Macchè speranza! Non si deve stare tutti buoni e zitti...
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La trasmissione "resistenziale" di Santoro al PalaDozza di Bologna, trasmessa su Sky, su Repubblica.it, su duecento piazze ialiane e su una miriade di televisioni locali, merita il riconoscimento e il sotegno di tutte le persone per bene di questo Paese.
La stessa "lettera" di Santoro a Napolitano sulla difesa della Costituzione, per la sua pacatezza, per la sua puntualità, per la sua lungimiranza, per il suo rispetto delle istituzioni e la trasparente consapevolezza della loro straordinaria importanza per i cittadini, merità da parte nostra la sottoscrizione in blocco, la nostra completa adesione razionale e morale. Insomma, una trasmissione che ridà fiato, energia, di nuovo un traguardo, alle persone che desiderano vivere libere in un paese di liberi. Ma non una speranza.
La speranza no, non ce la dà. Lo avremmo detto prima di vederla e prima di ascoltare i suoi protagonisti, che quella trasmissione ci ridona la Speranza. Ma dopo averla vista, ascoltata e profondamente condivisa, non siamo più di questa opinione: la speranza non ci è più sufficiente. Ci ha insegnato a farne a meno l'intervista a Monicelli, pronunciata dall'alto della sua età, della sua cultura e dalla sua umanità pregna di poesia.
Intervistatore. "Gli italiani, gli intellettuali, i giornalisti, gli artisti, sono poco coraggiosi?"
Monicelli "Sì, come sono sempre stati. Sono stati vent'anni sotto un governo fascista ridicolo, con quel pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato: ha fatto l'impero, ha fatto fare le falangi romane lungo la via dell'impero, ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti; eravamo tutti contenti che c'era uno che guidava lui, pensava lui...il 'Mussolini ha sempre ragione... lasciamolo lavorare'; tutti stavano buoni e zitti..."
I. "Gli italiani di allora assomigliano agli italiani di adesso?"
M. "Sì, perché hanno detto che c'è questo grande imprenditore, che dice di lasciarlo lavorare... che ha detto 'votatemi, perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari'; e sono quindici anni che tutti quanti aspettano...Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro... Poi, se va bene va bene; se va male lo impiccano a testa in giù. Questo è l'italiano... quegli altri avevano più una spinta personale, di orgoglio... della persona più che della... "
I. "...Che noi abbiamo perso!..."
M. "Sì, completamente. Ormai siamo tutti pronti a... nessuno si dimette, tutti pronti a piegare il capo, pur di mantenere il posto, di guadagnare; a sopraffarci, a intrallazzare... non c'è nessuna dignità, da nessuna parte. Perciò sto dicendo che è proprio la generazione, che è corrotta, che è malata; che va spazzata via. Non so da che cosa, non so da chi. O meglio: io lo saprei, ma lasciamo andare"
I. "Non sento speranze, nelle sue parole, Maestro."
M. "La speranza è una trappola, è una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola che hanno inventato i padroni... quelli che dicono 'state buoni, state zitti, pregate, ché avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa, nell'aldilà. L'avrete nell'aldilà. Per adesso state buoni'. E quell'altro che dice: 'state buoni, tornate a casa. Sì, siete precari; ma tanto fra due-tre mesi vi riassumiamo, vi ridaremo il posto', e quelli vanno a casa e stanno buoni, 'abbiate speranza'. Mai avere speranza! La speranza è una trappola, è una cosa infame! inventata da chi comanda".
I. "E come finisce questo 'film', Maestro?"
M. "Non lo so. Io spero che finisca con una bella botta, con una rivoluzione. La rivoluzione non c'è mai stata in Italia. C'è stata in Inghilterra, c'è stata in Francia, c'è stata in Russia, c'è stata in Germania: dappertutto, tranne che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo, che è sempre stato sottoposto...sono trecent'anni che è schiavo di tutti. Quindi, se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso; esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora, come sta andando, ormai da tre generazioni".
Questa amara e illuminate riflessione, questo manifesto desiderio di sentirsi appartenente ad un popolo degno, quest'espressione genuina della propria natura, questa volontà di riscatto vera, merita non soltanto la nostra adesione, il nostro consenso e sostegno, ma un lunghissimo brivido lungo la schiena. Sono parole che avremmo voluto dire noi, come spesso accade ad ascoltare i grandi, ma che non abbiamo dette: perché non ci abbiamo pensato, o abbiamo pensato che fossero più grandi di noi; ma non le abbiamo dette.
Ma di esse, ora, possiamo appropriarci, per ripetercele davanti allo specchio, noi e gli altri sessanta milioni di italiani (esclusi, almeno questa volta, gli extracomunitari, che non hanno colpe per le nostre infingardaggini), quale segno di coscienza nuova, di determinata, consapevole e libera volontà. Per la libertà d'informazione, per la libertà nel lavoro, per la Costituzione, per resistere e tornare ad avanzare, in questa battaglia di uomini finalmente liberi dalla speranza.
Ivano Alteri
Frosinone 26 Marzo 2010 {jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Venerdì 02 Aprile 2010 11:03)







