Riformare: verbo di difficile comprensione
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di Ivano Alteri 12 mar 2011 - Gli italiani sono "sotto riforma", più o meno istituzionale, da circa vent'anni. E hanno ormai la pessima impressione che "riformare" in Italia significhi di fatto "peggiorare" le condizioni attuali. Scorrendo la storia degli ultimi decenni, ci facciamo un'idea abbastanza chiara di cosa sia avvenuto concretamente nell'atto riformatore, oltre le nostre personali opinioni. leggi tutto
Alcuni esempi. L'accordo governo-sindacato-imprese per una "politica di tutti i redditi", che di fatto ha frenato soltanto i redditi da lavoro, portandoli al livello più basso tra quelli europei; la riforma delle pensioni, reiterata in più fasi, che ha di fatto cancellato la pensione pubblica per i più giovani e le generazioni future, senza riuscire a creare quella "integrativa"; la riforma del mercato del lavoro, che al posto della "flessibilità" ha introdotto la "precarietà" della vita per milioni di persone, soprattutto giovani (e senza fare un passo in avanti sul piano economico); le varie riforme fiscali, che hanno di fatto garantito il permanere dell'elusione e dell'evasione per i redditi alti e falcidiato quelli da pensione e da lavoro; la riforma elettorale, che ha stroncato ogni possibilità di scelta del cittadino, rimettendo la rappresentanza politica nelle mani di sei-sette persone; la riforma dello stesso Titolo V, che rischia di trasformarsi oggi nella secessione che voleva contrastare; ed ora l'annunciata riforma della giustizia, che vorrebbe consegnare al potere politico la decisione di scelta dei reati da perseguire (mettendo al riparo le caste e le cricche) ed eliminare il principio di divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario (fondante di ogni democrazia occidentale).
Tutta questa fregola riformistica non ha fatto altro che consolidare vieppiù l'idea che in Italia le riforme siano soltanto una gran fregatura per i normali cittadini, che esse servano soltanto a distruggere quanto costruito con fatica dai nostri avi col sudore e col sangue, allo scopo di conservare le varie caste e i relativi privilegi. Purtroppo, non crediamo di sbagliare se pensiamo che questa convinzione sia piuttosto diffusa tra i cittadini, che sia penetrata nel profondo delle loro coscienze, che si sia strutturata nel "senso comune". Ormai tutti sentono che l'esigenza di apportare alcune riforme si è trasformata in un delirio, di onnipotenza per alcuni, di impotenza per altri. C'è infatti chi (come la Semiramìs di Dante che "A vizio di lussuria fu sì rotta/ che libito fé licito in sua legge/ per tòrre il biasmo in che era condotta") non vede l'ora di sbarazzarsi di tutte quelle norme che ne svelano il suo carattere maligno; e chi pensa di risolvere i problemi politici, come la stabilità dei governi e la tenuta delle maggioranze parlamentari, a colpi di norme costituzionali o di leggi elettorali. Entrambi pensano di poter far passare le loro decisioni sulla testa del popolo bue, incapace per definizione d'intendere e di volere. Questo delirio, ideologicamente indirizzato contro la gran parte dei cittadini, e molto offensivo nei loro confronti, ha ironicamente e tragicamente sminuito ogni credibilità delle riforme che servono davvero.
In particolare la riforma della Costituzione, pensiamo noi, dovrebbe essere affrontata riponendo grande fiducia nei riformatori, perlomeno pari a quella di cui hanno goduto i padri fondatori. Ma di questa fiducia non c'è traccia, come non c'è traccia di quella dirittura morale, di quella lungimiranza di cui i padri fondatori hanno dato ampia testimonianza. Cosa ne potrà venire fuori? Come si fa a credere all'ennesima promessa di riforma e a non pensare che si tratti in realtà dell'ennesima minaccia?

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Ultimo aggiornamento (Sabato 12 Marzo 2011 16:00)







