Van Gogh: "Più di cento anni di genti hanno goduto la sua primavera"
| Pagine di ... - TyarCiangola |
Van Gogh tra mito e realtà di Tyar Ciangola. Le pareti non sono tinteggiate di giallo, in onore della luce; l'ingresso non è monumentale né sontuoso. Vi si accede da un corridoio stretto e disadorno, al secondo piano del Museo d'Orsay di Parigi. Eppure, quando entri nella galleria dedicata a Vincent Van Gogh, ti perdi. Ti perdi tra quelle tele che sembrano schizzare fuori dalle cornici: i volti tristi dei girasoli e le figure dinoccolate dei cipressi. Le pennellate e i colori dell'artista olandese sono celebri in tutto il mondo, ma vederli dal vivo è un'esperienza che non tutti hanno avuto. Pochi hanno provato l'emozione di quelle pennellate, spesso inferte persino con le dita, violente, vorticose. Pochi lo provano adesso e pochissimi lo provavano quando Van Gogh era ancora vivo.
Al liceo ti spiegano la sua storia, sottolineandoti i tratti più tristi e squallidi, quasi caricaturali. Ti parlano di un reietto della società, povero fino al midollo, che si appoggia al fratello Theo per avere supporto economico e affettivo. Ti fanno conoscere un'artista affatto consapevole della suo genio, che lascia i suoi quadri a marcire nelle locande in cui vive oppure li vende in cambio di cene, tabacco e prostitute.
Queste le mie conoscenze da liceale quando entravo nel Museo-monumento dell'Impressionismo ammirando il grande orologio dell'ex stazione. Preferivo l'eleganza di Renoir, i colori di Monet e i paesaggi luminosi e delicati di Sisley. Di quell'oscuro personaggio di Van Gogh sapevo quanto basta e non mi curavo di sapere altro.
Finché non ho visto la "Notte Stellata sul Rodano". Parigi non ospita la versione più famosa, quella di New York, in cui le stelle pulsano in un cielo minaccioso, animate da un'inquietante forza propria. Lo scenario è più pacato, quasi conciliante. Sono rimasta a fissarlo, cercando di immaginare che viso avesse quell'uomo ambiguo, perché volesse immortale quella notte, quali sentimenti lo animassero. Le domande erano affiorate e con loro la sete di conoscerne le risposte. Tornata a casa, ho fatto l'unica cosa da fare: documentarmi, confrontare e cercare di eludere il pregiudizio che gli studi scolastici avevano creato.
In questo mi è stato d'aiuto il libro di Giordano Bruno Guerri "Follia? Vita di Vincent Van Gogh", che mi ha fatto scoprire un nuovo volto dell'artista. Un volto certamente più umano, ma non per questo più gioioso. Van Gogh non era una persona normale, e non solo nel senso clinico del termine. Era un genio, un innovatore e, al contrario di quanto viene detto di solito, lo sapeva. Lo sapeva bene. Si era accorto di riuscire a vedere in un modo in cui nessun altro aveva visto. Intuiva che quelli che tutti disprezzavano e schernivano sarebbero diventati capolavori tra i più quotati al mondo. Era povero? Certo. Chiedeva incessantemente denaro al fratello borghese, assillandolo con più di 650 lettere in dieci anni? Sì, ma per comprare colori e tele e per ricevere quella comprensione e quell'affetto che la società gli negava.
Un tormentato, schiacciato dalla sua bravura e dalla sua sensibilità: "Quello che voglio fare è maledettamente difficile, eppure non penso di mirare troppo in alto. Voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente.". Al cuore della gente. Chi di noi non sarebbe impazzito, dopo essersi posto un obiettivo tanto alto e aver visto che i cuori a cui si è dedicata un'esistenza sono e rimarranno chiusi? Fortunatamente per noi posteri, molto meno per lui, la sua pazzia, se così la si vuol chiamare ancora, non gli impedì di continuare a dipingere, anzi lo trascinò in un entusiasmo struggente che ha come frutto le sue tavole migliori. Vaso di Girasoli, Il caffè di Notte, La sedia, Iris, Campo di grano con voli di corvo, La ronda dei Carcerati, La casa gialla, La chiesa di Auvers. Le fonti del suo male, che lo porterà a scrivere: "A me dipingere è costato che ora la mia carcassa è sfinita e il mio cervello completamente tocco. "
Mi colpisce la sua consapevolezza, quella che lo ha accompagnato nel manicomio e nei vari paesi in cui abitò, quella che lo faceva sentire, a ragione, un "escluso". E ancora: "Noi artisti paghiamo un prezzo incredibilmente alto di salute, di giovinezza, di libertà, delle quali non dobbiamo godere nulla, proprio come il ronzino che tira la carrozza di gente che godrà, loro sì, la primavera. "
Più di cento anni di genti hanno goduto la sua primavera. Hanno studiato, analizzato, indagato le sue opere e la sua persona, arrivando persino alla speculazione e rendendo sempre più vera una delle ultime frasi di Vincent Van Gogh: "I pittori quando sono morti parlano con le loro opere ad una generazione ... o a molte. "
Per chi non avesse la fortuna di arrivare a Parigi e volesse avere un "assaggio", dal 8 ottobre 2010 al 6 febbraio 2011, presso il Complesso del Vittoriano di Roma, sarà allestita la mostra Vincent Van Gogh. Campagna senza tempo – Città moderna. Per info e prenotazioni, visitare il sito http://www.vangoghgallery.it/mostra-van-gogh-vittoriano.htm
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