Si possono scoprire mondi sconosciuti, seguendo le orme di chi si è smarrito
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di Ivano Alteri 8 apr 2011 - "Ma non seguitemi, mi sono perso anch'io" dovrebbe essere l'incipit di qualsiasi testo pubblicato in questo nostro tempo caotico e (quasi) inintelligibile a noi contemporanei. Specialmente se scritto da sinistra, dove lo smarrimento è tanto evidente. Esso è infatti presente, opportunamente anche se implicitamente, nel libro di Edgar Morin, pubblicato in Italia da Erikson all'inizio del 2011, dal titolo "LA MIA SINISTRA-Rigenerare la speranza" (con una presentazione di Niki Vendola e una post-fazione di Mauro Ceruti), dove si ripropongono alcuni interventi di Morin apparsi su importanti quotidiani e riviste europei. L'autore, che si autodefinisce un gauchista di destra, propone di rifondare l'intero pensiero della sinistra mondiale, a partire dalle esperienze degli ultimi trecento anni, e di ricomporne la struttura sulla base della formula trinitaria "libertà-uguaglianza-fratellanza", dell'eredità illuminista rivoluzionaria.
Perfettamente consapevole di tale smarrimento e dell'umiltà necessaria ad affrontare cotanta discussione, egli indica e affronta alcuni temi fondamentali che consentono di andare alle radici del pensiero della sinistra, di renderla edotta di cosa sia mancato, o di cosa ci sia stato di troppo, per ridursi a perdere quasi ogni traccia della rotta politica da tenere; e, con qualche probabilità, di scoprire anche quale possa essere la nuova. Una rifondazione del pensiero che prenda a riferimento la condizione attuale del mondo, riunificato economicamente, tecnologicamente ed esistenzialmente nella "comunanza di destino", dopo la millenaria diaspora umana; avendo in mente non più, o non solo, le tante piccole patrie ma una grande "Patria-Terra"; e con l'obiettivo di trasformare il frammentario genere umano in Umanità; ragionando, infine, da rivoluzionari-conservatori, per "rivoluzionare tutto, conservando però i tesori della nostra cultura".
Uno di questi temi (per gli altri rimandiamo alla lettura del libro) è lo Stato Sociale, strumento utilizzato per lunghi decenni dalla sinistra politica mondiale per lenire la povertà.
La lotta contro la povertà è alle origini di ogni concezione della sinistra; essa è radicata nel più profondo del suo animo, già nell'impeto del rivoltoso, prima ancora che imparasse a esprimere alcunché di storicamente efficace. La tradizione cristiano-cattolica affronta il tema facendo ricorso al "gesto gratuito" della carità. Ma alla sinistra questo non è mai bastato; essa ha sempre pensato, non a torto, che di gratuito in quel gesto non vi fosse niente; e che, invece, servisse soltanto a ripulire ipocritamente qualche coscienza e soprattutto a conservare accuratamente l'insopportabile status quo tra presunti diseguali. Era, dunque, un gesto ben atrocemente pagato. Non a caso Papa Woytila ebbe a dire che il comunismo era stato un male necessario: esso aveva risvegliato l'attenzione sulla povertà che la Chiesa aveva perduto da molto tempo. La sinistra, quindi, ha cercato di dare una risposta politica al problema, proprio allo scopo di eliminare tutto quanto vi fosse di peloso nell'elargire l'elemosina ai poveri mentre li si manteneva scientemente in povertà.
Per avere ben chiaro cosa tutto questo abbia significato e significhi storicamente, ci è gradito ricordare lo struggente aneddoto di un cristiano-rivoluzionario francese dei primi del Novecento, completamente immerso nell'epica battaglia del tempo contro la povertà, al quale provocatoriamente un giornalista pose una questione complicata. "Lei vorrebbe eliminare la povertà" gli disse "ma Nostro Signore Gesù Cristo ha detto che i poveri esisteranno sempre; se si eliminassero tutti i poveri, dunque, Nostro Signore avrebbe torto". "Vabbè" rispose il cristiano-rivoluzionario "allora vorrà dire che lasceremo due o tre poveri assistiti dalla comunità, per non far torto a Nostro Signore".
La spinta propulsiva di questo prodigioso umanitarismo si è esaurita, secondo Morin, da una parte nel disastro politico, sociale e umano dell'esperienza sovietica, realizzata dalla sinistra marxista-leninista; e, dall'altra, nella burocratizzazione della solidarietà attraverso cui lo Stato Sociale, ideato dalla sinistra socialdemocratica, ha erogato la propria assistenza ai poveri e cercato di ridurre la povertà. Nel primo caso, con la catastrofica implosione del sistema e la sua confutazione storica. Nell'altro, con la separazione del gesto gratuito della solidarietà dal singolo individuo, che ha comportato l'inaridimento della terza componente trinitaria, la fratellanza. Essa, che a differenza delle altre non è "normabile", non è misurabile né delegabile, oggi, con ogni evidenza, risulta essere quella che teneva armoniosamente insieme le antagoniste libertà e uguaglianza, da essa stessa rese complementari.
Tutto ciò non deve significare, per la sinistra, l'auto misconoscimento di quanto essa ha fatto, nel corso della storia, per gli esseri umani oggetto di sopraffazione; la condizione di relativo agio in cui noi oggi viviamo, non è dato dal solo sistema economico egemone, ma da tutto quanto nella storia si è generato pro e contro, a seguito del conflitto tra gli antagonismi più generali. Tuttavia è innegabile che Morin offra degli spunti di riflessione da non trascurare, e che vada accolto in suo caldo invito alla "complessificazione" del pensiero, proteso a rendere gli antagonisti complementari.
Si possono scoprire mondi sconosciuti, seguendo le orme di chi si è smarrito.
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