Ciao, Professore
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racconto di Enza Sperduti - Antonio al paese ci tornava per pasqua, natale e qualche festa comandata, o per matrimoni e altri doveri del genere. Ma proprio se non poteva farne a meno. Né si preoccupava della conversazione, ci pensavano i fratelli, anche loro lì, a santificare la festa.
La madre e il padre, dopo anni di tormentato e silenzioso contrasto, avevano trovato nelle debolezze dell'età e della solitudine i puntelli per sorreggersi, avevano rintracciato nella polvere della fatica e dell'incomprensione la fiammella di antichi sentimenti ricavandone una sorta di indulgenza reciproca.
Era da poco terminato l'anno scolastico e la scuola appariva grigia e poco invitante. Antonio, che ci insegnava da anni, senza gli insegnanti e i ragazzi, senza le loro voci e la reciproca fatica, senza il loro fiato, sentiva quel luogo, pur magico motore della sua vita, estraneo, perfino ostile, e se ne ritraeva come da una casa morta.
Ora si accingeva a partire per la montagna, sua grande passione. Ma prima avrebbe fatto un salto a casa, anche se non ne aveva voglia e l'aspettavano duecento chilometri di strada. Sentiva una spinta, un richiamo della coscienza a farsi vedere dagli anziani genitori. Non gli era facile parlare con loro, pronunciare parole mai dette nella loro casa silenziosa e ordinata, dello stesso silenzio e ordine di collegi e conventi. Né gli era facile mostrare i segni di un affetto mai esternato dall'una o dall'altra parte.
Dei tre figli lui era il primo. Sensibilissimo, fin dalla più tenera età aveva fatto di tutto per diventare il parafulmine dell'ira paterna, chiuso nella gabbia di una dignità che non vedeva riconosciuta e rispettata. Quando andava con la mente ai ricordi più lontani (non ci voleva molto, stavano tutti lì, belli in fila, pronti a farsi avanti) si vedeva in casa, con la madre malinconica e poco espansiva, sempre in lite coi fratelli, con pochi giochi e nessuna possibilità di crearseli, dato che nemmeno uno spillo si poteva mettere fuori posto. Davanti a lui, ore grigie o tempestose. E la tempesta arrivava la sera, insieme al padre, uomo severo e accigliato che sfogava la fatica di vivere in mille rimbrotti e punizioni. Niente doveva alterare la rigida disciplina della casa, niente era concesso alle piccole gioie che fanno bella la vita. Nessun capriccio era consentito, nessuna infrazione perdonata, nemmeno la più insignificante. E ne capitano a un bambino, specie se ansioso e insicuro.
Antonio non conosceva le arti vezzose dei bambini, né l'ubbidienza impaurita che mette al riparo. Lui si ribellava e si scontrava per un riconoscimento che non arrivava mai. Crebbe scontento, scontroso, senza nessuna fiducia nel mondo. Poi scoprì la lettura, e con essa una privata quiete, un suo giardino incantato. Non appena poteva correva a perdersi nelle pagine amiche, nei personaggi più amati, ora protagonista affascinante e irresistibile, ora eroe timido e oscuro ma sempre padrone di se stesso.
In un conflitto quotidiano che ancora oggi resisteva nella coscienza arrivò il momento della scelta universitaria. Il padre voleva fare di Antonio un medico, lui si oppose, e non solo per il bisogno irresistibile di contraddirlo. Un'altra passione oltre alla lettura lo aveva folgorato. Con la prima aveva liberato la fantasia vivendo con emozione le storie altrui, con la seconda aveva liberato le energie represse, la volontà mortificata. Ormai conosceva la libertà del movimento, la gioia di sentirsi leggero e potente in ogni forma di attività fisica, l'ebbrezza di misurarsi in tutti gli sport, il bisogno di tendere i muscoli alla fatica di correre, nuotare, arrampicarsi. Ah, il senso di libertà e gioia indicibile quando correva nell'aria frizzante del mattino, e i raggi del sole svegliano la terra con mille promesse, e tutto è bello e possibile! E la soddisfazione di abbracciare l'acqua con vigorosi colpi delle braccia e delle gambe, sentendo tutto l'essere distendersi e rilassarsi in un fresco benessere. E, ancor più, l'emozione profonda, quasi mistica, di salire in silenzio il fianco della montagna, andare su, sempre più su, lasciando alle spalle ogni affanno, riempiendo i polmoni di ossigeno, e di tanto in tanto fermarsi a recuperare le forze e ad accogliere negli occhi e nello spirito i boschi profumati, i laghi azzurrissimi, le vette ghiacciate; e il grido della marmotta, il rosso dei lamponi, la musica delle cascate, l'incanto delle stelle alpine. Era questo che voleva, così colmava le distanze del cuore.
Da solo, lavorando e studiando, andò avanti nella sua strada.
Ora insegnava educazione fisica e nel lavoro metteva entusiasmo e rigore, anche troppo, sempre alla ricerca di quelle conferme e rassicurazioni che nell'infanzia erano mancate.
E non si limitava ai doveri scolastici, ma accompagnava i ragazzi a escursioni interessanti, a competizioni di ogni genere. Con quanto ardore partecipava alla maratona cittadina insieme a loro, indossando la stessa maglia col nome della scuola; con quale sensazione di paternità, lui che non si era sposato, li precedeva veloce per i viali alberati e i sentieri tortuosi, abbandonandoli, al momento di convergere nella strada principale, agli applausi degli spettatori.
Li voleva liberi e impegnati; li voleva allenati alla disciplina del corpo che è poi anche dello spirito; li voleva lontani dai modi sbagliati di trascorrere il tempo libero.
A questo pensava Antonio ripercorrendo ancora una volta il passato, mentre faceva quattro passi per andare a scegliere un regalo alla madre: doveva compensarla del proprio mutismo, delle visite sempre troppo brevi. Ma pensava anche che i suoi sforzi professionali non servivano a nulla; negli ultimi tempi i ragazzi erano stati distratti, indifferenti, preoccupati solo del greco e del latino, e spesso la sua ora la saltavano addirittura. Del resto, a che gli serviva a un futuro dottore?
Intanto l'occhio allenato aveva avvistato una figura in pantaloncini e maglietta che avanzava di corsa dall'altro capo della strada. Con la simpatia che si deve al commilitone indugiò per guardare meglio. Sorpreso riconobbe un suo allievo, uno del II B, un tipo introverso e imbranato che se prendeva meno di otto a greco e latino, ecco arrivare allarmati il padre e la madre a chiederne il perché. Ansante, tutto arrossato, con una luce fiduciosa negli occhi, gli passò accanto senza fermarsi: Ciao, professore.
Antonio si sentì rimescolare. Mille pensieri gli passarono nella mente, un'emozione profonda gli afferrò l'animo. Mentre il sole del tramonto si ritirava sui monti e stendeva una pioggia d'oro sulla città, si ripeteva commosso quelle due parole: Ciao, professore. Non buongiorno, buonasera, arrivederci, ma quel saluto così spontaneo che non ha barriere di ruoli, gerarchie, età. Un saluto semplice e intenso più di mille discorsi. Ciao, professore!
Il giorno dopo sbarcò al paese. Era domenica, c'erano tutti, e da tutti fu accolto con la solita effusione. Lui, al solito, fu essenziale.
La sera, al momento di ripartire, dopo aver salutato la madre e i fratelli, non si congedò dal padre col solito cenno della testa, a occhi bassi, come faceva sempre. Lo guardò. Quell'uomo severo e rigoroso, giudice impietoso in ogni suo ricordo, era stato tale soprattutto con se stesso. Aveva conosciuto un'infanzia povera, la guerra, la prigionia. Poi lavoro e casa, casa e lavoro, anche se a modo suo. Non si era concesso nulla, nemmeno le carezze dei suoi bambini. Chissà quali ricordi gli erano stati compagni, quali i suoi carcerieri. Perché, per dirla con un poeta francese a lui caro, niente è più crudele della memoria.
Antonio si avvicinò al padre, lo guardò negli occhi e: Ciao, papà!
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Ultimo aggiornamento (Venerdì 07 Ottobre 2011 10:31)







