La Costituzione e la centralità del lavoro

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di Paolo Ciofi, 23 mar 2010 - Esattamente su questa questione decisiva, che è insieme ideale e pratica, s'impone oggi un salto di qualità nell'analisi e nell'agire politico. Senza di che la costruzione di un programma comune e di un'alternativa al berlusconismo appare un'impresa impervia e di dubbia efficacia.

Eppure c'è ancora chi fatica a comprendere che il Cavaliere si è presentato sin dal suo primo apparire sulla scena politica non già come semplice alternativa di governo, bensì come alternativa di sistema, cioè come eversore dell'ordine democratico costituzionale.

Brunetta ha di recente gettato la maschera dichiarando che la Repubblica fondata sul lavoro non significa niente. Ma Berlusconi, già ai suoi esordi, si è ispirato a un principio esattamente opposto a quello costituzionale: la centralità dell'impresa, da cui discende - sono sue parole - «la libertà economica», «diritto spirituale e civile come la libertà politica e religiosa». E in nome di questa libertà ha sostenuto che la «Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente dell'ideologia sovietica». Citando a riprova l'articolo 41, che suona così: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

Oltre alle parole ci sono i fatti: il gigantesco trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti e alle rendite, il dramma della precarietà e della disoccupazione, i diritti sociali sotto attacco, la depenalizzazione dei reati economici, la finanza che imperversa e il dilagare dell'economia criminale. Insomma, una generale svalorizzazione del lavoro, che sta distruggendo il principale fattore coesivo della società e dell'unità della nazione.

Se questo è il vero nodo che ci stringe, è pensabile di poter difendere il sistema democratico costituzionale rimanendo nel perimetro pur essenziale delle regole e del conflitto tra istituzioni, mentre è in atto un massacro sociale? La verità è che non basta dire: «regole». Nella democrazia configurata dalla Costituzione non c'è bilanciamento reale dei poteri se non c'è centralità del lavoro. A maggior ragione se il lavoro del XXI secolo, nella sua complessità e nelle sue moderne articolazioni, non dispone di un'autonoma e libera rappresentanza politica.

I lavoratori, nel nostro impianto costituzionale, non sono poveri cristi da assistere compassionevolmente nella sventura della malattia e del licenziamento, ma persone libere che partecipano «all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Se vogliamo essere concreti e incidere nella realtà dobbiamo affrontare di petto questo ineludibile nodo politico. Come si può reggere una Repubblica fondata sul lavoro, se i lavoratori non hanno voce in capitolo?

Non basta neanche dire: «lavoro e Costituzione». Occorre essere più chiari e stringenti. Perché il lavoro nella Costituzione non è solo generatore della ricchezza della nazione, è anche fattore costitutivo della persona e fondamento dell'uguaglianza e della libertà. Insomma, non è più una semplice merce, ma un diritto inalienabile della persona. Compito di chi vuole battere il berlusconismo per costruire un'alternativa sarebbe quello di mettere i principi costituzionali con piedi per terra e farli camminare insieme a milioni di persone. E' difficile? Certamente. Ma dopo tanti silenzi e sottovalutazioni adesso sarebbe il caso di provarci.{jcomments on}

Paolo Ciofi

Ultimo aggiornamento (Giovedì 25 Marzo 2010 11:37)

 
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