La classe dirigente che ci delude

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aulacamera 120di Ivano Alteri, Frosinone 31 dicembre 2011 - La desolazione che proviamo nel constatare la fuoriuscita della "classe politica" dal governo del nostro Paese è rivelatrice di un diffuso sentire, anche prerazionale, che contiene alcune verità e imbarazzati occultamenti. Moltissimi di noi "sentono" che c'è qualcosa di non detto, anche se non sempre si riesce a individuare il "qualcosa".

Non abbiamo dubbi sul fatto che la nostra classe politica abbia dato ampia dimostrazione d'inefficienza e inefficacia, di scarsa capacità rappresentativa, di abissale lontananza dalle esigenze immediate e future dei cittadini italiani. Anche in una fase in cui i meccanismi elettorali hanno consentito il massimo di discrezionalità ai gruppi dirigenti politici (vedi "legge porcata"), l'inettitudine si è resa disastrosamente manifesta, l'arroganza ha occupato il posto dell'autorevolezza, la superficialità quello dello studio rigoroso dei problemi; l'egoismo personale, di lobby, di parte, di classe e di casta ha travolto il senso del bene comune e l'arte della mediazione, indispensabili anche per l'amministrazione di un condominio.

Non abbiamo dubbi sul fatto che l'attuale classe politica sia di qualità enormemente inferiore rispetto a quella che ci portò fuori dal fascismo, che realizzò quel miracolo politico che chiamiamo Costituzione e che avviò l'Italia verso il progresso economico e sociale, stupendo il mondo. Qualunque sia il nostro orientamento politico, non abbiamo alcuna difficoltà ad apprezzare la statura di un De Gasperi, di un Togliatti, di un Einaudi e perfino di un fascista come Almirante. E, in fondo in fondo, sappiamo che non si tratta di semplice nostalgia per i tempi andati, anche perché, per questioni anagrafiche, non sono stati i nostri tempi. Ci torna in mente che, nel mezzo secolo che seguì, la dialettica politica e sociale partorì immensi eventi che cambiarono in meglio la vita di milioni di persone. Solo per citarne alcuni che ci stanno particolarmente a cuore, ricordiamo la costruzione della scuola pubblica, che eliminò quasi totalmente l'analfabetismo e consentì all'operaio di avere "il figlio dottore" (ma allora non sono tutti cretini 'sti figli d'operai!); lo "Statuto dei Lavoratori", che diede dignità di cittadino a chi materialmente produce ricchezza; la legge sul divorzio, che liberò le cittadine e i cittadini italiani da una visione vetusta della famiglia; la legge sull'aborto, che prima, con la legalizzazione, liberò le donne dalla macelleria dell'aborto clandestino, e poi, con la prevenzione, ridusse enormemente il ricorso all'aborto stesso. Questi, e decine di altri esempi, costituiscono i trascorsi della nostra classe politica. Ora, dobbiamo registrarne la fuoriuscita, più o meno volontaria, dal governo del Paese.

Tutto questo ci è chiaro, e non nutriamo dubbi a tal proposito. Ma... Non sarà un po' troppo semplicistico scaricare sulla sola "classe politica" la responsabilità di quest'immane disastro? Non vi saranno delle responsabilità anche di quella parte della classe dirigente, molto più ampia e molto meno visibile, costituita dalla "classe economica"?

Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un cambio radicale del personale governativo con l'avvento di stimatissimi "tecnici". Certo, niente a che vedere con gli allucinanti personaggi dell'era berlusconiana; eppure i costi necessari al risanamento della nostra economia sono stati posti, come un "basto", ancora e di nuovo sulle schiene di sempre: quelle delle classi che vivono di lavoro. Forse sarebbe opportuno, allora, allargare un po' di più lo sguardo per vedere meglio chi, effettivamente, condiziona le decisioni dei governanti pro-tempore. E chiedersi: non saranno gli stessi che minacciano di andarsene con i loro (?) soldi se si inasprissero i controlli fiscali? Non saranno gli stessi che, non sapendo competere sulla qualità e sull'innovazione, preferiscono ancora spremere come limoni quelli che lavorano? Non saranno gli stessi allergici a ogni regola e a ogni rispetto per il prossimo, che ritengono di stare al di sopra della legge, che ieri si fregavano le mani per le speculazioni sul terremoto dell'Aquila e oggi atterrano con l'elicottero sulla spiaggia per portare la mamma a pranzo, e i loro servi che, in galera per intrallazzi vari, minacciano di suicidarsi trattenendo il fiato?...

Tutto questo "non detto" è ipocrita, alimenta il senso di desolazione che ci attanaglia, e continua a causare danni economici; ma se "detto", ci fa capire meglio quel che è troppo evidente perché sia taciuto: la classe dirigente politica fa sicuramente bene a fare il mea culpa, e magari a starsene per un po' in disparte; ma questo lo possiamo dire noi semplici cittadini. La classe dirigente economica, invece, potrà permettersi altri lussi, ma non quello di alzare il dito accusatore contro qualcuno; siamo noi che le mettiamo il nostro sotto il naso. Per noi, la sua ipocrisia è un costo.


 

 

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Ultimo aggiornamento (Venerdì 20 Gennaio 2012 11:34)

 

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