Venite avanti signori, che a Canossa c’è posto
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Non riteniamo affatto, come invece fa Gallino su repubblica.it del 20 ottobre, che le dichiarazioni di Tremonti a favore del posto fisso significhino uno scavalcamento a sinistra del centro sinistra, dei sindacati ecc.
Al contrario; a nostro avviso significano che coloro che hanno proposto e perseguito ricette socialmente truculente, illudendosi ed illudendoci di favorire così lo sviluppo economico, prima o poi dovranno venire tutti a Canossa. E non basteranno loro tre giorni di umiliante penitenza, come accadde ad Enrico IV nel 1077 nei confronti di papa Gregorio VII, per mondarsi dall’imputazione di affamatori di popoli; e forse neanche trent’anni.
La virulenta crisi che stiamo vivendo, e di cui subiremo sempre più le conseguenze, non è derivata dalla stabilità del lavoro, dall’eccessiva protezione dei lavoratori e del loro salario, dalla eccessiva protezione sociale dei più deboli, o dagli eccessivi divieti agli operatori economici e finanziari. Tutt’altro. Essa deriva direttamente dall’illusione che, lasciando libero il capitale, riducendo i lavoratori da subordinati a succubi, facendoli marcire nella precarietà dell’esistenza, lo sviluppo si sarebbe perpetuato folgorante e inarrestabile. L’avidità, l’egoismo, la mancanza di scrupoli, l’arroganza, l’uso amorale della forza bruta del denaro si sono dimostrati, invece, evidentemente antieconomici. La libertà di fare male ha prodotto soltanto il Male.
Ora attendiamo al varco anche coloro che sono affetti dalla “febbre delle delocalizzazioni”, che cercano nei paesi emergenti profitti da capogiro, sfruttando lavoratori mandati al macello dagli stessi loro governanti, come fece il fascismo spingendo manodopera italiana all’estero. I facili ed enormi profitti di oggi si trasformeranno in mercati interni depressi domani, in società sempre più “liquide”, secondo la definizione di Bauman, sempre più prive di legami, sempre più preda dell’imbarbarimento dei rapporti sociali. In tale situazione, l’unica economia che potrà ancora avere una qualche chance sarà quella che riduce gli uomini e le donne in un amorfo ammasso di schiavi.
Ora attendiamo al varco anche coloro che hanno detto e dicono che i bassi salari, i doppi e tripli lavori necessari in ogni famiglia per uscire da una vita di stenti, sia l’unico modo di favorire lo sviluppo. Ci diranno, prima o poi, che una civiltà non può sussistere lavorando soltanto, perché essa si alimenta invece del calore delle esistenze, che sono fatte di relazioni, di affetti, di confronti, di cultura, di arte, di gioco; ci diranno, con la loro faccia di tolla, che bisogna passare dal vivere per lavorare, al lavorare per vivere.
Ora attendiamo al varco anche coloro che hanno sostenuto la totale mercificazione del lavoro, che hanno sostituito la suddivisione del lavoro con la frammentazione del lavoro, che hanno raso al suolo professionalità e conoscenze acquisite nei secoli, che hanno allontanato gli umani dalla natura creativa del lavoro, tramutandolo da espressione della stessa natura umana in mero strumento di produzione della ricchezza altrui.
Prima o poi, verranno a dirci che il posto fisso, la protezione sociale, i vincoli etici nella finanza e nell’economia, un salario che permetta una vita decorosa per se e la famiglia, come scritto nella nostra Costituzione, non sono un lusso che non possiamo più permetterci; ma una necessità ineliminabile per produrre ancora ricchezza, per alimentare il progresso umano, per potere ancora continuare a chiamarsi civiltà. Del resto, ci diranno, i detentori di capitale non hanno anche loro già procurato stabilità economica a se stessi, spesso per generazioni e generazioni? C’è qualche capitalista che mette volontariamente a repentaglio la propria tranquillità per produrre ricchezza per gli altri? Non è in questa stabilità che risiede la loro forza? Perché mai, allora, per tutti gli altri dovrebbe essere produttiva l’instabilità, la precarietà fatta norma? Non vi è, in tutto questo, una massiccia dose d’ipocrisia più che scienza economica?
Siamo stati messi in mano ai barbari proprio da quelli che oggi danno lezione di buon senso. Allora, quando verranno a dirci questo, non si dovrà pensare che noi siamo d’accordo con loro, come oggi pensa Gallino; ma che loro sono tardivamente d’accordo con noi. Noi siamo qui ad aspettarli, fiduciosi che non dovremo aspettare molto. Venite avanti signori, che a Canossa c’è posto.{jcomments on}
Ivano Alteri
Frosinone 20 Ottobre 2009
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