Che accadrà? Basta guardare e aspettare!
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di Ivano Alteri, Frosinone 15 gen 2012 - Molti analisti ritengono che la crisi economica che sta vivendo il mondo occidentale non sia una delle tante "crisi cicliche" del capitalismo, ma la sua crisi finale. Questa semplice constatazione dovrebbe indurre ad una maggiore ponderatezza di analisi e prospettiva sia chi si definisce "filo", sia chi si definisce "anti" capitalista. leggi tutto
Chi fa parte della prima schiera, dovrebbe sentire la responsabilità di aver sostenuto un sistema che, con una evidenza sempre maggiore, tende a trasformarsi quasi automaticamente in una dittatura planetaria che sfugge al controllo dei suoi stessi creatori, e che sembra non avere alcun carattere di reversibilità, se non con modalità truculente. La "fede" in questo sistema, degna di miglior causa, ha prodotto sin dagli albori e per secoli tanti e tali obbrobri che i nostri posteri dovranno vergognarsi di noi. Chi invece, come noi, fa parte dell'altra schiera dovrebbe tener presente che, ad oggi, non abbiamo da proporre alcun sistema radicalmente alternativo, e che i tentativi operati in passato in tal senso si sono risolti in cupi disastri, le buone intenzioni che li avevano partoriti si sono trasformate in aberrazioni peggiori del male che volevano curare, per quanto possano essere storicamente definite come un "male necessario".
Se così stanno le cose, e così a noi pare, l'attuale esperienza italiana che vede la classe politica fuori dal governo del Paese e un tecnocrate al comando, acquisisce un significato tutto particolare: non sarebbe la solita italietta che si dibatte nei suoi affanni, ma un paese-laboratorio politico, com'è stato chiamato, da cui possono scaturire soluzioni innovative con prospettive di portata storica, in ambito potenzialmente molto ampio. Bisogna, però, fare prima di tutto attenzione alla sua effettiva natura; capire, cioè, se essere laboratorio politico significhi svolgere il ruolo dello sperimentatore o quello della cavia. È utile, a tale scopo, valutare alcuni atteggiamenti di soggetti che in questi giorni hanno occupato i mezzi d'informazione, tra cui vorremmo ricordare quelli dell'ad della Fiat, Sergio Marchionne, e dell'agenzia di rating americana Standard&Poor's.
Il primo ha dichiarato, scocciato: "Il ministro (Fornero) mi ha chiamato di nuovo. Sono stato chiaro, non so cosa posso cambiare della mia storia. Sono stato molto, molto chiaro"; per aggiungere subito dopo a proposito di Monti: "Non ho nulla da negoziare. Non ho chiesto nulla, non ho chiesto supporto finanziario e non ho chiesto incentivi. Ho solo chiesto pace fra le parti per farci lavorare". Il secondo, l'agenzia americana S&P, ha declassato l'Italia, nonostante tutti gli sforzi. Anche se non ci piacciono gli osanna scalfariani a Monti, non possiamo che essere d'accordo con lui quando afferma che "si è trattato d'un giudizio politico più che economico".
Da un'ottica di sinistra, e tenuto conto della posta in gioco, intruppare semplicisticamente Monti tra i filibustieri al servizio dei poteri forti ci parrebbe, perciò, troppo poco lungimirante e alquanto masochistico. Quali poteri forti? Quelli che starebbero dietro a Monti o quelli che lo attaccano? In altri tempi, quando si pensava di averlo un sistema alternativo, questo quesito avrebbe diviso i riformisti dai rivoluzionari, e i secondi avrebbero accusato i primi di complicità col capitale, e i primi i secondi di velleitarismo e demagogismo. Ma oggi, quando un sistema alternativo non c'è, vale la pena prendere parte (parteggiare!) a questo scontro titanico e da fine del mondo, o è meglio restare alla finestra? È meglio sporcarsi le mani "almeno fino ai gomiti" o mantenercele belle pulite e conserte? È meglio assumere il ruolo dello sperimentatore o quello della cavia?
Se è realistica l'ipotesi iniziale, se cioè quanto sta accadendo rappresenta la fine di un'era e l'inizio di un'altra, e che le scelte di oggi determineranno materialmente il mondo nuovo di domani, dovremmo preoccuparci di esserci, oggi. Il tecnocrate non è al servizio di una politica pre-stabilita, anche se questo è nelle speranze di molti, ma dei rapporti di forza che anche noi possiamo determinare, per condurre nel nuovo mondo che verrà quanto più possiamo del nostro bagaglio culturale. E dovremmo farlo con urgenza, se non vogliamo lasciar fuori dal nuovo mondo i valori a cui abbiamo dimostrato di tenere tanto, come quelli incastonati nell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, negli articoli 1 e 3 della Costituzione, nelle battaglie vittoriose per l'acqua pubblica e per il bene comune, nell'ansia di legalità e moralità che emana dalla gran parte della società civile italiana, nelle battaglie per una vera liberazione delle donne (e con esse, di tutti gli uomini mantenuti prigionieri del bisogno), nella resistenza degli internauti a tutti i tentativi d'imbavagliamento, in generale in tutte le battaglie contro il berlusconismo di questi ultimi vent'anni.
La classe politica del centro sinistra, sostenendo Monti non ha dichiarato la resa, osiamo pensare noi, ma lanciato una sfida. Monti e i suoi tecnici possono essere lo strumento per esiti politici diversi, il cui segno sarà determinato non dal fato, ma da quanto sapremo o non sapremo fare noi. Se non questo, che fare?
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Ultimo aggiornamento (Venerdì 20 Gennaio 2012 11:35)







