Dopo Mirafiori cosa accadrà?
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di Ivano Alteri 10 gen 2011 - Per giudicare adeguatamente quanto sta accadendo "dentro" la Fiat (di Pomigliano prima e di Mirafiori ora; quando a Cassino?), bisognerebbe avere ben presente anche cosa accadrà, di conseguenza, "fuori" dalla FIAT. Ad ora, sembrerebbe che quegli accordi-capestro riguardino soltanto i lavoratori direttamente interessati. Essi sono stati messi di fronte a responsabilità che vanno, invece, molto oltre il loro specifico e legittimo interesse, poiché il referendum al quale sono stati chiamati, con una spropositata dose di cinismo, riguarda interessi generali di cui sono titolari tutti i cinquantasette milioni di italiani, che però dovrebbero limitarsi ad una funzione di spettatori passivi.
Del carattere grottesco del referendum si è già detto da più parti e in più occasioni: non si può parlare di democrazia quando si tratta di scegliere tra due alternative imposte dall'azienda, una delle quali prevede la morte economica e l'altra la morte sociale e politica dei lavoratori dipendenti. Del suo significato economico, sociale, politico e civile, invece, non si parlerà mai abbastanza. Sarà per questo che non ne parla quasi nessuno, e chi ne parla è accusato di conservatorismo.
Intanto, basterebbe considerare i "numeri" dei lavoratori dipendenti, per rendersi conto che si tratta della stragrande maggioranza dei cittadini. Da quest'orgia di arroganza saranno investiti tutti i lavoratori del settore privato, come lo sono stati già quelli del settore pubblico al grido di "fannulloni!". Se l'impostazione Fiat e del governo Berlusconi dovesse veramente passare, dunque, sarebbe questa ampia parte dei cittadini che ne pagherebbe le conseguenze; arretrando loro non potrebbe che arretrare anche il Paese. Ma anche al di là dei numeri, nessuno può dirsi indifferente ad una tale prospettiva, per la semplice ragione che chiunque si troverà a vivere in un luogo dove la maggioranza dei suoi simili vivrà una vita a libertà limitata, dove il progresso (?) di pochi coinciderà col regresso di molti, dove l'economia avrà sempre più bisogno di schiavi silenti, piuttosto che di uomini e donne nella piena espressione della propria natura.
Inoltre, come spiega Ulrich Beck, uno dei massimi sociologi viventi, in un'intervista a Repubblica del 10 Gennaio 2011, "...più si tagliano i diritti più si riduce l'identificazione del dipendente con l'azienda; e con essa la flessibilità e la creatività che servono per prosperare. Alla fine... anche le aziende si accorgerebbero che democrazia e produttività sono due lati della stessa medaglia". In altre parole, anche chi spera di lucrare per sé sulla erosione della libertà altrui, si troverà in un'economia impantanata, in cui l'unica competizione possibile sarà nell'uso della frusta, come oggi accade nei cosiddetti paesi emergenti, Cina in primis; e allora il lavoro non sarà più espressione dell'ingegno umano ma soltanto luogo di coercizione da cui scappare il più presto possibile, con qualsiasi mezzo; non si potrà più dire "Il lavoro nobilita l'uomo", poiché, invece, lo umilierà; ma forse si potrà dire "Il lavoro rende liberi", come scritto sarcasticamente all'ingresso di Aushwitz dal delirio nazista.
Di questa natura sarebbero gli esiti di quella "impresa irresponsabile" profetizzata da Luciano Gallino qualche anno fa, oggi degnamene rappresentata dalla Fiat di Marchionne (apolide più che cosmopolita), indifferente ai valori nazionali, allergica alla democrazia, nemica del bene comune, cinica fino all'autodistruzione, autrice di quella "dittatura del capitale" che è riuscita a spaventare perfino un campione del capitalismo come Edward Lutwak; una "irresponsabilità" che rischia di rendere definitivamente incompatibile il capitalismo con la libera convivenza civile sul pianeta.
Chi è il progressista, chi il conservatore, in questa battaglia senza confini? Proprio a questa domanda micidiale si vorrebbe che rispondessero i soli lavoratori della Fiat, fiaccati dalla fatica per la sopravvivenza economica, minacciati da un furore ideologico fuori controllo, ricattati, turlupinati dalle chiacchiere di molti e dai silenzi di troppi. {jcomments on}
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