Vuoti
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di Armando Mirabella - Con la morte di Gioele Fuligno si chiude un ciclo, forse una intera epoca, per intere generazioni. Un'epoca in cui il credente è un cittadino che sa che a lui non deve essere dato "per carità ciò che gli spetta per diritto". Un cittadino che ha in mente che la solidarietà non è la carità, non è la vaga partecipazione alle sofferenze di un'altra persona, ma è, invece, rimuovere le cause che producono la sofferenza.
Convivialità e Compassione: vivere insieme, aprirsi alla relazione con gli altri, non accontentarsi di vivere di fianco e soffrire insieme. Soprattutto di questi due sentimenti sono stati fatti, in questa epoca che si chiude, i pochi chilometri che congiungono due contrade della bella e fortunata Veroli: la Sant'Angelo in Villa di Gioele Fuligno e la Castelmassimo di don Andrea Coccia. Don Andrea Coccia, indimenticato ed indimenticabile maestro di intere generazioni di giovani, che fino al momento della sua morte avvenuta nel 1994, ha insegnato che Responsabilità vuol dire rispondere, fare la propria parte a partire dalle piccole cose, vuol dire il riconoscimento reciproco, vuol dire diritti per tutti.
Due persone coraggiose, che, quindi, avevano cuore e che ci chiedevano di metterci cuore.
Due figure senza sostituti per capacità, per capacità di coinvolgere, per tempo, per qualità del tempo, per autorevolezza, per allergia ai massimalismi, per ripulsa alla superficialità, per amore della conoscenza come strumento di responsabilità, per la loro umanità contagiosa o gentile, per la capacità di trasmettere tutta la loro personalità così diversa e così potentemente capaci di far sembrare il mondo un po' migliore, perché tanto c'erano loro. Un mondo che era tutt'altro che faticoso rendere un po' più bello perché più giusto. Si poteva fare, perché Gioele ed Andrea, nei loro progetti, ci avevano fatto vedere che una comunità gioiosa quasi tutto può.
Oggi è una giornata difficile. Ci troviamo davanti a due vuoti e alla consapevolezza che, forse per generazioni, questi vuoti non saranno colmati.
A noi così piccoli, senza forza, senza tempo, senza capacità, troppo rigidi, troppo presuntuosi, troppo pronti ad avere la buona ragione per non andare, non resta, e qui forse si può aprire un dibattito, che augurarci di essere costruttori di Speranza, costruttori di un luogo senza la paura, il luogo della possibilità per tutti.
E la speranza si chiama, sempre allo stesso modo, impegno.
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