"Deregulation" tanto semplice e tanto delittuosa
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di Ivano Alteri, 20 set 2011 - Può capitare anche ai più ardenti sostenitori del centro sinistra, di cadere preda dello scoramento e non sapere più neanche cosa sperare; di cedere alla rabbia, e prendersela con i propri rappresentanti per non essere capaci di allontanare dalla politica un figuro tanto palesemente nefasto come Silvio Berlusconi. Sono reazioni perfettamente comprensibili, data la situazione, ma da cui potremmo tranquillamente liberarci se riuscissimo a tenere sempre conto di alcuni aspetti che caratterizzano la nostra realtà.
Il più evidente tra essi, è noto, consiste nella concentrazione nelle mani di Berlusconi di poteri che in altri paesi sono separati: quello economico, quello esecutivo, quello legislativo, quello dell'informazione. Già questa miscela sarebbe sufficiente per mettere spalle al muro ogni avversario, per quanto determinato e attrezzato sia. Non a caso le moderne democrazie si fondano proprio sulla divisione di quei poteri, anche con esplicite norme costituzionali.
Ma come possiamo vedere parliamo ancora, e soltanto, di "strumenti" dell'azione politica. Prima ancora, però, è proprio il tipo di azione politica che pone Berlusconi, ma potremmo anche dire la destra mondiale in generale, in una condizione di vantaggio rispetto agli avversari progressisti. Basti ricordare che l'inizio del presente e disastroso ciclo economico coincide con la cosiddetta "deregulation" reaganiana degli anni '70, cioè quella non-politica che consiste nel lasciar fare al più forte ciò che più gli conviene, convinti che "riempiendo di biada la bocca del cavallo, qualcosa cadrà a terra e così potranno mangiare anche i topi" (dove i topi saremmo noi), come ebbe a dire lo stesso Reagan. Era ed è una politica semplice da attuare, bastava e basta cancellare delle norme, deregolamentare, appunto. Quarant'anni dopo stiamo ancora pagando il prezzo di quella decisione tanto semplice. Essa oggi travolge tutti, rivelando definitivamente il suo carattere deleterio; ma nel frattempo ha ulteriormente arricchito i ricchi, loro amici, impoverendo ulteriormente i poveri, amici nostri; in tutto questo tempo, infatti, poco e niente è caduto dalla bocca del cavallo.
È evidente, quindi, che quella concezione della vita sociale non ha bisogno della politica per costruire, ma, eventualmente, per distruggere. Si potrebbe anche sostenere che quella tale concezione non ha quasi bisogno di politica. Se torniamo con la memoria a questi ultimi anni, notiamo che Berlusconi non ha "fatto" altro che questo, nel corso della sua intera attività pubblica: demolire ciò che era stato costruito, con indicibili sacrifici, dalle generazioni costituenti negli ultimi sessant'anni. Distruggere, è stata ed è la sua attività principale. Contro la politica.
È altrettanto evidente, invece, che il movimento progressista internazionale ha bisogno di "costruire" con la politica, per sostenere gli interessi dei più. E costruire non è facile come distruggere. Per dare tutele al lavoro, per costruire il Walfer State nel mondo, c'è voluto un secolo di dibattiti e lotte, di carcerati, torturati, esiliati e trucidati; per distruggerlo, in Italia è bastato assoldare un Brunetta o un Sacconi qualsiasi.
Quello del gruppo dirigente progressista e del popolo progressista globali, insomma, è un compito immane, che può sfiancare le volontà più tenaci e gli ingegni più brillanti, può apparire chimerico e desolatamente lontano, troppo "totalizzante" e a volte crudele nel chiedere sacrifici. Ma, nonostante tutto, è ancora vivo e vegeto; in Italia e nel mondo, riesce ancora a condizionare il dibattito politico mettendo in luce i bisogni dei più, a condurre battaglie che riescono a plasmare le culture dell'intero pianeta, ad arrestare gli istinti più truculenti ed egoistici, a coinvolgere in attività concrete milioni di persone che intendono avere cura della vita associata.
Forse, se riuscissimo ad avere sempre presente tutto questo e a non dimenticarci della vertiginosa altezza del compito che abbiamo liberamente assunto, allora potremmo renderci finalmente immuni da frustrazioni e scoramenti, e tornare a considerare il nostro come un impegno che, si diceva una volta, può riempire degnamente una vita.
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Ultimo aggiornamento (Martedì 20 Settembre 2011 18:35)







