Il Caimano a caccia di ribalta
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di Ivano Alteri 19 apr 2011 - Dalla piega che stanno prendendo le ultime iniziative del premier, ci pare che la situazione politica di Silvio Berlusconi stia peggiorando di giorno in giorno. La sua azione di Capo del Governo in difesa della sua persona e contro la Magistratura, infatti, produce un valore ambivalente. leggi tutto
Quel che molti commentatori hanno già notato, è l'aspetto per lui positivo, cioè la trasformazione in ribalta mediatica dei processi di Milano in vista delle amministative. Ma, secondo noi, non hanno ben considerato le conseguenze politiche della sua azione, per lui invece piuttosto negative.
La necessità di nascondere il proprio passato, economico e non solo, lo costringe a tenere comportamenti che collidono con l'altra sua necessità di costruirsi una qualche immagine di statista, che gli è indispensabile per fornire una minima credibilità alla sua azione politica, interna e internazionale. Quella fin ora rabberciata si regge soltanto sulle affermazioni interessate dei suoi fedelissimi ("Berlusconi è un grande statista!), e non ha alcun riscontro né fra i cittadini italiani, né nelle istituzioni italiane ed europee, né tanto meno nell'agone politico internazionale. Anzi, ad ogni occasione si accentua la connotazione personalistica e disperata dei suoi atti. Si dirà: ma intanto continua ad avere i suoi convinti sostenitori; i capannelli davanti ai tribunali starebbero a testimoniarlo. Certo, ma anche loro sono costretti a scendere in piazza per "salvare Silvio", ridotti alla stregua dei "sostenitori di Gheddafi", mentre gli altri cittadini italiani scendono in piazza per difendere il lavoro, la scuola pubblica, l'acqua pubblica, la libertà d'informazione, l'onore delle donne, la laicità dello stato, la Costituzione... un intero mondo d'idee e valori!
Per uscire da questa situazione piuttosto imbarazzante, ed umiliante per i suoi sostenitori più appassionati, gli servirebbe una vera natura di statista, che riuscisse a fornire degli orizzonti un po' più ampi dei suoi interessi e della sua piccolissima persona, tali da prefigurare un futuro per tutti, o perlomeno per molti. Ma non è la sua. Può, infatti, uno statista scagliare sistematicamente un'istituzione contro l'altra per scappare dai processi che lo riguardano e per difendere i propri strettissimi e opacissimi interessi? Certo che no. Può, d'altra parte, egli rinunciarvi? Evidentemente no. Così, sempre più Berlusconi appare e apparirà soltanto un "signore" che fa arricciare il naso persino ai suoi stessi colleghi di "classe"; i quali, mentre approffittano della regressione di reddito e di diritti che egli causa alla gran parte dei cittadini italiani, tentano contestualmente di tenersene più lontani possibile per non rischiare di sporcarsi (ulteriormente, avendone già di loro). E sarà per lui sempre più difficile avvicinarli, finché i lati oscuri della sua storia personale continueranno ad accentuarsi, e le parti grige a diventare sempre più nere. Ma se avesse potuto chiarire, lo avrebbe già fatto. Si può allora ipotizzare che il suo desiderio, quasi puerile, di essere finalmente accettato nei "salotti buoni" della borghesia italiana e di acquisire una qualche statura di statista, sia condannato ad infrangersi su ispidi scogli.
Se dal punto di vista elettoralistico, dunque, un qualche risultato positivo potrebbe strapparlo grazie ad una competizione dopata dalla ribalta mediatica, da quello politico ci pare un vero disastro.
Ma anche a livello amministrativo, a guardar meglio, le cose per lui non sono così rosee. Se alle elezioni di Milano è costretto a mettere il suo nome nel simbolo, sovrastando quello della candidata sindaco Letizia Moratti, qualche problema ci sarà pure. È già uno sconcio mettere il nome di una persona in un simbolo di partito; ma perché aggiungervi addirittura il nome di una persona non candidata? Perché il nome della candidata vera non basta? I risultati amministrativi non sono lusinghieri? È necessario parlare d'altro, di confondere l'elettorato, per racimolare voti? Allora il problema deve essere che non esiste ancora, dopo quasi un ventennio di dominio berlusconiano, una classe dirigente berlusconiana capace di competere con la professionalità e credibilità degli avversari; che in luogo di una classe dirigente c'è soltanto un codazzo di questuanti e parvenu della politica, fuggiaschi e intrallazzatori, voltagabbana e gente di belle speranze (alle spalle), che da sé non sa reggere il fronte. All'interno delle limpide regole democratiche, della leale competizione politica, insomma, la ciurma berlusconiana da mostra di non saper vincere, di aver bisogno degli effetti speciali del capo, dei suoi equilibrismi borderline o di vere e proprie forzature della legalità, per nascondere lo squallore della realtà che produce, dell'incultura politica che l'anima, dell'approssimazione amministrativa che la caratterizza.
D'altra parte, quelli che dovrebbero sostenerlo per interesse lo tengono distante; e i cittadini che lo sostengono palesemente sono ridotti a comparse sbraitanti, come quelle donne del folklore napoletano che piangono a pagamento ai funerali altrui. Quanto può durare questo loro stato di minorità culturale? Quanto può durare questo "vuoto" politico? Quanto possono durare ancora Berlusconi e il berlusconismo, prima che qualcosa di più presentabile e meno semplicistico gli rubi la scena?
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Ultimo aggiornamento (Martedì 19 Aprile 2011 13:02)






