorare davvero. Non basta però “passare carta vetrata”: si rischia di alterare la geometria e di creare un difetto permanente. Il cono non perdona improvvisazioni.
Se il problema è nei cuscinetti, la sostituzione può riportare la testa a un livello decoroso, ma solo se il resto è coerente: sedi sane, accoppiamenti corretti, precarico eseguito con misura e non “a sentimento”. Qui entra la variabile che fa litigare le officine: dopo aver speso, la macchina “va meglio” ma non torna mai come ci si aspettava. Perché magari il gioco era anche nel cannotto, e nessuno lo ha verificato prima di aprire il portafoglio.
Se il gioco è nella guida del cannotto o nelle boccole, la riparazione diventa più invasiva. Non impossibile, ma va valutata contro l’uso reale: che pezzi farà quella macchina, con che carichi, con che aspettative di tolleranza. Un trapano destinato a fori di carpenteria può convivere con un livello di precisione diverso rispetto a un reparto che vive di accoppiamenti.
La domanda scomoda è questa: si sta comprando una macchina o un progetto di ripristino? Perché se la risposta è la seconda, almeno va trattata come tale — tempi, prove, collaudi, responsabilità chiare.
In mezzo c’è una scelta organizzativa banale ma efficace: accettare che alcune lavorazioni non stanno su quel trapano. Non è “arrendersi”. È smettere di buttare ore su una macchina che non può dare ciò che si pretende.
Un trapano usato può essere un affare. Ma il mandrino non fa sconti: se ha gioco, il prezzo basso si trasforma in rilavorazioni e discussioni interne. E quelle, a fine mese, le paga sempre qualcuno in produzione.