Andata e Ritorno
| Pagine di Storia e Cultura provinciali - Libri e Racconti |
di Enza Sperduti - Erano le tre del pomeriggio e tutto brillava di azzurro e oro. La Saturnia fendeva senza sforzo le acque dell'Atlantico, e i delfini che da un pezzo accompagnavano la nave si tuffavano e rituffavano nelle bianche spume della prua.
Quei dorsi lucidi ed eleganti impegnati nel balletto con le onde erano uno spettacolo straordinario e Anna, le mani strette al parapetto, ne era ipnotizzata quando una raffica salmastra le rubò il foulard e lo mandò a finire nella direzione dell'oceano. Anna ne fu costernata. In fondo, cos'è un foulard? E perché tutta quella pena nel vederlo svolazzare così vicino ma ormai perduto, irraggiungibile? E' che in quel lembo di seta ci stavano gli amici che glielo avevano regalato alla partenza, ci stava il paese in cui era nata con le sue case, la gente, le verdi colline, e poi secoli di storia, di arte, bellezza, e prati, primavere, profumi.... Fra poco tutto sarebbe stato in fondo all'oceano, sotto quella massa d'acqua assurda e indifferente.
Non che fosse una novità. Quei distacchi lei li aveva già vissuti, ma come in sogno, ovattati dalla rapidità e temperati dagli affetti. Ora le balzarono davanti nudi e crudi e perfino la Saturnia, quella nave bella e potente, assunse ai suoi occhi la consistenza di una zattera. Si sa che a volte di fronte a fatti gravosi si chiudono gli occhi, per non vedere; e poi basta un fatto minore, un dettaglio per far saltare gli argini, e con essi ogni intima finzione. Così fu per Anna. Era il 1960 e aveva vent'anni.
Ben strana famiglia di emigranti, la sua. Girò lo sguardo alla parte del ponte destinata al relax dei passeggeri. Allungati sui lettini a sdraio sua madre e suo padre prendevano il sole. Era la prima volta che Luisa e Salvatore trovavano nel riposo un vero lusso e non la pausa necessaria per ricaricare le energie. E di energie ne avevano spese nella loro macelleria dove fino a poco tempo prima di elettrico c'era solo la lampadina appesa al soffitto, e per lavorare avevano a disposizione una bella teoria di coltelli e un tritacarne a mano, oltre alla bilancia e alla ghiacciaia. Solo nell'ultimo anno erano apparsi il tritacarne elettrico e un grande frigorifero dove le bestie macellate entravano tutte intere, e una "giardinetta" di seconda mano per andare a spasso la domenica. Salvatore era un uomo sanguigno e poderoso che quando era sopraffatto dalla fatica o dalla preoccupazione gridava a più non posso con i figli e la moglie, e tutto gli dava ombra, ma la domenica pomeriggio dopo aver dormito un paio d'ore come un sasso portava tutti al cinema. E con la giardinetta, che qualcuno ora si era preso di terza mano, arrivava fino al mare.
Anche di tempo ne avevano speso nella loro bottega! Questa si trovava proprio di fronte ai cancelli della Cartiera Meridionale che contava millecinquecento operai ed era una delle più grandi d'Italia, e se ne stava, come un re nella sua corte, tra il pullulare di cartiere minori, fonderie, lanifici, pastifici, tutti sospinti dalla forza del fiume e delle sue cascate. Di ritorno dalla seconda guerra mondiale anche Salvatore, in quanto reduce, poteva esservi assunto, ma non ci pensava proprio perché, diceva, non voleva né capi né orari. Infatti era rimasto un uomo libero, libero di alzare la saracinesca del negozio prima delle sei del mattino per servire gli operai che uscivano dal turno di notte, e di abbassarla dopo le dieci di sera per aspettare quelli del turno pomeridiano. Tutta gente che a piedi o in bicicletta tornava a casa sulle colline circostanti e nei borghi sparsi nel giro di parecchi chilometri, e che certo non sarebbe tornata indietro per comprare un po' di carne. Ma lui era contento così e si sentiva un padreterno quando menava fendenti con la mannaia o sollevava pesanti quarti di bue agli uncini di ferro. O quando d'inverno, dopo la chiusura, lavorava ai suoi insaccati, roba fina, di pregio, che arrivava addirittura in Francia ai parenti dei suoi clienti, ed era ambita pure dai non clienti.
Salvatore si rigenerava da quei ritmi massacranti facendo ampie concessioni ai suoi svariati appetiti (mentre Luisa si ritirava in sofferenti silenzi), e con un sonno a comando, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, anche di pochi minuti, da cui riemergeva caricato come una sveglia. Anche ora si godeva la brezza atlantica e il sole col massimo del benessere, come solo lui sapeva fare coi piaceri più immediati ed epidermici della vita. Non aveva demoni da combattere, al contrario della moglie dei cui pensieri si poteva immaginare molto ma si sapeva poco. Luisa era una donna bella e riservata, ritirata in un suo mondo pieno di pudori, sempre attenta alle ragioni degli altri e poco, quindi, alle sue. Non si lamentava mai, ritenendo anzi di dover ringraziare Dio per i benefici ricevuti, ma spesso appariva prostrata da tutti i mali del mondo o, piuttosto, da uno solo, personalissimo e tutto suo.
Accanto a loro il figlio più piccolo, Enrico, di sette anni, disegnava navi, delfini e mostri marini, anche lui un mostro, con la matita in mano, di bravura. L'altro figlio, Giovanni, che di anni ne aveva diciannove, pur innamorato della natura in ogni sua espressione amava ancora di più i suoi libri di filosofia e come si conveniva a un tipo introverso e sensibile ci si era rifugiato, abbandonando la contemplazione dell'oceano. Che, del resto, durava già da parecchi giorni.
Mancava Mariolina, di quindici anni, sicuramente in cabina col mal di mare. Era la più delicata della famiglia e si stancava facilmente, ma poiché aveva il dono della battuta e sapeva scherzare anche sui suoi malanni nessuno ci faceva caso.
Stavano viaggiando in seconda classe e nel salone da pranzo avevano un tavolo accanto alla vetrata sull'oceano e un cameriere tutto per loro che al momento dei pasti si piazzava alle loro spalle, pronto a intervenire per ogni esigenza. Il che li induceva a mangiare rapidamente e in silenzio e a scappare via subito.
Nelle valigie portavano orologi da polso per i cugini maschi (zia Rosetta, una delle due sorelle di Luisa che li aspettavano in Canada, da sola ne garantiva sette) e magliette di puro cotone, e ottima fattura, per le femmine. Per le zie c'erano catenine d'oro e orecchini che sicuramente avrebbero apprezzato, visto che l'oro americano è una pallida imitazione di quello italiano e che in tal senso c'erano stati dei segnali nello loro lettere.
Fu ad Halifax, che diventarono emigranti. Appena sbarcati si scontrarono con la prima realtà canadese, il clima. Era maggio ma faceva molto freddo, e il suolo era coperto da una neve ghiacciata che riverberava nell'aria un malinconico pallore. Seguendo il flusso di altri gruppi familiari che vedevano per la prima volta (ovviamente, avevano viaggiato in terza classe) raggiunsero basse costruzioni portuali per certificare il loro arrivo. A casa avevano lasciato un'esplosione di rose ma in questo luogo più simile a un paese di montagna che a un posto di mare (ah, Napoli, Napoli!) veniva piuttosto da pensare alla folla di margherite che a gennaio in un mattino di sole usciva dai prati.
Alla navigazione (a pensarci bene quasi una crociera, per non parlare di Palermo dove durante la sosta della nave avevano fatto il giro della città su un carrettino siciliano tutto colorato) seguì un viaggio di due (o tre?) giorni su scomodi treni. Uno li portò a Montreal, un altro a Toronto, l'ultimo a Windsor. Alla stazione di Toronto, dove era prevista una fermata di parecchie ore, trovarono ad aspettarli la zia Albertina, cugina di Salvatore. Era arrivata due anni prima alla nascita del nipotino per dare una mano al figlio e alla nuora. Stava lì per salutarli e avere notizie fresche sulle sorelle rimaste in Italia.
Solo molto tempo dopo, nel ricordo, Anna si soffermò sulle impressioni di viaggio. Al di là dei finestrini aveva visto foreste mute sotto mantelli di ghiaccio; altre che rispondevano col fruscio del fogliame alla voce sonora di torrenti e cascate; un animale selvatico, magico, immobile tra i tronchi; il maestoso S. Lorenzo; le vetrate dei grattacieli di Toronto scintillanti nella notte; e praterie, piantagioni. Tutto immenso, come immenso era stato l'oceano. E anche, all'alba o al tramonto, la figura sempre uguale di un uomo col berretto a visiera e un tipico panierino in mano, solitario, come sbucato dal nulla, senza un contorno di case o comunque di vita, forse catapultato dalle montagne d'Abruzzo o da un bianco villaggio portoghese o dalla sterminata pianura sarmatica, emblematica figura di emigrante senza patria.
Ma Anna fu occupata soprattutto a scrutare sua madre. Luisa era stata l'unica della famiglia che avesse fatto obiezioni a quella partenza; e quanto aveva sofferto nel ritirare i biglietti all'agenzia Macciocchi, quanto aveva invidiato chi faceva partire gli altri ma lui se ne restava a casa! Pensiero tormentoso che tenne per sé e che rivelò solo molto tempo dopo.
Le pratiche per l'espatrio erano state avviate nel dopoguerra più per scaramanzia che per convinzione, e quando giunsero a conclusione se ne erano quasi dimenticati. Anna si era diplomata e attendeva il concorso per insegnare, i fratelli studiavano, la famiglia stava per trasferirsi in un grande appartamento appena acquistato lasciando quello in affitto. Perché partire? Ma Salvatore era stufo delle tasse, dei clienti incontentabili e dei figli che non lo aiutavano e stavano sempre coi libri in mano. In quanto ai ragazzi, se ne è mai visto uno che non sia interessato all'avventura, alla novità?
Ed eccoli all'altro capo del mondo, a Windsor, una città che dalla riva canadese del fiume omonimo guarda Detroit sulla riva opposta: Canada e Stati Uniti che si fronteggiano. Intorno a loro le valigie e i colli con imballati i piatti e le tazze buone di Luisa, la macchina per cucire Singer pezzo forte della sua dote, i preziosi libri di filosofia di Giovanni e l'ancor più prezioso corredo delle ragazze, pagato a un tanto al mese per anni alla ditta Paoletti di Grosseto.
-How are you? Come state? Your welcome, came on, came on, venite, siamo quì.
Dall'incrocio tra una jeep e un furgone era saltato Frank, il figlio di zia Rosetta, insieme alla madre e all'altra sorella di Luisa, zia Elvira. Seguirono abbracci, scambi di notizie, qualche lacrima (in patria era rimasto l'anziano padre affidato all'unica figlia rimasta in Italia), poi bagagli e persone furono caricati. Mancava un'ora di viaggio alla meta, una cittadina sul lago Eire dove, dicevano le zie, nella bella stagione da Detroit arrivavano le macchine con le barche sul tettuccio. Bene, pensarono i ragazzi, anche loro la domenica avrebbero potuto prendere il sole e fare il bagno.
Il veicolo correva tra una serie ininterrotta di farme, ogni tanto una grande casa seminascosta tra gli alberi parlava di ordine e tranquillità.
Anche quei primi giorni stranieri sono avvolti nel sogno. Le zie che si toglievano le scarpe ed entravano in casa scalze, loro che facevano altrettanto sentendosi come nudi, il rimbombo sotto i passi dei pavimenti e dei gradini di legno, e il caos della casa di zia Rosetta dove i numerosi componenti entravano e uscivano a tutte le ore tra il fracasso della televisione e panni e cianfrusaglie dappertutto. Luisa avrebbe voluto subito una casa sua, non era un problema, c'erano i soldi incassati dalla vendita della macelleria, ma cosa avrebbero detto gli italiani? obiettava la zia.
In verità, anche se disordinata e disorganizzata, la sua era una casa ospitale, una specie di pronto soccorso, di Consolato sbrigativo e alla buona dove si fermavano, appena arrivati dall'Italia, parenti amici e conoscenti in attesa di sistemazione. Ed era stata proprio questa liberalità disinteressata e un po' spensierata a portarli nel nuovo mondo. Durante la guerra il marito di zia Rosetta aveva nascosto, e salvato, a rischio della vita, un paracadutista americano approdato sul suo terreno, guadagnandosi l'ingresso negli Stati Uniti. Da qui lui e i familiari erano passati in Canada diventando il primo anello di una catena di arrivi a cui davano benedizione e soccorso. Proprio la sorella se ne andava subito? si lamentava zia Rosetta, in pantaloni celeste e permanente pastello, ormai del tutto americanizzata.
Le cose si risolsero da sole. Una sera, mentre Salvatore col cognato guardava la lotta libera alla televisione, Luisa ascoltava le chiacchiere della sorella e i figli leggevano, Frank, l'autista di Windsor, entrò sghignazzando: Sentite, sentite cosa legge Giovanni. Qui c'è scritto c.......e qui addirittura m......ah ah......, e cominciò a declamare ad alta voce da un libro dell'esistenzialismo francese. Giovanni non riusciva a credere a tanta intromissione, lui, così discreto e addirittura timido, che da bambino spaventato dall'aggressività delle persone preferiva rifugiarsi nella cura degli animali, tanto che non era raro nelle notti d'inverno sentire dalle sue coperte il ron-ron di gatti malridotti che aveva raccattato per strada, o vedere uscire dalla tendina sotto i fornelli una fila di porcellini d'India che facevano strillare Anna di raccapriccio; o poteva capitare all'ignaro visitatore di sobbalzare al fischio acuto e improvviso del merlo, allevato nel solaio, stufo di sbattere alle travi del soffitto. Anna purtroppo era prontissima a far sloggiare gli inquilini più sgraditi dando un dispiacere al fratello, era troppo giovane ancora per sapere che ognuno si costruisce il mondo in cui poter vivere. Giovanni, il mite, il timido, il compassionevole, si alzò con un lampo omicida negli occhi e tentò di riprendersi il suo Sartre. Frank lo schivò e si mise a correre tenendo il libro in alto, sempre leggendo, mentre i fratelli ci buttavano l'occhio e ridevano anche loro. Giovanni divenne pallido e si rimise a sedere. Sua madre e le sorelle ammutolirono. Ma l'indomani fu trovata la casa, in Malboro street, una strada silenziosa e alberata lontana dai negozi e dal centro, dove si allineavano tante costruzioni, una accanto all'altra, con prati e alberi così alti e fronzuti che pareva di stare in un bosco. Una bella casa, con più legno che intonaco, rivestita in finto mattone verde, che da lontano faceva una bella figura. Apparteneva a una famiglia di libanesi che ne affittava il piano superiore tenendo per sé il piano-terra, ma che viveva praticamente nell'interrato, quello che gli americani chiamano il basement, dove la luce è sempre accesa. Infatti non s'incrociarono mai, tranne qualche volta di domenica mattina mentre partivano per le rispettive chiese. Quante chiese! La cattolica, la protestante, l'evangelica, la metodista, la luterana, l'ebraica, la musulmana ..... a ognuno la sua. E ogni volta, in segno di attenzione e simpatia, arrivava un sorridente: Work today?
Si, lavoravano, certo. Enrico ogni mattina andava a scuola con lo scuolabus, in una sezione riservata agli stranieri dove si ritrovava con piccoli cinesi, libanesi, polacchi, irlandesi, e nessun italiano, e le lezioni, essendo l'anno scolastico alla fine, gli furono di scarso giovamento per quanto riguardava la lingua, anche se di grande soddisfazione negli esercizi di matematica. Tutti gli altri andavano al lavoro nelle farme. Raccolsero fragole e pomodori, ripulirono le piantine dalle erbacce, colsero una gran varietà di verdure in farme così estese che un camion li portava la mattina da un lato e li riprendeva la sera in quello opposto. Un lavoro all'aria aperta, e sotto il sole, uno accanto all'altro, e ogni settimana si accumulava la paga di cinque persone e la domenica mattina dopo la messa un italo-americano un po' istruito veniva a dare lezioni di inglese. Solo allora la mamma usciva dai seminterrati della sua anima e faceva progetti per i figli: non appena avessero saputo in po' d'inglese avrebbero aperto una pizzeria italiana, e se andava bene un'altra, e ne poteva uscire anche una catena, bastava un po' d'intraprendenza. Intanto dimagriva a vista d'occhio e in tre mesi aveva perso quindici chili. Succede, quando si ascoltano solo le ragioni degli altri.
Alla fine di agosto il lavoro nei campi diminuì e gli ultimi arrivati non vennero richiamati. Mariolina ne fu contenta. Aveva i piedi gonfi e storti verso l'esterno, "i miei piedi canadesi", li chiamava, e soffriva di dermatite e orticaria di tipo allergico. Succede anche questo, a forza di scherzare sui propri guai evitando di guardarli in faccia. Ma lei sarebbe stata capace di scherzare anche se un camion l'avesse investita.
Il lavoro però non mancava. Tutti insieme, ed era una gran fortuna, andarono a lavorare in una fishery in riva al lago. Stavano in un freddo camerone, sempre allagato da rivoli d'acqua e invaso dalle brume dell'Eire. Le donne, ognuna su un'alta pedana davanti a una macchina, infilavano i pesci in scanalature fornite di lame, da cui uscivano sventrati per passare sotto un getto d'acqua e cadere infine in cassette poggiate a terra. Gli uomini portavano cassette di pesci misti a ghiaccio e ritiravano quelle dei pesci lavorati. Il lavoro era a cottimo e le ragazze andavano forte, Luisa meno, sempre con lo sguardo al marito e soprattutto al figlio, che facevano avanti e indietro con la cassetta sulla spalla e il ghiaccio che si scioglieva sul collo. Ma il macigno più pesante era Enrico, che stava in vacanza e passava il tempo della loro assenza nel basement dei libanesi e a una certa ora mangiava qualcosa e si metteva a letto da solo. L'orario di lavoro non aiutava, tra il viaggio e il resto stavano fuori dalle quattro del pomeriggio alle due di notte.
La domenica si facevano le pulizie della casa, poi la mamma recuperava il tempo perduto con Enrico, tallonata da Salvatore che era diventato un marito premuroso e asfissiante. Salvatore aveva preso a soffrire di mal di testa, ma qui non c'era nessuno che lo guarisse con formule misteriose e segni di croce sulla fronte per allontanare il malocchio.
Anna scendeva a leggere nel prato sotto gli alberi, tra i raggi di sole che attraverso il fogliame finivano a terra come fili d'oro. Un'aliena, visto che per quanto spingesse lo sguardo lontano non si vedeva un'anima viva, tutti nel basement davanti alla televisione. Di andare al lago non si parlava più, la rena era sporca e l'acqua fredda e mesta. C'erano delle alternative. Si poteva andare ai magazzini Woolworth, a comprare tante cosette a poco prezzo che servivano ad accumularsi in casa fino al momento di essere buttate. Oppure si poteva andare fuori a mangiare hamburger e pollo fritto, e per fuori s'intende dappertutto, visto che perfino nel negozio di scarpe trovavi l'angolo coi tavoli e il banco per le ordinazioni. Altrimenti si poteva andare al club Roma, la tana degli italiani, o a casa di zia Rosetta dove sarebbero subito arrivati dei giovani italiani in cerca di una moglie italiana. Giovani onesti, incolti, incubo di Luisa. Meglio restare a casa.
Ma una domenica pomeriggio l'aria era così bella e la brezza del lago così dolce che le gambe non volevano saperne di stare ferme. Anna propose a Mariolina di andare a piedi a casa di zia Elvira, mezz'ora di cammino sullo stesso viale, non si sarebbero perse.
Zia Elvira le squadrò facendo una faccia strana e mentre prendevano il tè buttò fuori il rospo: -Un'altra volta se volete venire fate una chiamata col talafòne e io vi mando a prendere col car. Non fatevi più passare per la mente di venire a piedi.
Anna e Mariolina erano perplesse:-Non ti preoccupare zia Elvira, a noi piace camminare.
La zia si stizzì a tanta incomprensione: -Ma non potete, non sta bene andarvene in giro senza motivo. Cosa diranno gli italiani?
Anna degli italiani cominciava ad averne piene le tasche. Non lo sapevano che un po' più giù, quasi a un tiro di schioppo, una magnifica donna, accogliente e austera, ritta sull'oceano con la fiaccola in pugno, prometteva a moltitudini di profughi che qui sarebbero stati finalmente liberi dalla miseria e da ogni persecuzione? Figuriamoci, non dovendosi occupare con loro di simili calamità, come avrebbe liquidato, con un semplice inarcare di sopracciglia se avesse potuto, quelle risibili restrizioni!
Ma zia Elvira non lo sapeva, e non era nuova ai buoni consigli. Si era già raccomandata che non dessero confidenza ai portoghesi, e ai polacchi, ai non cattolici; e non dimenticassero le virtù del loro paese, un paese che nei dieci anni della sua assenza aveva camminato parecchio, ma anche questo non lo sapeva. Lei stava attenta al decoro, indossava gonne scure e ignorava la permanente, e che importanza potevano avere i sentimenti delle nipoti? In quanto ai suoi, erano sospesi tra le vanterie dei progressi in terra americana e il rimpianto per il suo passato italiano, su cui stendeva una buona mano di vernice rosa.
Le ragazze non tornarono a piedi nella bella luce del tramonto, ma furono riaccompagnate dal genero della zia appositamente convocato.
Quella notte Anna fece un sogno. Sognò di essere sul marciapiede di fronte alla cartiera dove al suono della sirena dopo ogni turno lavorativo si riversavano centinaia di operai, e i bambini giocavano, le ragazze passeggiavano e le luci dei negozi stavano accese fino a tardi. E la strada significava amicizia e felicità.
Il giorno dopo andò al lavoro come al solito, ma non sentiva la musica segreta che di solito regalano la gioventù e la salute. Guardava spesso la madre, più fragile e pallida che mai, l'ombra della donna di pochi mesi prima di cui tutta la famiglia era tanto orgogliosa. Si affrettò a terminare il lavoro per prendere il suo posto e aiutarla. Luisa non voleva, poi cedette, ma mentre scendeva dalla pedana cadde a terra. Accorsero il marito, il figlio, le compagne di lavoro, per fortuna niente di grave. Però, seduta su una cassetta vuota, piangeva silenziosamente con le mani sugli occhi: Lasciatemi stare, lasciatemi stare.
Quella notte, rientrati a casa, sedettero a terra sul legno ricoperto dal linoleum, le spalle al muro, i piedi scalzi, come veri americani. Sulle pareti le tubature esterne dell'acqua e dell'aria condizionata fischiavano e gorgogliavano, e la rigida carta da parati si gonfiava in bolle e increspature.
-Lo sapete che Albertina all'inizio di ottobre ritorna in Italia? disse Luisa con voce appena udibile.
Anna le afferrò le mani: -Perché, chi ti impedisce di tornarci pure tu?
-Dici davvero? –stelle timorose si affacciarono ai suoi occhi. Anna ne fu sconvolta e le parole che erano uscite per confortare diventarono vere, verissime.
-Ma certo, mamma, puoi partire anche tu con la zia Albertina! Insieme a te verranno Mariolina ed Enrico così potranno tornare a scuola. Noi tre resteremo ancora un po' a lavorare, poi ti raggiungeremo.
-Ma, le mie sorelle che diranno?
-Che diranno le tue sorelle!- scoppiò Salvatore. –che c......devo dire io, che mi hanno fatto venire in questo c.........di paese, a fare questi c........di lavori. Io, che avevo il negozio più affollato del paese, davanti alla cartiera più grande d'Italia. E non è ancora arrivato l'inverno. Ora, mi vengono a raccontare del tale che si era passato il pettine bagnato tra i capelli e per la strada si ritrovò i ghiaccioli in testa, e di quell'altro che una mattina trovò tanta di quella neve che dovette uscire dalla finestra. E in ogni casa di italiani mi tocca sentire quel maledetto disco: Monì, monì, monì (*)/dove sta questa monì/se l'America è questa qua/me ne voglio ritornà. Perché non me l'hanno fatto sapere prima, eh?
-Papà, calmati, siamo venuti da soli, non ci hanno mica obbligati- ma Anna era contentissima di sentirlo urlare di nuovo, era sicura che da quel momento sarebbero finiti i mal di testa.
Luisa non li ascoltava, pensava all'indomani. C'erano tante cose da fare: telefonare alla cugina Albertina, andare all'agenzia di viaggi, e poi imballare i piatti e le tazze, la Singer, il corredo. I libri no, quelli sarebbero rimasti a fare compagnia ad Anna e a Giovanni.
La porta della camera da letto si aprì e apparve il viso assonnato di Enrico, tutto felice di vederli a quell'ora. Di solito parlavano a voce bassa per non disturbarlo, e al mattino era lui che camminava in punta di piedi sperando che arrivasse posta dall'Italia per avere la scusa di svegliarli. E da chiunque venisse la lettera, e a chiunque fosse destinata, essa veniva letta ad alta voce e ognuno ci trovava quello che voleva.
Anna corse ad abbracciarlo:- Piccolino, ci torneresti in Italia? Ti farebbe piacere tornare a scuola col tuo maestro?
-Siiiiiiiì – Enrico fece una corsa trionfale per la stanza prima di buttarsi tra le braccia della madre. Tutti sorridevano, ora. Enrico era un bambino speciale, bellissimo e di ottimo carattere, sempre affettuoso e senza pretese. Avrebbe strappato un sorriso all'orso più scontroso e scongelato il cuore del gigante più egoista.
-Allora, s'informò, nel banco mi posso rimettere vicino a Cesare?
-Certo, chissà come sarà contento. E come sarà contento il maestro! Altrimenti, chi farebbe i disegni sui quaderni di bella di tutta la classe?
-Io, invece, voglio cambiare scuola –dichiarò Mariolina, che aveva fatto il primo anno di ragioneria –voglio andare alle magistrali, come Anna.
-Anch'io vorrei cambiare –disse Giovanni, al quale mancava un anno per concludere un corso di studi tecnico-industriale che non capiva e non amava, e a cui era stato avviato per approfittare di una scuola istituita da poco che prometteva buoni sbocchi lavorativi –Se non chiedo troppo, data la situazione, mi piacerebbe fare il professore di filosofia.
Luisa annuì con gli occhi lucidi. Per come la vedeva lei, per certe cose, niente era troppo.
I sogni si ammucchiarono fino all'alba. Si disfecero vecchi progetti, se ne abbozzarono di nuovi. Tutto diventò possibile. Era bastato sapere del rientro della zia Albertina: un fatto minore, un dettaglio, infine.
Nessuno dormì, tranne Enrico. Ma anche lui partecipò alla riunione, chiuso nelle braccia della madre, cullato dalle loro voci. Per fortuna non pareva aver risentito dello scossone alle loro vite, forse era troppo piccolo per rendersene conto e gli bastava la sua famiglia per sentirsi al sicuro.
Fu veramente così?
Venticinque anni dopo Salvatore e Luisa tornarono in Canada a festeggiare le nozze d'oro di Rosetta. Poi fu la volta delle ragazze, che scortate da figli e mariti tornarono a camminare in Malboro street e guardarono a lungo, da lontano, la casa dei libanesi, pensando alla notte in cui decisero che non volevano diventare americani: perché nessuno vuole diventare americano, o cinese, tedesco, se non per dura necessità; e se anche sono gli stessi il sole e le stelle, non è allo stesso modo che se ne percepisce il calore, la poesia, e ciò che a casa è libera scelta, lì è esilio. E infine fu la volta di Giovanni, che durante un viaggio di lavoro fece una deviazione per andare a salutare zia Rosetta nella casa ormai vuota: i figli erano tutti sposati, e nessun compaesano veniva più dall'Italia dopo che un fantastico boom economico aveva arrestato l'emigrazione. Proprio dal 1960, anno della loro improvvida avventura.
Solo Enrico non c'è andato e, assicura, mai ci andrà.
Frosinone, 26 giugno 2010
(*) money: soldi, denaro
Te lo vuoi conservare? Scarica la copia in .pdf
Andata e Ritorno
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Ultimo aggiornamento (Lunedì 19 Luglio 2010 11:33)







