La "rivolta" è sempre una nuova misura della dignità di uomini e donne

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Opinioni nella società - Intellettuali, autori

primaverenordafricane 130di Ivano Alteri, Frosinone 23 dic 2011 - Cogliamo l'occasione dell'intervento di Giovanni Morsillo per tornare su un argomento che suscita in noi molta attenzione, quello delle cosiddette primavere arabe. Giovanni mette in evidenza la dabbenaggine (o la mala fede) di chi pensava che dovesse succedere chissà cosa a seguito di quelle rivolte (non rivoluzioni!), senza tener conto della contingenza storica specifica di ogni paese. Condividiamo perfettamente la sua analisi, e non crediamo di far parte di quella schiera..

Tuttavia, noi siamo tra quelli che, all'esplodere delle primavere, si sono "spellati le mani", come lui dice, per applaudire quei popoli che noi occidentali abbiamo sempre considerato succubi dei rispettivi regimi. Non perché pensassimo che potessero ottenere chissà quale risultato; eravamo "tecnicamente" consci del carattere intrinsecamente velleitario di quelle rivolte, di ogni rivolta, e anche della loro facile strumentalizzazione da parte di soggetti vari, interni ed esterni. (Inclusi gli eserciti, come quello egiziano che sembrava tenere un comportamento neutrale tra regime e rivoltosi). Quel che c'induceva all'applauso non era, pertanto, l'illusione che quelle rivolte potessero sfociare in esiti istituzionali democratici e autenticamente popolari (dei quali è più che lecito dubitare anche in caso di rivoluzioni); ma l'evidenza immediata che quei popoli, rivoltandosi, avessero fornito a noi, e prima ancora a loro stessi, una nuova misura della loro e nostra dignità di uomini e donne. Quelle rivolte, insomma, ci rivelavano la concezione che quegli uomini e quelle donne hanno di sé.

Tale consapevolezza di sé, è vero, non è ancora sufficiente a produrre storia, ma è assolutamente necessaria, noi crediamo, affinché un popolo possa parlare di una "storia propria"; altrimenti è storia di altri. E probabilmente si potrebbe aggiungere che, contrariamente alle rivolte che sono per definizione storie di popoli, le rivoluzioni possono essere invece "storie d'altri", cioè di quelle elite che le concepiscono, suscitano e guidano, spesso a prescindere dalle volontà dei popoli che le subiscono. Continuando su questa via, inoltre, potremmo arrivare ad affermare che il vero cambiamento "rivoluzionario" sia più facilmente determinabile dalle rivolte, piuttosto che dalle rivoluzioni, dal momento che nelle prime sono interi popoli a prendere coscienza, per quanto superficiale, della realtà; nelle rivoluzioni soltanto le elite e, forse, i loro seguaci. Una rivolta, con o senza rivoluzione, è storia di popolo; una rivoluzione senza rivolta, no.

Le eventuali strumentalizzazioni delle rivolte, poi, ma anche la loro eventuale guida rivoluzionaria, con tutto ciò che comporta l'uno e l'altro atteggiamento, nulla tolgono al valore della rivolta stessa che, in quanto tale, il suo mestiere, per così dire, lo ha già compiuto nel momento in cui le volontà indistinte di una massa di persone si sono ricondotte spontaneamente ad una, rivoltandosi. "Mi rivolto, quindi siamo!", era stata la brillante sintesi di Camus, nel suo "L'uomo in rivolta". Di conseguenza, potremmo affermare che la rivolta è uno dei possibili atti costitutivi di un popolo.

Infine, se è vero che nelle rivoluzioni vi è spesso una buona dose di velleitarismo, bisogna dire che nelle rivolte il velleitarismo è il carattere peculiare. Esse non vanno giudicate, dunque, per ciò che producono, ma per ciò che le ha causate. In particolare, per il moto unitario acquisito dalle diverse coscienze individuali, che nella rivolta trovano una sintonia e un sincronismo.

Condividiamo, perciò, l'analisi compiuta da Giovanni Morsillo, senza alcuna contraddizione; per la semplice ragione che, così a noi pare, stiamo analizzando due realtà diverse e niente affatto contraddittorie: lui, gli esiti della rivolta nello svolgimento storico; noi, la spinta propulsiva di quel moto che conduce gli individui a rivoltarsi, tutti insieme, per farsi sorprendentemente popolo.


 

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Ultimo aggiornamento (Lunedì 02 Gennaio 2012 19:35)

 
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