Provo vergogna! Vergogna!
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Quanto abbiamo visto accadere a Napoli in questi giorni ci addolora e riempie di vergogna. Vedere un uomo, innocente, ferito mortalmente dai sicari della camorra, accasciarsi a terra davanti agli occhi disperati della moglie, e tutte le altre persone presenti agitarsi nervosamente senza intervenire, per poi vilmente scappare via lasciandolo lì agonizzante, è una scena spregevole, indegna di ogni popolo.
Qualcuno ha tentato di giustificare quel comportamento dicendo che non di indifferenza si è trattato, ma di paura, poiché la gente di Napoli è ormai condannata a vivere quotidianamente immersa in cotale violenza. Ma non ci sembra una gran giustificazione, né che faccia una gran differenza, se il risultato è comunque un innocente morto per mancanza di soccorso, e criminali sempre più spavaldi per le strade. Certo, bisogna anche interrogarsi su che cosa avremmo fatto noi, in casi analoghi; non fa mai male mettere in dubbio se stessi. Ma è certo, anche, che non possiamo rinunciare al biasimo sociale per comportamenti così bassi.
Ci dispiace dire le cose che diciamo, soprattutto rivolte a napoletani, ma non possiamo non dirle: non dobbiamo. Così come non dobbiamo rinunciare a dire, però, che la responsabilità di quanto è accaduto non va certo attribuita in esclusiva alla meschinità di quelle persone. C’è un esercito di politicanti da strapazzo che predica e pratica il fotti-fotti generale, giorno per giorno, con deliberata sistematicità: non c’è da stupirsi troppo se poi ad una richiesta d’aiuto uno risponda “ma che sei scemo!”. È stato cancellato ogni senso di comunità per becerissimi scopi, si è detto e ripetuto per decenni che non esiste nessuna società ma soltanto un informe ammasso d’individui: perché ci si dovrebbe aspettare che qualcuno s’interessi di qualcun’altro? Si respingono orde di morti di fame e di paura al centro del Mediterraneo, la culla della civiltà occidentale, destinati ad essere ammazzati o a perire nel deserto: perché della brava gente dovrebbe intervenire in soccorso di un cencioso rom ammazzato per caso dalla camorra? Che, forse, quelli che ammazza la camorra sono più morti di quelli che ammazza quella politica? C’è un intero apparato ideologico, oggi al potere, a disposizione di ladri, assassini e asociali di ogni risma, che consente la sopraffazione, il ladrocinio, l’impunità: a chi dovrebbe rivolgersi un normale cittadino che non vuole morire ammazzato? Da chi e da cosa dovrebbe trarre coraggio ed energia?
Di fronte a tutto questo si corre il serio pericolo di restare inebetiti, senza volontà. Tutto questo può rendere quasi inerme ogni buon cittadino, davanti all’atto criminale come alle piccole quotidiane arroganze. Ma proprio in quel “quasi” c’è la responsabilità di chi scappa, il suo grave rischio di abiezione; perché lì c’è lo spazio del libero arbitrio, sempre disponibile ad ogni coscienza, nessuna esclusa.
Di contro e per contrasto ricordiamo, infatti, quanto accaduto a Castelvolturno lo scorso anno, quando la stessa camorra trucidò sei ragazzi africani per ribadire il suo controllo del territorio. Ebbene, il giorno successivo tutta la locale comunità di migranti scese in strada travolgendo tutto ciò che incontrava, per segnalare la propria indisponibilità a soccombere di fronte all’arroganza e alla forza bruta (sia detto tra parentesi: subito dopo provvidero loro stessi a farsi carico dei danni). Non avevano meno paura dei napoletani, non erano meno ricattabili per fame; in quella reazione non c’era alcunché di eroico: era soltanto la normale reazione di esseri liberi. Roberto Saviano lo ha ricordato in un suo bellissimo intervento su Repubblica di qualche settimana fa, che abbiamo già segnalato, dove raccontava anche la vicenda di Rosarno del dicembre scorso, in cui due ivoriani vennero gravemente feriti dalle bande camorriste locali. Anche in quell’occasione gli altri immigrati scesero in piazza, in un paese dove la camorra detta legge, e, pensate un po’, dopo due giorni fu arrestato il colpevole! Da non credere, se non fosse proprio così. Avevano trovato la forza di reagire a chi li voleva condannati alla paura e alla schiavitù, avevano rimesso in moto le istituzioni, forse avevano inoculato nella società italiana l’anticorpo per combattere mafie e mafiosità, come scrisse Saviano: “Anticorpi che nascono dall'elementare desiderio di vivere”.
Da quella vicenda scaturì un libro di Antonello Mangano, "Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l'Italia", che già nel titolo riesce ad esprimere la fondata aspettativa che, anche grazie agli africani e agli altri immigrati, gli italiani riescano finalmente a trattenere il “quasi” irrefrenabile istinto alla fuga. {jcomments on}
Ivano Alteri
Frosinone 18 Giugno 2009
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Ultimo aggiornamento (Giovedì 18 Giugno 2009 18:32)







