La morte di Luigi Mastrogiacomo è una storia di degrado che non salva nessuno
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di Ivano Alteri 19 nov 2011 - È la prima volta che ci accingiamo a scrivere di un argomento sindacale che ci ha riguardato personalmente, anche se in un lontano passato. Ma la nota di Angelino Loffredi e Lucia Fabi sull'Annunziata di Ceccano, pubblicata qualche giorno fa su Edicolaciociara.it, e soprattutto le calde sollecitazioni di Angelino, ci spingono a fare eccezione alla regola, che per altro intendiamo continuare a rispettare.
La vicenda dell'Annunziata di Ceccano, e degli altri stabilimenti del gruppo, ci ha coinvolto molto profondamente, sia dal punto di vista politico sia umano. Conoscevamo da tempo la situazione industriale degli stabilimenti, erosi da un'assenza pressoché totale di innovazione tecnologica e organizzativa, invischiati in clientelismi elettoralistici e assistenzialismo statale perpetuo. Essi erano ormai gonfi di personale in perenne cassa integrazione, privi della benché minima manutenzione, impegnati in effimere commesse-spot, senza capacità manageriali idonee a produrre i necessari interventi, con le maestranze e le associazioni sindacali, per non dire delle istituzioni, assuefatte ad un andazzo deprecabile, allo sperpero di denaro pubblico, all'indolente tirare a campare. Fino a quando tutti i nodi non sono venuti inesorabilmente al pettine.
Allora, il cielo di Ceccano si popolò di stormi di avvoltoi pronti ad avventarsi sulla carcassa putrescente della "fabbrica": stimati professionisti, salvatori della patria, arraffatori di ogni razza e colore, non esclusi gli stessi inqualificabili proprietari autori del disastro, si misero all'opera per lucrare ancora e impunemente sulla pelle altrui, indifferenti all'annichilente significato economico, sociale e politico che avrebbe avuto la chiusura dello stabilimento. Solo pochi temerari, tra i quali amaramente ci annoveriamo, fino alla fine non si arresero a questa conclusione che a tutti gli altri, più o meno interessatamente, sembrava fatale.
Quei pochi insistettero nel ritenere che gli stabilimenti fossero realisticamente ancora salvabili. Certo, non mantenendo quell'andazzo, ma riducendo sostanzialmente e riorganizzando le maestranze, investendo nell'innovazione tecnologica, innovando il prodotto, cercando nuove nicchie di mercato, ecc. Fino ad un certo punto tutto questo fu tentato, anche con determinazione, da parte di quei pochi testardi pur presenti tra i lavoratori, sindacalisti, amministratori, dirigenti aziendali, istituzioni, politici (tra i quali, ci teniamo a ricordare, si distinse per impegno il sen. Lino Diana); ma prevalsero gli appetiti più animaleschi, presenti in ogni tempo e luogo, che tra parcelle professionali, prebende utili a rompere l'unità dei lavoratori, promesse, ricatti, minacce, offese e quant'altro, furono infine soddisfatti.
La morale di questa storia è che, come noi ci rifiutavamo di credere, il nostro territorio si è mostrato decisamente incapace, per cattiva volontà e inettitudine, di risolvere una situazione non ancora del tutto compromessa; che, anzi, se affrontata con schiettezza avrebbe non solo ancora garantito lavoro a numerose famiglie, ma avrebbe anche suggerito una via, fornito un qualche strumento in più, sicuramente una maggiore consapevolezza, per affrontare quella bufera che poi si sarebbe abbattuta su tutti noi e che avrebbe disastrato il tessuto industriale della provincia. È una storia di degrado che non salva nessuno; è la rappresentazione plastica di una provincia senza comunità, senza classe dirigente degna del nome, senza attributi, vittima e produttrice di un'incultura che giustamente ci fa vergognare di essere ciociari.
Angelino e Lucia non demordano, tuttavia, dal raccontarne le vicende, poiché alla sventura di essere cattivi protagonisti di una pessima storia, si aggiungerebbe il tragico aggravante di non saperlo.
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