Il Pescatore

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Pagine di Storia e Cultura provinciali - Libri e Racconti

spiaggia_500_quRacconto di Enza Sperduti - La fronte appoggiata al vetro della finestra Antonio scrutava il cielo, ancora non definito nell'incerta luce dell'alba autunnale. Il tempo pareva buono. La caffettiera borbottò sul fornello a gas e il suo aroma consolante riempì ogni angolo della cucina.

Antonio si affrettò a capovolgerla e a riempire la tazzina, ma già il piacere del caffè lo aveva penetrato tutto: le narici assorbivano avidamente il delizioso vapore, gli occhi divoravano il liquido bollente, le mani ne rubavano il calore. Ah, era meglio di ogni altra cosa, di un dolce, di un pasto, di un medicamento! Lo gustò lentamente, girando intorno lo sguardo. La lampadina, che pendeva al centro del soffitto protetta da un piatto immacolato, illuminava nella loro estrema pulizia i mobiletti un po' scrostati laccati di bianco, il bacile sul treppiedi, la tendina tesa a celare i detersivi sotto i fornelli. Non una macchia, una piega, un granello di polvere!
Uno scalpiccio sui mattoni vecchi e lucidissimi ed ecco, puntuale, Paolo, il figlioletto di otto anni, che si abbottonava ancora assonnato i pantaloni corti sul maglioncino. Veniva dalla camera da letto che dava direttamente in cucina, e con questa costituiva tutto l'appartamento insieme al gabinetto nel pianerottolo. Non era granché ma neppure l'affitto lo era, in più stava a due passi dal cancello della fabbrica che tanti suoi compagni dovevano raggiungere in bicicletta dai paesi vicini, o a piedi dalle colline circostanti. Paolo si infilò le scarpe. Ogni domenica, misteriosamente, si svegliava all'alba, quando gli altri giorni bisognava scuoterlo a lungo perché si alzasse in tempo per la scuola.
-Papà, vengo con te.
Antonio annuì, in silenzio. Era un uomo chiuso, taciturno, che sarebbe apparso scostante se non fosse stato per la mitezza dello sguardo. Forse per questo si trovava così bene coi pesci, con loro non era necessario parlare. La pesca era il suo svago, il secondo lavoro, una passione, quasi un'ossessione.
Egli per tutti era il "pescatore" e tutti erano abituati a vederlo, nel tempo libero dalla fabbrica, sull'inseparabile bicicletta munita di due cassette, una per l'attrezzatura, una per il frutto della pesca.
Nel paese e in quelli vicini non esistevano pescherie, né i negozi offrivano ancora prodotti congelati. Solo, ogni venerdì, passava un uomo che spingeva tutto sudato un carretto con cassette piene di alici, sarde e calamari un po' assopiti. Lanciava il suo richiamo e in un attimo veniva assalito da donne vocianti alle quali pesava e incartava la merce, dopo averla liberata dal ghiaccio. A volte qualcuna restava a mani vuote. Per questo quando Antonio andava al fiume c'era sempre chi lo fermava, all'andata per la prenotazione, al ritorno per l'acquisto. E lui annuiva, senza parlare né protestare se il prezzo veniva ritoccato. Dalla sua cassetta cacciava trote lucenti, gamberi grigi, lucci e carpe, e certi pesciolini che si friggevano così com'erano e andavano a ruba per il bassissimo costo.
Quel mattino preparò la colazione al figlio, badando bene che scomparissero molliche e residui vari. Non voleva irritare la moglie che dormiva di là, insieme all'altro figlio più grande, e che alle cure della casa dedicava tutte le sue energie. Era una donna minuta, delicata, e guardandola era difficile immaginare l'impegno e la furia che metteva nello strofinare ogni cosa. Un occhio attento però lo poteva dedurre dalle braccia arrossate fino al gomito e dalle mani anch'esse rosse e un po' gonfie. Quei pavimenti impeccabili sempre odorosi di candeggina erano il suo orgoglio, la sua bandiera, e ad Antonio pareva che un altro tipo di candeggina, invisibile e inesorabile, cancellasse dalle loro vite ogni traccia di calore e fantasia. Non ne aveva coscienza, ma quanto gli sarebbe piaciuto che sua moglie mandasse all'aria qualche regola e parlasse e ridesse anche per lui, che non scrutasse la casa a caccia di macchie da cancellare ma leggesse sui loro volti pensieri ed emozioni, che parlasse per approvare e consolare e non per rimproverare! Ma era una buona donna, religiosa e lavoratrice, e che male c'era se pensava più al dovere che al sentimento? Non le avevano insegnato che tra lei e un uomo ci deve rimanere lo spazio per lo spirito santo? E mica si può ridere e fare l'amore con lo spirito santo!
Padre e figlio scesero in silenzio, cacciarono dall'androne la bicicletta pronta già dalla sera prima, e mentre il piccolo si issava sulla canna ricevettero il primo saluto della giornata: sor Giuseppe, collerico ottantenne che risiedeva al pianterreno, era già installato sulla sedia dietro i vetri della sua abitazione, situata esattamente sotto la loro. Egli passava il tempo a minacciare col bastone i ragazzi che avevano la sfacciataggine di giocare a pallone nello spazio tra il suo fabbricato e quello adiacente, e i bambini che si rincorrevano davanti alle sue finestre nel lungo vicolo tranquillo, parallelo alla strada principale rumorosa e trafficata. Né risparmiava le mamme, che invece di tenersi accanto quei diavoli li mandavano a infastidire chi voleva starsene in pace. Ma con quei vicini, così educati e a modo, andava proprio d'accordo.
La bicicletta partì e rasentò il secondo forno del quartiere, secondo sia numericamente che per prestigio, essendo quello concorrente felicemente affacciato sulla strada principale e generosamente frequentato da operai e passanti. I clienti però non mancavano, meno numerosi ma affezionati, e tra questi Antonio, da buon vicino.
Padre e figlio, inondati dall'odore del pane appena sfornato, risposero al saluto del fornaio, l'uno con un cenno del capo, l'altro con rischiosi ondeggiamenti del corpo.
Più avanti incontrarono la bottega del sarto. Il locale, che riceveva luce e aria dall'ingresso, aveva le pareti tappezzate di figurini che ritraevano eleganti signori in doppiopetto, la mano virilmente infilata nella tasca, lo sguardo fisso a segrete lontananze: raffinati signori, difficilmente riscontrabili nella clientela semplice e un po' goffa della bottega. L'azienda era familiare, il sarto tagliava e cuciva, la moglie imbastiva e attaccava i bottoni. Per vederci meglio tenevano l'attrezzatura proprio sulla porta, col vantaggio di non perdere nulla dello scarso traffico esterno. Quel giorno il titolare era solo, la donna stava a casa a badare al pranzo domenicale. Un nuovo cenno del capo, un altro ondeggiamento della bicicletta, e Antonio abbandonò il vicolo e prese la via del fiume.
La foschia si andava diradando, gli uccelli salutavano il giorno con gran frastuono, intorno si spiegavano orti e campi. Il pescatore pedalava con energia, sentendosi riempire di gioia quando il piccolo gli si appoggiava al petto o attaccava le mani alle sue. Quel bambino era tutto per lui. Gioioso, socievole, mai stanco di ridere e saltare, era l'unico in famiglia a manifestare apertamente ogni sentimento, a rendere vive le stanze, conviviale la tavola, leggero il tempo. L'altro figlio, che portava con stizza il nome del nonno, Gesualdo, di cui non apprezzava nemmeno l'esclusiva essendo l'unico in paese a chiamarsi così, era prigioniero dei geni materni e dei suoi spigolosissimi tredici anni. La moglie lo era della casa, del dovere, della chiesa. Ma Paolo scaldava tutti. Ai suoi slanci e alle sue grida entusiaste si scioglieva la lingua di Gesualdo, s'illuminava il volto di Maria, e il pescatore sentiva scivolare dall'esistenza il grigiore e la delusione. Sì, quel bambino così bello con quei riccioli biondi e i delicati lineamenti materni era proprio un dono del cielo.
In breve la bicicletta raggiunse il luogo prescelto e i due smontarono per raggiungere a piedi la sponda del fiume. Il piccolo iniziò subito i soliti giri di perlustrazione; il padre disponeva gli attrezzi, immergeva nell'acqua la rete, preparava le lenze. Quindi sedettero vicini, ognuno con la propria canna in mano.
Il pescatore sospirò di soddisfazione. Immobile, silenzioso, si sentiva tutt'uno con gli alberi appena scossi dal leggero alitare dell'aria, con le erbe lussureggianti, con l'acqua qua fluente là increspata, limpida e tranquilla. Sapeva di essere considerato un tipo un po' strano: sempre solo, mai al bar o al Circolo per una birra e una partita a carte, mai due passi e qualche chiacchiera con un amico. Anzi, di amici proprio non ne aveva, solo compaesani, compagni di lavoro, conoscenti. Pure, a pensarci bene, uno ce l'aveva. Non è un amico chi desidera stare con te, chi condivide i tuoi interessi e non ti trova strano ma ti vuol bene così come sei? Anche se è tuo figlio, se è un bambino, al di là dell'età e di ogni altra differenza questa persona di sicuro è un amico.
Il pescatore guardò Paolo col cuore gonfio di affetto. Nel piccolo, che rivelava con tanta evidenza la sua stessa passione per la natura e la pesca e riponeva in lui ogni fiducia, egli si ritrovava, e si piaceva, arricchito di doti che avrebbe voluto ma non sapeva manifestare. Tutto quanto veniva dal piccolo trovava in lui una naturale rispondenza, come una voce trova la propria eco in una valle solitaria. In Paolo incontrava se stesso, ma libero, pieno di entusiasmi, addirittura immortale perché in lui sarebbe durato anche dopo la morte nel ricordo, nell'affetto, negli orientamenti che ora passavano dall'uno all'altro.
Sorrise. Quel suo piccolo amico non era rimasto troppo a lungo seduto e tirava fuori mille energie per correre da una parte all'altra della radura. A casa, non poteva fare molto. Sua madre non gli permetteva di giocare nel vicolo, un po' per paura che si facesse male o si sporcasse, un po' per non scontentare il sor Giuseppe. Sarebbe stato meglio, sospirava il pescatore, una regola in meno e qualche gioia in più. Perciò lo lasciava fare: che saltasse, povero piccolo, che corresse, si fermasse, facesse un po' a modo suo. Solo, per guidarlo ai segreti del mestiere, ogni tanto gli sussurrava: "I pesci amano il silenzio, vanno da chi non fa rumore". E Paolo, che ci teneva a diventare bravo, per un po' stava zitto e fermo.
Le ore passarono, la cassetta era tutto un fremito di piccoli esseri lucenti. Soddisfatto, Lorenzo iniziò le operazioni di rientro.
"Papà, portami un po' con la barca".
Antonio sorrise. Da qualche tempo era proprietario di una imbarcazione che chiamare barca era un po' troppo. L'aveva acquistata da certi pescatori che abitavano al lago, trenta chilometri avanti, e la custodiva in un casotto inutilizzato della fabbrica. Gli serviva per andare in certi punti del fiume suggestivi e pescosi, irraggiungibili a piedi.
Era stanco, e anche affamato, ma non c'era cosa che avrebbe rifiutato al suo piccolo, così mise la barca in acqua e dopo le solite raccomandazioni saltarono dentro. La barca scivolò sull'acqua verde, ai lati gli alberi li chiudevano tra luci e ombre misteriose, il cielo splendeva sul loro capo, già un po' sfumato nella stanchezza pomeridiana. Il pescatore remava, ormai a suo agio nell'insolita veste del navigatore.
Ma ecco, in un attimo, la barca ondeggiò paurosamente - chi era stato? lui, Paolo, il fiume, il diavolo, chi?- e i suoi occhi increduli, atterriti fecero appena in tempo a vedere il piccolo precipitare e sparire nell'acqua.
No, non poteva essere! Se così fosse stato il cielo si sarebbe capovolto, non sarebbe rimasto al suo posto; gli alberi con fragore si sarebbero abbattuti a terra; le acque del fiume si sarebbero alzate e rivoltate con violenza. E tutto il mondo si sarebbe ribellato, avrebbe pianto, gridato. Sì, qualcuno c'era che gridava, correva..... era lui che gridava e correva alla chiusa, dove sicuramente avrebbe trovato il suo piccolo aggrappato alla grata, bagnato, spaventato, e allora lo avrebbe abbracciato, scaldato, consolato. In un attimo, paurosamente, fu circondato da tanta gente che correva, chiedeva, si dava da fare. Arrivarono, oddio, perché? i Carabinieri. E con le braccia alzate, gli occhi impazziti, arrivò Maria, a perdifiato.
- Dov'è mio figlio? Mio figlio, dov'è?
Il pescatore ora sapeva cosa provò Caino quando il Signore gli chiese conto di Abele. Ma non poté come lui ripararsi, per un attimo almeno, dalla spaventevole collera replicando: Ne sono forse io il custode? Perché lui era il custode di suo figlio, del suo bambino, del suo piccolo, del suo amico. Ma non lo aveva custodito.
Si trovò a terra, la faccia e le mani nell'erba, nella polvere, chiedendo di scomparire, di annientarsi.
Riprese coscienza a casa. Di là, in cucina, c'era gente che parlava a bassa voce, e ogni tanto andava alla porta. Maria si lamentava piano, senza forze, le ritrovava di tanto in tanto per ruggire il suo dolore.
La notte trascorse così, e anche il giorno appresso e quelli successivi. Antonio non usciva; inebetito, aspettava. A volte tremava per il freddo, altre volte la testa e il petto gli scoppiavano come per gran caldo. Di fronte a quel dolore smisurato si trovava solo; Maria e Gesualdo erano lontani, molto lontani. Non sapeva cosa pensassero di lui. Dalla loro casa era assente la compassione, il sentire e patire insieme.
Quando qualche volta il sonno gli portava oblio e misericordia, un urlo lo scuoteva: -Tu dormi, e mio figlio dov'è?
Il pescatore non fiatava. Era giusto così, la sua colpa non doveva avere requie. Ma l'urlo svegliava anche Gesualdo, incolpevole, e anche lui si ritraeva senza parlare. Tutti soli di fronte al dolore.
Come sarebbe stato dolce piangere l'uno nelle braccia dell'altro, sentirsi capito, consolato, assolto. Ma come potevano se lui stesso non sapeva capire né assolversi?
I giorni passarono, tutto il paese partecipava alla ricerca insieme a carabinieri, pompieri, volontari. Alla ricerca di che cosa? si chiedeva tremando il pescatore, chiuso in casa come un malato, affiancato notte e giorno dal fratello.
Dopo il tempo dell'attesa giunse quello del ritrovamento. Fu in un lontano anfratto del fiume, quel fiume una volta amico ora carnefice. E infine, giunse il tempo del lutto definitivo che conosce solo il ricordo e il rimpianto.
Per Antonio il dolore si allargò a dismisura. Se perdere un figlio è una lacerazione insanabile, pensare di averlo perso per propria colpa non è sopportabile.
La vita del paese riprese il suo ritmo, con gli uomini che sospiravano e le donne che si tenevano stretti i figli, d'un tratto divenute più indulgenti e vigili. In casa del pescatore vivevano tre estranei. Uno andava in fabbrica - ma non più a pesca o in bicicletta - l'altro a scuola, l'altra ancora riordinava e cucinava. Tutto nel silenzio. Un silenzio diverso da quello di un tempo, fatto di disattenzione e pudore: questo era di ghiaccio e ricacciava ognuno nell'angolo più nascosto e profondo di se stesso, e vano era ogni sforzo per uscirne. Bisogna fare qualcosa, si diceva Antonio, almeno per Gesualdo. Ma a ogni tentativo di risollevarsi l'immagine di Paolo gli danzava davanti agli occhi, nel cuore; lo ricacciava nella vertigine e annullava ogni facoltà, lasciandogli solo quella di soffrire.
Un mattino -era tornato l'autunno- sor Giuseppe sobbalzò sulla sedia. Dalla sua postazione aveva visto il pescatore di nuovo sulla bicicletta. Ah, che sollievo! Lo sapeva, lui, che il tempo avrebbe aggiustato le cose, lui, che aveva fatto due guerre e ne aveva viste tante nella vita. Certo, un po' nervoso e insofferente lo era diventato, ma era andato avanti ed è questo che conta, alla fine.
Il pescatore pedalava. Il fornaio, affacciatosi con le mani bianche di farina, scambiò uno sguardo col sarto anche lui fuori della porta, con tanti fili bianchi per imbastire intorno al collo. E le mamme che accompagnavano i figli a scuola si giravano col cuore un po' meno stretto, e il sole brillava per tutti, piccoli e grandi, colpevoli e innocenti, contenti e infelici.
Il pescatore da tempo non si sentiva così calmo. Non vedeva nessuno intorno a sé, né temeva d'incontrare negli occhi della gente la condanna o, peggio ancora, la pietà. Vedeva solo i prati e i campi, sentiva gli uccelli e gli alberi e laggiù, in fondo, il fruscio del fiume. Era di nuovo nel suo mondo privato dove le voci della natura cancellano il silenzio degli uomini. Scese dalla bicicletta e prima ancora di preparare l'attrezzatura andò alla barca. Era lì, qualcuno doveva avercela rimessa, non lui, certo. La fece scendere nell'acqua, ci saltò dentro, la sciolse. E mentre scivolava via cacciò fuori le gambe e con calma, quasi con concentrazione, si lasciò andare. Un tonfo e l'acqua lo abbracciò, poi si distese, limpida e indifferente, sotto l'arco verde-azzurro di alberi e cielo.

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Ultimo aggiornamento (Lunedì 09 Agosto 2010 11:33)

 

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