Ma Buschini deve dimettersi?
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Abbiamo partecipato alle primarie del Pd in qualità di elettori del partito, abbiamo sostenuto Pierluigi Bersani, e siamo soddisfatti del loro esito: sia per la massiccia partecipazione, sia per la vittoria di Bersani, sia per i toni e i modi degli altri due candidati; il tutto ha dato la gradevole sensazione di avere a che fare, finalmente, con un partito degno di questo nome.
Ma siamo ancora appena oltre le sensazioni. Come abbiamo già detto in altre occasioni, uno dei temi su cui si fondava il nostro sostegno a Bersani era quello relativo alla natura del partito: territoriale, popolare, “collettivo di protagonisti”.
Ma a livello territoriale, in queste ore apprendiamo della richiesta di dimissioni che i franceschiniani hanno rivolto a Mauro Buschini, attuale segretario provinciale e mariniano, rivendicando implicitamente il diritto, così a noi pare, alla dirigenza provinciale in quanto vincitori locali del congresso nazionale e regionale. Pensiamo che questo atto sia in netta contraddizione con l’esito politico del congresso.
Intanto, perché la continuazione dei raggruppamenti congressuali oltre la fine del congresso, prefigura la loro cristallizzazione in correnti, elementi caratteristici di una forma partito opposta a quella approvata dagli iscritti e dagli elettori. Inoltre, sostituendo Buschini con un altro della “corrente” concorrente dei franceschiniani, si sostituirebbe un sostenitore del partito fluido (cioè oligarchico) con un altro sostenitore dello stesso tipo di partito, che è l’esatto contrario delle decisioni congressuali. Un partito fluido, in cui si decide in tre e poi s’imboniscono tutti gli altri, il Pd provinciale lo è già oggi, con l’attuale dirigenza, non c’è bisogno di cambiarla: cambierebbero soltanto i tre, ma il sistema rimarrebbe lo stesso. Il partito che si profila, invece, prima ancora di cambiare politica impone di cambiare i “modi” della politica.
Su questo punto, in particolare, bisogna essere molto chiari. I modi che sino ad ora si sono tenuti, hanno portato al declino dei partiti e della coalizione, mentre crescevano paradossalmente le fortune individuali, politiche e non; hanno portato alla resa quasi incondizionata alle elezioni provinciali, sintomo di non eccellente gestione del lavoro amministrativo e politico; hanno allontanato da noi altre energie utili alla evoluzione del territorio, prova ne sia la minore affluenza alle primarie rispetto al dato nazionale e alla precedente tornata elettorale. Tutto questo non può passare senza individuare responsabilità, senza sancire una discontinuità netta, senza aprire orizzonti completamente nuovi. È necessario che su questo tema vi sia una riflessione pubblica, trasparente, definitiva. Perché siamo stati sconfitti alle elezioni provinciali? Perché c’è stata la flessione alle primarie? E ancora: cosa si pensa dell’esito congressuale nazionale? Come si pensa di tradurlo in loco. Noi e moltissimi altri, in quanto elettori del Pd, abbiamo acquisito con le primarie un ruolo da protagonisti, sancito dallo stesso statuto del partito; ora non intendiamo rinunciarvi, non staremo più a guardare.
Dunque, a nostro parere di osservatori esterni ma molto interessati, la richiesta di dimissioni è tutto tranne ciò che serve. Potremmo capire se le avessero chieste i bersaniani, per rivendicare un adeguamento dei comportamenti provinciali ai nuovi indirizzi nazionali; ma anch’essi, com’è chiaro, cadrebbero immediatamente in contraddizione non solo a chiederle ma anche soltanto a chiamarsi bersaniani. In ogni caso sbaglierebbero a chiederle poco prima di un congresso provinciale che dovrà, esso!, raccogliere e rielaborare territorialmente la discussione fin ora svolta e approvata dal congresso nazionale e dalle primarie. Un partito che da fluido deve farsi solido, con l’apporto vero dei cittadini, non può nascere a spallate ad opera di gruppi e gruppuscoli interni; ha invece la necessità di offrire l’esempio di nuovi comportamenti che vagheggino già quelli del partito che verrà; perciò, il rigoroso rispetto delle decisioni e delle regole, nello spirito e nella lettera, è di fondamentale importanza: è l’elemento di garanzia per i molti che sono dentro il Pd e per i moltissimi che ne sono fuori.
Ora è più urgente impedire che la dialettica politica interna scada di nuovo nella diatriba personalistica, oscurando di nuovo anche la discussione esterna, ma contigua, e allontanando l’obiettivo organizzativo finale di creare un partito “collettivo di protagonisti”, con enorme erosione delle sue probabilità di successo. Sarebbe un pessimo segnale, dentro e fuori il partito.
A nostro avviso, perciò, sarebbe molto meglio lasciare le cose al loro decorso naturale, mantenere alta la discussione ed evitare ogni forzatura, ogni atto contraddittorio, compresa la richiesta di dimissioni. Anche se, d’altra parte, è altrettanto contraddittorio restare in carica dopo aver perso il congresso… {jcomments on}
Ivano Alteri
Frosinone 31 Ottobre 2009
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 04 Novembre 2009 18:44)







