Uragani e politica
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di Ivano Alteri, 30 ago 2001 - Nelle vicende americane di questi giorni relative all'uragano Irene, c'è qualcosa di rivelatore sulla distanza che separa la logica della lotta politica da quella del semplice cittadino. Il "buon senso" che sembra guidare quest'ultima deve spesso arrendersi di fronte all'imperscrutabilità delle ragioni della prima. A questo punto, il cittadino ha due possibilità: pensare che la politica abbia ragioni che lui non conosce o non capisce; oppure pensare di essere turlupinato dalla politica, i cui comportamenti sarebbero guidati non da ragioni "troppo complesse", ma indicibili.
Riassumendo i fatti: gli scienziati comunicano alle autorità l'arrivo di un uragano di una certa potenza distruttiva; le autorità lanciano l'allarme, organizzano la macchina della prevenzione e dei soccorsi con consigli ed evacuazioni; arriva l'uragano e fa "solo" trentotto morti e miliardi di danni; l'uragano è declassato a "tempesta post-tropicale"; le autorità sono accusate d'allarmismo. Ricordiamo ora una situazione opposta: l'allora Presidente Bush, viene informato dalla comunità scientifica dell'arrivo dell'uragano Katrina; non muove un dito; arriva l'uragano e miete migliaia di vittime, le popolazioni vengono soccorse dopo giorni; le autorità sono accusate di gravi inadempienze. Intrecciando le due esperienze, dovremmo dunque concludere che: a fronte di rischio imminente per le popolazioni il Presidente dovrebbe, sì, lanciare l'allarme, predisporre i piani d'evacuazione e gli eventuali soccorsi (come non ha fatto Bush); ma dovrebbe anche stare attento a non organizzare il tutto troppo accuratamente (come probabilmente hanno fatto Obama e le altre autorità statali e territoriali), poiché se l'opera di prevenzione dovesse avere troppo successo, l'esiguo numero dei morti potrebbe non essere sufficiente a giustificare l'allarme lanciato.
Non siamo sicuri di aver descritto con sufficiente chiarezza l'arzigogolo concettuale che ci troviamo di fronte; ma se vi si è creato un groviglio di neuroni nel cervello, vuol dire che avete capito benissimo.
Purtroppo dobbiamo dedurne che chi si oppone alle decisioni politiche di qualcun altro lo fa spesso in modo pregiudiziale almeno quanto chi le sostiene, a prescindere dal merito. Di peggio, bisogna segnalare che, mentre ieri quest'atteggiamento era giustificabile facendo riferimento ai fini "alti" della politica (il fascismo, l'anti fascismo; il comunismo, l'anti comunismo; la rivoluzione, la conservazione o la reazione ecc., per quanto essi stessi siano stati strumentalizzati per bassi scopi), oggi il tutto è ridotto a gestione amministrativa del presente, senza fini ultimi, né alti né bassi. La politica, in nome di una generica e paradossalmente inconsistente concretezza, ha scavato negli ultimi decenni la fossa in cui rischia di essere sepolta; l'illusione utopica di certa politica, specialmente di sinistra, di potersi limitare alla buona gestione dell'esistente, in assenza di valori trascendenti, sovrastanti le nostre minuscole vite, ha indotto i politici e gli stessi cittadini ad una misurazione meschina dei fatti politici; tale per cui ogni tentativo di aggiungere valore a quei fatti, prima ancora che inutile risulta sospetto. E chiedersi come se ne potrebbe uscire diviene un atto puramente masochistico, buono per i pervertiti.

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