Si fermerà la deriva degli accordi sindacali separati?
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di Ivano Alteri 18 lug 2011 - Discettare sul carattere più o meno "storico" dell'accordo sottoscritto da CGIL CISL e UIL con Confindustria sulla nuova struttura contrattuale, non è certo la cosa più urgente da fare ora; ce lo dirà il tempo. Ciò che più conta, in questo momento, è verificare se si sia arrestata la tendenza alla destrutturazione contrattuale e agli accordi separati perseguita tenacemente dalla Fiat di Marchionne, da certi settori imprenditoriali filo berlusconiani, da certa politica, e fino a ieri assecondata, per ragioni imperscrutabili, da Cisl e Uil. Alcuni commentatori hanno interpretato l'accordo come un cedimento della Cgil e una legittimazione della linea-Marchionne. A noi pare, al contrario, che vi sia non solo l'arresto di quella linea destrutturante e anti sindacale (come sancito dalla recente sentenza del tribunale di Torino), ma il totale cambiamento di rotta rispetto ad essa; il ché rende l'accordo di gran significato sindacale e non minore significato politico.
Le reazioni dello stesso Marchionne all'accordo sono già un primo indizio. Egli, infatti, in una lettera alla Presidente di Confindustria, Marcegaglia, auspica che siano compiuti dei "passi che ci consentono di acquisire quelle garanzie di esigibilità necessarie per la gestione degli accordi raggiunti per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco", senza i quali gli stessi accordi, sembra di capire, non sarebbero gestibili; per concludere con un vero e proprio ultimatum: "Ho il dovere di informarti che in caso contrario, Fiat e Fiat Industrial saranno costrette ad uscire dal sistema confederale con decorrenza dal 1 gennaio 2012". È evidente che l'accordo non gli piace.
Al contrario, ci sono delle ottime ragioni perché piaccia a noi.
1) Con esso si crea finalmente un sistema di certificazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali nel settore privato, come quello già esistente per il pubblico impiego. Questa norma consente di uscire da quella giungla in cui per un'organizzazione sindacale era possibile trattare in nome di tutti senza verificare la sua effettiva rappresentatività. Se fosse già esistito a suo tempo, molti degli accordi separati non ci sarebbero stati, in quanto i sottoscrittori sindacali sarebbero risultati rappresentativi di una minoranza di lavoratori. 2) Si conferma la centralità del contratto nazionale, che garantirà pari trattamenti economici e normativi a tutti i lavoratori italiani del relativo settore. Questo passo è particolarmente importante, per due macro ragioni: a) si ribadisce che è il contratto nazionale a decidere che cosa demandare alla contrattazione aziendale e in che misura (come del resto già accade, per ovvie ragioni di adattabilità della normativa nazionale alle esigenze delle singole realtà produttive), senza lasciare le Rsu in balia della forza sproporzionata delle aziende; b) sconfigge, con Marchionne, tutta quella concezione autoritaria delle relazioni industriali, che aveva quale obiettivo finale l'eliminazione di ogni riferimento alla funzione sociale dell'impresa, prevista costituzionalmente, per sancire la definitiva supremazia del profitto quale unica funzione dell'attività economica, e perciò tanto cara alla destra declinante. 3) Nell'ambiente protetto creato da queste norme, l'accordo assegna un maggiore ruolo alle Rsu (democraticamente elette dai lavoratori) e regolamenta anche l'attività contrattuale della Rsa (nominate dalle organizzazioni sindacali) creando anche per loro una verifica della rappresentatività e prevedendo il ricorso al referendum dei lavoratori qualora richiesto da un'organizzazione sindacale dissenziente o dagli stessi lavoratori. 4) Consente di regolamentare il ricorso allo sciopero, senza violare il diritto individuale, costituzionalmente garantito, a ricorrervi in caso di dissenso con le decisioni aziendali. 5) Si ribadisce la richiesta ai governi di mantenere e aumentare gli sgravi fiscali e contributivi già previsti per la parte di reddito da lavoro derivante dalla contrattazione decentrata.
Senza entrare troppo nei dettagli tecnici (per i quali rimandiamo alla lettura del testo), ci pare quindi di poter trarre alcune conclusioni che smentiscono i commentatori preconcetti, e aiutano a capire coloro che hanno aderito alle battaglie per la difesa dei diritti e degli interessi dei lavoratori. Riassumendo: la linea Marchionne è stata battuta con il concorso della stessa Confindustria; è confermata la centralità del contratto nazionale; la contrattazione decentrata resta complementare, e non alternativa, ad esso; nessun'azienda può scegliersi il sindacato che desidera; il ricorso al referendum è già esigibile in alcune situazioni e consentito in ogni caso; le organizzazioni sindacali ritrovano l'unità necessaria per favorire una nuova stagione di rilancio del lavoro; torna in auge la "confederalità", che è l'unica garanzia in difesa dell'interesse generale e a protezione dalle derive corporative propugnate dallo stesso Marchionne in combutta con i reazionari al governo; le lotte dei lavoratori, dunque, non sono state vane. Se proprio vogliamo individuare un limite nell'accordo, esso risiede nel fatto che riguarda soltanto i settori che fanno riferimento a Confindustria; sarebbe auspicabile, quindi, la sua estensione agli altri settori.
Pur senza considerare il contesto di vacche magre e il vento conservatore che imperversa per il mondo, ci sembra che sia stato fatto un buon lavoro e che molto altro si possa ancora fare in futuro, con la partecipazione sempre più attiva dei lavoratori.
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Ultimo aggiornamento (Lunedì 18 Luglio 2011 18:17)






