Perchè stupirsi della violenza?
| Pagine di ... - Alteri |
Se la morte fisica è l’unico tabù della politica, se per essa tutto è lecito tranne l’annientamento fisico dell’avversario, la barbarie non si allontanerà mai di un millimetro e resterà sempre una minaccia incombente. Non può sussistere nessun tabù, pensiamo noi, nessun comandamento, senza un massiccio corollario di altri tabù ed altri comandamenti; è loro necessario essere circondati di consimili, per tenere lontano il pericolo di subire una violazione.
La vicenda del gruppo “Uccidiamo Berlusconi”, creato su facebook e in via di rapidissima crescita di adesioni, è tra quelle che fanno stupire, ma soltanto per lo stupore che suscitano. Infatti, essa coincide perfettamente con la direzione impressa al nostro mondo negli ultimi decenni, verso una concezione dell’inimicizia che trascende il normale fenomeno di inimicamento tra esseri umani; ed assurge, secondo alcune stravaganti e truci concezioni, a motore stesso dello sviluppo della specie.
Non c’è niente di cui stupirsi, dunque. L’eliminazione di ogni scrupolo nei comportamenti della politica e in quelli interpersonali, il procedere sgomitante ed egoistico di molti, sono stati elevati ad esempio, a caratteristica peculiare dei “migliori”, nientemeno; e l’evidenza massmediatica di tale generale amoralità, ha eroso il corollario posto a protezione del tabù-comandamento principale: il “non uccidere”. Ma sappiamo che l’uccidere è solo l’ultimo stadio dell’agire violento, il suo punto di non ritorno; prima di esso, c’è la violenza che non porta alla morte, ma che invalida; prima ancora, quella che non invalida ma ferisce; e ancora prima, quella che non ferisce fisicamente ma moralmente, poi la violenza soltanto vagheggiata… insomma, scendendo, l’intero corollario fino all’affermazione categorica della non violenza. In ogni stadio violento precedente quello della morte fisica, poi, sussiste in ogni caso il rischio incombente della morte sociale, della deriva esistenziale, dell’abiezione morale, dell’emarginazione, del disonore, dell’isolamento … via via fino al semplice dispiacere.
Il non uccidere è principio e parte integrante di un sistema morale ampio e complesso, che su di esso si fonda e di cui esso non può fare a meno. Cosa ne abbiamo fatto, in questi decenni, di tale sistema morale? Come si possono scientemente creare tutte le condizioni per il rigoglio dell’inimicizia e poi pensare di escludere dalla nostra vita associata la violenza al suo ultimo stadio?
Temiamo che, come accade in ambiti sempre più vasti del vivere collettivo, anche questo sia ingombrato dalla presenza mefitica dell’ipocrisia, aggravata dall’uso amorale di scienza e tecnica; sospettiamo che, il retro pensiero delle odierne e interessate indignazioni, sia una mistificazione regressiva del concetto di legittima difesa, la cui legittimità non deriverebbe più da vincoli e norme strutturate e condivise, come usa in ogni civiltà evoluta, ma dal mero istinto a difendere il proprio essere e il proprio avere, trascendendo per di più nella lesione e appropriazione dell’altrui.
Ma con una tale, meschina, concezione della vita, come si potrà mai capire che non è necessario uccidere qualcuno, perché cessi di esistere? E, d’altra parte, come si potrà capire che non basta uccidere qualcuno, perché cessi di esistere la sua opera? {jcomments on}
Ivano Alteri
Frosinone 23 Ottobre 2009
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Ultimo aggiornamento (Lunedì 02 Novembre 2009 13:27)







