Partiti e candidati verso le elezioni regionali

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di Franco Assante da La Provincia, 29 gen 2010 - Caro Direttore, parto dalla considerazione che questo quotidiano, nel panorama della stampa provinciale, si caratterizza (pur senza nascondere le proprie propensioni politiche) per una voce libera, perché accoglie le opinioni di tutte le forze politiche.

Di ciò va dato atto, in primo luogo, alla proprietà che lo consente e ad un direttore come te che lo favorisce. Entrambi vanno pubblicamente ringraziati, perché si pongono in contrasto con il panorama della stampa provinciale e non solo.

Da qualche tempo in vista delle elezioni regionali e pur non essendo state definite le liste, assessori uscenti e aspiranti consiglieri di tutte le parti politiche hanno aperto, nelle varie località della provincia, sedi elettorali nelle quali riuniscono i comitati designati per la loro propaganda personale, tengono assemblee, espongono programmi, erigono gazebi, diffondono volantini con succinte parole d'ordine, impiantano strutture mobili sulle quali campeggiano mastodontici manifesti elettorali. Il tutto deve costare cifre imponenti che non si sa chi le abbia anticipate o pagate e nessuno si chiede se esse siano sottratte dai magri stipendi che alcuni di loro percepiscono dalle loro abituali attività lavorative. La stampa, poi ospita quotidiane esternazioni di tali autocandidati su vari problemi, dimostrando di essere a conoscenza di tutto lo scibile umano, ma che probabilmente nessuno leggerà, promettendo a tutti mari e monti se gli elettori daranno loro la preferenza. In assenza di una designazione del partito di riferimento, i candidati del centrodestra vantano l'appoggio di questo o quell'esponente nazionale pensando così di accrescere le loro qualità politiche-amministrative e quindi le loro speranze di essere eletti; i candidati di sinistra, anche essi privi di designazioni ufficiali, più modestamente non fanno riferimento a politici di grado più alto, ma cercano di ottenere i consensi contando su rapporti personali istituiti nel tempo o rivendicando la loro provenienza politica o la loro appartenenza a correnti o gruppi di potere. Quello che mi sorprende è che tale anomala situazione venga ritenuta assolutamente normale. Ed, anzi, venga giustificata e contrabbandata come la prova della fine dei partiti, come dimostrerebbe ad esempio il caso Puglia (del quale occorrerebbe fare eventualmente una riflessione seria anche per le conseguenze che potrà avere sulla politica delle alleanze) e si ironizzi sull'interrogativo rivolto a Bersani da Prodi (che certo non è un nemico dei partiti e del Pd), su chi comanda nel Pd (domanda non retorica se si pensa al tentativo degli sconfitti di ribaltare i risultati delle primarie e della necessità di rafforzare la direzione eletta). Ma anche la richiesta di un rafforzamento reale del ruolo dei partiti, a fronte di una deriva che trova espressione in un frazionamento esteso della società, e del convincimento non estraneo a parte dello stesso Pd, secondo il quale i dibattiti, e presumo le scelte, si fanno nelle associazioni, più o meno libere, e non nei partiti.

Il trionfo di una pericolosa concezione della democrazia che, partendo dalla crisi dei partiti e rifiutando strutture, concezioni ed organizzazioni politiche (sulle quali si fondano tutti gli stati democratici del pianeta) va lentamente introducendo criteri di populismo che alle idee sostituiscono rapporti e soggezioni personali e corruzione, che alterano l'equilibrio dei poteri e l'essenza di una vera democrazia, che è fondata sulla compatibilità dei diritti personali con gli interessi collettivi. Il rischio di uno strisciante autoritarismo si manifesta in varie forme: con una legge elettorale che non consente ai cittadini di scegliersi i propri rappresentanti, con il voto di fiducia imposto dall'esecutivo alle assemblee per impedire alla maggioranza di approvare una propria scelta; con il conflitto fra poteri esasperato dal potere centrale per ottenere le soluzioni di problemi anche personali; il discredito della politica e la sua sostituzione con tanti frammentati poteri locali o clientelari; il rifiuto delle regole o il rispetto di quelle che necessariamente la società, e quindi la politica, ha l'obbligo di introdurre se vuole salvare la convivenza civile. Non è che non veda le colpe dei politici e della politica, ma ho la consapevolezza che le alternative ipotizzate o realizzate non sono migliori. Occorre certamente una rivolta morale, ma non rifugiarsi sull'Aventino (Obama parlando ai cittadini ha detto ieri: non rifugiatevi sulle colline, ma scendete nelle pianure a condurre le giuste battaglie, per fare sempre più grande l'America).

E quando in Italia il Cardinale Bagnasco invita, con grande forza e passione, i cattolici ad entrare in politica, comportandosi onestamente e con moralità, non lo fa pensando all'abrogazione del divorzio o dell'aborto che sa essere leggi non condivise dalla Chiesa, ma utili ad una società complessa, ma perché preoccupato della deriva populistica della società e della politica, dei rischi che corre una società non governata. Analoga preoccupazione ha espresso ieri a Firenze, parlando degli "atteggiamenti dei banchieri, che si autoregolano preparando la prossima crisi delle banche", ha rivendicato la supremazia della politica, in pieno accordo con Massimo D'Alema. Sensibilità ed appartenenze diverse, ma entrambe preoccupate del nostro futuro. Di cui varrebbe la pena di parlare per evitare pericolose e striscianti derive, di cui la nostra storia ha esperienza.

Mi scuso per la lunghezza della lettera, ma non credi che il tema sia attuale?

Ti ringrazio e cordialmente saluto.

Franco Assante

 
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