Popoli in rivolta
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di Ivano Alteri 5 mar 2011 - Più di un cronista, erroneamente, ha definito "rivoluzioni" i moti popolari in corso nel Maghreb. In realtà, non di rivoluzioni si tratta ma di "rivolte". La distinzione non è peregrina e potrebbe essere utile a meglio comprendere, oltre a quel che accade lì, anche quanto accade, e quanto potrebbe accadere, in casa nostra.
Caratteristica peculiare delle rivoluzioni è che abbiano una guida, teorica e militare, che fornisca dall'alto indicazioni operative ed obiettivi "istituzionali" finali. leggi tutto
Caratteristica peculiare delle rivolte, invece, è proprio non avere alcuna guida né alcun obiettivo "istituzionale" finale, ma essere soltanto un irrefrenabile moto individuale dal basso che chiede, senza ancora alcuna contraddizione, giustizia e libertà insieme. Questa caratteristica, che fa apparire le rivolte velleitarie, in realtà attribuisce loro una purezza, un valore di "limite", che le rivoluzioni perderanno quando, nell'esercizio della loro funzione, oltrepasseranno a loro volta quel limite (atto che in origine ha suscitato la rivolta stessa) e andranno così necessariamente a cozzare proprio sulle contraddizioni tra le ragioni pure della rivolta e i mezzi che la rivoluzione utilizza per perseguirle. Se il fine giustifica i mezzi, cosa resta che giustifichi il fine? Non si torna così allo stesso nichilismo contro cui ci si era rivoltati? L'uscita da questo dilemma consisterebbe nel trovare la giusta "misura" tra le ragioni profonde della rivolta e i mezzi contradditori che la rivoluzione necessariamente utilizzerà per la loro parziale attuazione, tra quelle ragioni che la rivolta "sente" come irrinunciabili e le altre che fatalmente cesseranno di essere obiettivi immediati del nuovo ordinamento per divenirne obiettivi, per così dire, escatologici. Questo è il difficile compito che attende i popoli in rivolta. (Quest'apologia della rivolta, e soprattutto la detrazione della rivoluzione, costarono all'autore de "L'uomo in rivolta", Albert Camus, anche l'amicizia e il sostegno del suo compagno di lotte Jean Paul Sartre, oltre all'isolamento e alle feroci critiche di molti altri intellettuali del tempo, francesi e non.)
Ora ci è chiaro perché quelle nordafricane siano delle rivolte e perché abbiano un grande valore in sé, senza aspettarne l'esito istituzionale: esse hanno dettato una nuova e più alta definizione di umanità, hanno alzato il limite al di sotto del quale niente è più umano; hanno ricordato ai potenti che, se vige la legge del più forte, "i più" sono più forti "dei meno". Questo valore si è diffuso e ha coinvolto l'intero pianeta. Tanto che noi stessi possiamo oggi darne la misura, paragonando semplicemente il giudizio che avevamo di quei popoli ieri, quand'erano succubi, e quello che abbiamo di loro oggi, che si sono rivoltati. La differenza tra questo e quel giudizio è la misura di quel valore; ieri li pensavamo come figli di un dio minore, oggi sono loro a definire cosa voglia dire vivere con dignità. Oggi sono loro che hanno segnato il limite.
Questo sentimento ha fatto sì che la rivolta di un piccolo popolo come quello tunisino abbia infiammato tutti i popoli nordafricani, ne abbia scossi tanti altri in medio oriente, ed ora anche in Cina (e sarebbe ben strano se non accadesse, prima o poi, anche nell'India delle caste e degli "intoccabili", o a Cuba, come auspicato da Nichi Vendola); essi si sono accorti di essere condannati a quell'esistenza meschina non dal fato, ma da precise volontà, da precise complicità e dall'indifferenza delle moltitudini. Neanche i popoli occidentali o "occidentalizzati" si sentono più esclusi da quell'eventualità: è di questi giorni il monito di Gorbaciov sui pericoli di rivolta in Russia e nell'area.
E in Italia? Vi sono, nel nostro paese, le condizioni per una rivolta? È pervenuto il valore del limite? Anche qui da noi c'è un potere straripante, opprimente, cinico, scoperto nemico del pubblico interesse, istintivamente tirannico. E c'è anche un popolo che quotidianamente scende in piazza, spesso a prescindere da ogni guida. È un popolo di varia estrazione che si definisce con esattezza "contro" quel potere smodato e umiliante; che sa anche piuttosto bene di avere in comune un ampio bagaglio valoriale, il senso di quel limite; ma che non sa trovare gli uomini giusti per rappresentarlo e renderlo esecutivo. Proprio come un popolo in rivolta.
Ma ha un vantaggio rispetto agli altri: il popolo italiano non ha bisogno immediato né di guide né di rivoluzioni, poiché non ha bisogno di alcun nuovo ordinamento; il popolo italiano un ordinamento in cui riconoscersi ce l'ha già, è la Costituzione Repubblicana; in essa è racchiuso il suo bagaglio culturale e il valore di quel limite; in essa, giustizia e libertà hanno trovato il loro equilibrio, già sperimentato proficuamente per oltre sessant'anni. Con la Resistenza e la Costituzione, la rivoluzione democratica in Italia è già avvenuta, ora si deve soltanto impedire che venga sovvertita. E questo è un compito alla portata di un popolo in rivolta.
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Ultimo aggiornamento (Lunedì 07 Marzo 2011 12:39)






