No ad un altro partito di sinistra. Cambiare quelli che esistono

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Opinioni nella società - Intellettuali, autori

ivanoalteri 130di Ivano Alteri, Frosinone 22 nov 2011 - Abbiamo letto con vivo interesse l'intervento di Paolo Ciofi pubblicato da Edicolaciociara.it nei giorni scorsi. Come di consueto, non possiamo che aderire alla sua analisi, sempre informata e mai banale, che impietosamente mette in evidenza la mancanza di rappresentanza politica del Lavoro, come lamenta da anni. In questa ottica (che, lo ripetiamo, è anche nostra), dobbiamo però farci edotti di un'ambiguità difficilmente eliminabile senza far torto a qualcuno, specialmente a sinistra del Pd; quindi, noi stessi inclusi.

Non vi è dubbio che, senza rappresentanza politica del Lavoro, l'intero pianeta sia destinato a perseverare diabolicamente nella direzione del disastro. In perfetta incoerenza con quanto afferma, infatti, l'ideologia liberista sta oggi ricorrendo massicciamente alle cure del tanto vituperato Stato per riparare i danni causati dalla finanziarizzazione dell'economia che essa stessa ha voluto. Non per rimettere in sesto il sistema finanziario e riporlo in subordine all'economia reale; ma per ripianare impunemente i suoi debiti e continuare follemente sulla stessa strada. Questa, a nostro modesto avviso, è una pia e tragica illusione: quella via è stata dichiarata impercorribile dalla storia, senza che alcuno, tanto meno un'ideologia antagonista che non c'è, potesse opporre il benché minimo ostacolo. Anzi, è bene sottolineare che se un ideologia antagonista fosse esistita, il capitale finanziario non avrebbe avuto tutto l'agio di cui ha goduto, e non avrebbe potuto operare forzature senza minare alle fondamenta il consenso ideologico che lo sosteneva. Per dirla a modo nostro, se la sono cantata e se la sono suonata, e la stonatura è tale che difficilmente riusciranno ad imputarla a qualcun altro, se non con la forza. Rimettere al centro il Lavoro, dunque, non è un'esigenza di una parte sola, ma dell'intero sistema economico mondiale, resti esso capitalista o si evolva in qualsiasi altra forma.

D'altra parte, non si può certo imputare all'antagonista-Capitale l'assenza dell'antagonista-Lavoro. Nella disputa antagonistica è fisiologico che i contendenti si affrontino senza esclusione di colpi, fino in fondo, ciecamente. Così procedendo, può accadere che uno dei due soccomba, perlomeno momentaneamente, come accade oggi al Lavoro. È allora che il sistema, dialettico per definizione, mostra lo spauracchio di un'estinzione comune, quantomeno nella forma attuale. Ma, non potendoci aspettare che i vincitori aiutino i vinti a rialzarsi, è compito di questi ultimi concentrare tutti gli sforzi per uscire dall'inettitudine politica e riprendere lo scontro dialettico. Ma come? Paolo Ciofi suggerisce di "utilizzare in Italia la fase di transizione del governo Monti con l'obiettivo di contribuire a far convergere sul terreno programmatico le forze sociali oppresse e le diverse espressioni dei movimenti in una nuova dislocazione politicamente rilevante, in grado di pesare nella società e nelle istituzioni". Condividiamo pienamente.

Ma è proprio qui che si manifestano tutte le nostre ambiguità. Si può fare tutto questo senza il Pd? Se l'idea fosse quella di "scomporlo" per ricomporre un altro partito, a nostro avviso sarebbe arduo "far sì che dal prossimo appuntamento elettorale...possa emergere ed essere vincente una alternativa democratico-costituzionale forte, stabile e avanzata"; e temiamo che ci ritroveremmo con niente, dal poco che abbiamo. Il Pd, allo stato attuale, è l'unico partito degno di questo nome; tutto ciò che si trova alla sua sinistra, appare politicamente irrilevante, pur conservando una sua potentissima connotazione culturale in movimento. La quale connotazione culturale forte, apparentemente incompatibile con la natura liberale dei democratici, senza il Pd rischia di rimanere politicamente velleitaria, e perire anche come forza culturale. Giungiamo così al paradosso apparente per cui chi non può culturalmente aderire al Pd, come noi, non possa che auspicare un successo politico a quel partito, se vuole risparmiare a se stesso l'atavico autolesionismo. Ma, appunto, il paradosso è soltanto apparente, poiché è connaturata nell'idea di lotta politica la necessità di creare alleanze; ovviamente, tra chi non la pensa allo stesso modo, ma condivide un impianto concettuale di base.

Pensiamo che un'interpretazione ampia della formula proposta da Ciofi, quella di "una alternativa democratico-costituzionale forte", possa essere la soluzione. Tradotta in pratica, quella formula dovrebbe condurci alla creazione non di una semplice coalizione di Centrosinistra, storicamente screditata e manifestamente inefficiente; ma alla strutturazione di una vera e propria confederazione di Centrosinistra, con strumenti decisionali ben definiti e condivisi, che sappiano contemperare le esigenze dell'efficienza e dell'efficacia con quelle della rappresentanza e della circolazione delle idee.

Sono però necessarie, a parer nostro, alcune condizioni. In primo luogo, che il Pd temperi la propria "vocazione maggioritaria", riconoscendo di conseguenza la necessità di avere al suo fianco sinistro una forza che ne impedisca la deriva liberista; in secondo luogo, che la sinistra prenda atto della propria condizione di minorità politica e della propria forza culturale, ancora egemone in non pochi ambiti della vita collettiva, per evitare che la prima annienti la seconda. Infine, se si vuole che l'alternativa non sia soltanto "democratica" ma anche "costituzionale", un Centrosinistra così costituito non potrebbe che cercare alleanze anche al di là dei propri confini, confluendo in quelli più ampi della vigente Costituzione.

Detto in altri termini, l'obiettivo non può essere quello di costruire un'altra forza politica, ma definire un nuovo sistema politico, entro cui potranno confrontarsi e scontrarsi le forze che hanno contribuito a crearlo. Certo, non mancheranno i malpancisti, i puristi, gli opportunisti e i diversamente politici che grideranno allo scandalo e al tradimento, ma crediamo che non ci sia altra via, se la sinistra non vuole onanisticamente disperdere al vento il suo seme e condannare il Lavoro al silenzio perpetuo.

 


 

 


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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 23 Novembre 2011 17:46)

 
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