I modelli ciociari e la galleria naz. d’arte moderna di Roma
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di Michele Santulli - Sta avendo luogo e terminerà il 12 giugno prossimo a Roma una grande mostra alla Galleria Naz. d'Arte Moderna dal titolo: "Dante Gabriele Rossetti/Edward Burne-Jones e il mito dell'Italia nell'Inghilterra vittoriana". In questo movimento artistico inglese che si può far iniziare nel 1870 all'incirca e che dura per una quarantina d'anni, il ruolo dell'Italia è rilevante, come lo è sempre quando si parla di apporti estetici e artistici. Ma nel movimento artistico in questione c'è però una componente italiana di notevole rilievo che è stata, invece, totalmente e completamente ignorata e trascurata, con gravissima lacerazione del livello qualitativo e informativo che sicuramente detta iniziativa si propone. Non entro nel merito della qualità e della scientificità del contenuto del ponderoso catalogo edito per la mostra epperò, e va detto, vi si evidenzia una lacuna così grossolana e perfino elementare che la relativa fruibilità e la efficienza scientifica
medesima ne vengono minate indiscutibilmente alla base e cioè la mancanza dell'indice analitico: e già siffatta lacuna in opere di tale genere e cioè in cataloghi che abbracciano centinaia di nomi e di fatti, è inammissibile e tale da gettare ombre scure anche sulla qualità della iniziativa medesima e comunque sulla validità del catalogo. Ma quanto è anche a dir poco difficilmente comprensibile in questo inno che si fa dell'apporto italiano alla nascita e sviluppo del movimento artistico in esposizione è il fatto che tra le varie sfaccettature di tale apporto manca quello fondamentale e sovente determinante per la nascita stessa di un'opera d'arte, e cioè la presenza del modello italiano e più esattamente ciociaro. E', in vero, a dir poco sgradevole dover leggere pagine e pagine di commenti e di interpretazioni per esempio su una scultura famosissima tra i cultori d'arte -e tra l'altro presente, in marmo, nella Galleria Naz. medesima quale suo patrimonio permanente- e cioè l'opera di Frederick Leighton "Atleta che lotta con un pitone" e non informare, poi, che il modello che diede corpo alla scultura e anima all'artista creatore fu Angelo Colarossi senior da Picinisco, tra l'altro sicuramente il modello professionista più noto e più stimato della Londra dell'epoca. Non è comprensibile come mai nel catalogo non si rinvenga traccia della modella forse più amata e più apprezzata proprio da Edward C. Burne-Jones per parecchi anni e cioè della splendida modella di Atina, Antonia Caira della quale, tra l'altro, il pittore scrisse: "Come Eva e Semiramide... ebbe splendore e solennità: la sua gloria durò dieci anni". Quale artista ha mai scritto parole simili per una sua modella in tutta la storia dell'arte? Ebbene, non è questa una lacerazione imperdonabile che in tutto il catalogo non venga fatto nessun cenno ad Antonia?
Nessun cenno a Domenico Mancini, a suo figlio Vincent, nessun cenno a Orazio Cervi, a Gaetano Meo, alla colonia di modelli che si assiepavano nel quartiere di Clerkenwell a Londra, a Alessandro De Marco di Picinisco, ricercato e amato proprio, di nuovo, dal Burne-Jones.
Una delle opere d'arte più care agli Inglesi e non solo a loro, si chiama 'The Sluggard', 'Il neghittoso, l'eterno stanco' sempre di Fred. Leighton, una scultura che si ammira alla Tate di Londra. E, di nuovo, ci troviamo di fronte al ritratto del modello che posò per questo capolavoro, dal corpo di un apollo, molto caro all'artista, anche ora un ciociaro di Picinisco, Gaetano Valvona e che nel catalogo (n.69) questa volta, viene menzionano ma in questo modo: Giuseppe Valona, ripetendo acriticamente un errore che si ripete da oltre cento anni. Eppure proprio pochissimi anni fa a Londra è stata tenuta, alla Tate, una mostra della più gande importanza proprio su questa particolare epoca della storia dell'arte inglese e una pagina di essa fu dedicata a Gaetano Valvona, a evidenziarne il contributo dato all'arte inglese col suo corpo e la sua anima. Quindi diventa arduo a questo punto giustificare tali grossolani errori che hanno il solo risultato, tra l'altro, di continuare a tenere in disparte certe realtà e a minimizzarne certe componenti. Si parla di Alfred Gilbert, l'artista che ha scolpito l'Eros o l'angelo della carità che è nel centro della fontana che si leva a Piccadilly Circus e per cui posò Angelo Colarossi junior, lo stesso che ha posato per la scultura che si illustra nel catalogo (n.86) dove però al modello non viene fatto alcun cenno.
E se rammentiamo con rabbia che ancora oggi i Saturnali di Ernesto Biondi sono resi invisibili al pubblico perché tenuti lontani da pesanti tendaggi -ma hanno potato la pianta che li avviluppava- e se altresì ricordiamo, sempre ancora oggi, che tra tutti gli artisti presenti in Galleria continua a essere assente, negli elenchi che si mettono a disposizione del pubblico, il nome di Amleto Cataldi che pur è presente nel Museo con un bronzo splendido -anche se ancora senza etichetta di identificazione!- allora non possiamo non prendere atto nuovamente che questa istituzione persiste nel sabotaggio e/o boicottaggio, cosciente o inconsciente, consapevole o inconsapevole, della ricchissima componente ciociara dell'arte occidentale che permea i centocinquantanni almeno che iniziano con Hubert Robert e sfociano in Gino Severini degli anni '40 del Novecento e oltre.

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Ultimo aggiornamento (Giovedì 11 Agosto 2011 13:20)



