Il carattere classista delle determinazioni del Governo Monti
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di Ivano Alteri Frosinone 6 dic 2011 - Correndo il rischio di sembrare prigionieri di una prosa antica, non esitiamo a prendere atto del carattere classista delle determinazioni del Governo Monti. Tutt'altro che una "categoria dello spirito", lo Stato era e resta, invece, uno strumento manifestamente nelle mani della classe dominante che, assolutamente incurante delle necessità collettive e finanche della sua stessa ortodossia, ordisce a proprio piacimento i fili del tessuto collettivo con l'unico obiettivo di accaparrare per sé ricchezza e potere. La classe dominante di cui parliamo è, naturalmente, la famigerata borghesia italiana.
Avevamo sperato (ma non avevamo smesso di sperare?) che, data la situazione, almeno gli istinti più rapaci sarebbero stati messi a tacere, facendo loro notare che la crisi finanziaria internazionale e nazionale, e la conseguente crisi dell'economia reale, proprio da quegli istinti era stata generata. Le crescenti disuguaglianze tra i diversi paesi del mondo e all'interno dei singoli paesi; l'espulsione di masse incalcolabili di persone dalla vita civile anche in paesi che civili continuano a definirsi; l'eclissi totale del Lavoro, del suo valore, dei suoi significati politici, sociali, economici e antropologici, tutto questo e altro ancora è alla base della crisi che ci attanaglia. Non certo la pensione della nonna. Avevamo sperato che in un momento cruciale per il Paese, e in presenza di un governo di tecnici, per quanto inevitabilmente politico, la feroce lotta di classe scatenata dai ricchi contro i poveri negli ultimi venti anni avrebbe trovato finalmente un momento di requie, per lasciare spazio alla saggezza "dei sapienti".
I sapienti, invece, hanno il cuore fragile, e gli tremano le mani, e gli sfuggono le lacrime, e gli si spezza la voce, verso la metà della parola "sacrificio"; forse perché rivolta non ai detentori di patrimoni, di rendite parassitarie, di assolutamente ingiustificabili privilegi, ma proprio alla nonna, responsabile di bisbocciare con la pensione di reversibilità. Le lacrime della professoressa Fornero, sono sacrosante: nessuna persona per bene dovrebbe essere costretta a prendere decisioni tanto ingiuste, arroganti e inutili; soprattutto se costretta non dalla sua "scienza", ma dai rapporti di forza, che se ne infischiano dei torti e delle ragioni, della necessità vera di cambiare strada e della stessa scienza: quel che interessa ai mandanti della povera e coartata professoressa è una cosa soltanto: il quattrino. Per trattare con loro non serve avere il sale in zucca, ma il pelo sullo stomaco. E la professoressa, evidentemente, non ne ha.
Vorremmo dire loro "vergogna!", ma sappiamo che le loro facce sono incapaci di rossore, niente può turbare la loro indifferenza al prossimo: hanno sostenuto per decenni il loro campione Berlusconi, consentendo di sputtanare il Paese e di torturare il nostro popolo pur di trarne del lucro, così come hanno sostenuto Mussolini per poi abbandonarlo a testa in giù, quando non gli faceva più comodo; e sempre, costantemente, cinicamente, ferocemente, sfacciatamente contro la povera gente, senza vergogna, senza scrupoli, senza risparmio di mezzi: dal carcere al confino, dal manganello alla carabina, fino alle bombe nelle piazze e nelle stazioni. Sempre con la complicità di quello stato "categoria dello spirito". Ma allora questa nostra borghesia è proprio tutta così? Noi continuiamo a pensare di no; ma se non ora, quando dovrebbe manifestarsi quella "buona"? Non sarebbe questo il momento giusto per farci capire che il bipolarismo italiano è davvero possibile, perché è possibile un'alleanza fra persone per bene, oneste, operose, giuste, a prescindere dalla classe sociale d'appartenenza? Non sarebbe questo il momento, per quella supposta borghesia buona, per distinguersi dai compagni di classe più truculenti?
Comunque, continuando a perseverare nel linguaggio antico, a questo punto si pone l'inesorabile domanda: che fare? Stretti come siamo tra la necessità di salvare il Paese e non consentire l'ennesima strage di giustizia, sembrerebbe già decretata la nostra condanna all'immobilità. Ma non è così. Se è vero, come a noi pare, che niente di quanto prospettato sia fatale, e che tutto sia invece dettato solo ed esclusivamente dai rapporti di forza, non ci resta che mettere in campo la forza delle nostre ragioni accompagnata da quella della nostra gente, per tentare di spostare le posizioni del governo Monti verso una maggiore scienza e coscienza, allontanandole il più possibile dall'egoismo e dall'arroganza. Chiediamo che siano tolte le mani dalla pensione della nonna e che siano messe sulle grandi ricchezze di quelli che campano a sbafo. Conosciamo l'argomento contrario: non si possono tassare i patrimoni, intanto perché è difficile identificarli (?); e poi perché altrimenti i capitali scapperebbero all'estero. Questo la dice lunga sul legame che i possessori italiani di capitali hanno col Paese. Forse dovremmo rivedere e approfondire un tantino il concetto di italianità, se da una parte si considerano italiani questi sedicenti signori, che restano in Italia solo se pagano gli altri; e dall'altra si vorrebbe negare la cittadinanza a chi in Italia è nato, ha studiato, lavora e paga le tasse, vuole restarci e contribuire al suo benessere col proprio lavoro, ma ha la pelle nera.
Se la lotta di classe è, come dicono alcuni, una vecchia categoria del Novecento, qualcuno avvisi la borghesia italiana, ché sembra non essersene accorta. In ogni caso, restiamo più allerta che mai. In questo momento cruciale, è necessario mantenere la calma e la determinazione. Non facciamoci intimidire, non demordiamo, non abbandoniamoci alla rassegnazione: la lotta politica non è una categoria dello spirito, ma lo spirito è una categoria della lotta politica.
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Ultimo aggiornamento (Martedì 06 Dicembre 2011 16:44)







