Colpire i responsabili della crisi e non le vittime

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Opinioni nella società - Intellettuali, autori

burn money 130di Giovanni Morsillo - La crisi di cui ormai si conoscono esecutori, mandanti e movente ma alla quale si continuano a dare risposte semplificative e devianti, evitando con cura di dire che sono i responsabili di un crimine (banche e finanza) a dover essere colpiti e non le vittime (cittadini e lavoratori), per di più in nome della necessità di garantire la sopravvivenza dei primi. Quello che sta succedendo, sembrerebbe tratto da un romanzo di fantasia, Alice di Carroll o il Processo kafkiano, dove ogni realtà logica e conosciuta è ribaltata nel suo contrario. Invece, come al solito, bisogna sforzarsi un pochino e ragionare, pratica cui ci hanno abbondantemente disabituati le perfette pietanze predigerite della neocultura mediatica.

Se fossimo ancora capaci di indagare nelle cause delle cose, senza cedere a comodi quanto illusori accucciamenti al calduccio delle mitologie, senza cioè arrendersi a concezioni fataliste, meccaniciste o "creazioniste", cominceremmo a pensare a quali siano le caratteristiche dello sviluppo storico di questo modello economico artificiale che oggi è al collasso. E cominceremmo a considerare la nascita dell'Unione Europea fin dai suoi primi vagiti, da quando cioè i suoi genitori erano ancora a caccia del nome giusto. Ricorderemmo che non si sapeva bene se osare chiamarla con il suo nome naturale, Mercato, o con un nome mitico o mitologico, quale Federazione, Unione e simili, che anche se nella sostanza indicavano un corpo malforme e sproporzionato (più stomaco che cuore, più denti che mani, più testa che piedi) almeno mantenevano l'illusione di un richiamo ai popoli, alle persone, all'umanità che avrebbe dovuto contenere. C'erano ancora le repubbliche e le costituzioni nate dalla fine degli Imperi centrali prima e dei fascismi poi, e sebbene sopravvivessero alcune masse tumorali (Franco, Salazar, i Colonnelli), esse erano circoscritte, utlizzabili addirittura come antidoto contro la montante marea democratica e partecipativa del moviemnto dei lavoratori. E in conseguenza di ciò, si poteva parlare di "cessione di sovranità" in una accezione positiva, progressiva, che intendeva non la regressione verso forme magari inedite di sudditanza, ma la costruzione di una organizzazione più avanzata, più matura delle strutture di governo e di convivenza civile dei e fra i popoli che ne avrebbero preso responsabilmente la direzione.

Poi le cose vanno per loro conto, e la storia non la fanno le buone idee ma i rapporti di forza. La ristrutturazione capitalista iniziata pesantemente negli anni '70, sempre a cavallo di crisi economiche spaventose, in questo caso quella petrolifera del '74 come apripista e poi le altre a seguire, condusse il gioco e trasformò la grande idea di Spinelli (ma già di Mazzini) da aggregazione di popoli con le loro risorse sia economiche che culturali in una holding che gestisse gli affari (non solo quelli leciti) in una scala che consentisse progetti e pratiche impossibili con la frammentazione economica e finanziaria. Il tutto reso possibile dalle nuove condizioni tecnologiche, che mettevano a disposizione progressivamente gli strumenti necessari al nuovo modello dello scambio.

Cessione della sovranità, quindi, non più per l'affermazione di nuovi obiettivi sociali, più ambiziosi sul piano della civiltà e del welfare (letteralmente) e capaci di indicare una via davvero alternativa alle due opzioni novecentesche, la dittatura del mercato o quella dello stato. Al contrario come appropriazione del potere dello stato da parte del capitale, senza più intermediari, senza alcun filtro, mantenendo l'istituto delle elezioni come alibi democratico e però svuotato del potere decisionale, che invece spetta alla Commissione e non al Parlamento. E non basta: tutto questo finché gli affari vanno bene; quando vanno male, come adesso, è la BCE che detta indirizzi e condizioni, non l'UE politica ma quella finanziaria. E questa agisce di concerto con altri organismi sovranazionali, come FMI e BM, aggravando l'elemento di crisi del potere degli stati.

Sarebbe patetico, se non fosse completamente scoperto, il gioco a nascondino che vorrebbe celare il carattere dei governi che vengono imposti oggi ai paesi europei più esposti. Governi assolutamente di classe, espressione delle Borse e dei circoli speculativi del capitale, che hanno il compito di sostenere un sistema alla fine, razziando le ultime rimanenze di risorse pubbliche.

Nel caso italiano si è sommato a tutto questo un livello di incapacità e discredito della classe dirigente senza precedenti e senza paragoni, che ha accelerato sia la crisi che le risposte reazionarie della BCE. Berlusconi ed i suoi accoliti - ma soprattutto il suo sistema - sono franati non certo perché democraticamente preoccupati dalle proteste di milioni di cittadini, lo sappiamo. Ma allora perché oggi partecipa al sostegno del governo di Mario Monti che lo ha sostituito promettendo di ripararne i guasti? E perché la politica unanimemente plaude al tecnocrate-salvatore? Non è un mistero troppo oscuro: sperano tutti, confermando la loro inettitudine anche sul piano della tattica, che una volta fatto il lavoro sporco, ancora lordo del sangue caldo dei diritti, del lavoro e della cittadinanza, Mario Monti come Menenio Agrippa si ritirerà a coltivare la sua cattedra alla Bocconi e riconsegnerà il bilancio dello Stato risanato e vigoroso nelle mani dei comitati di affari che impropriamente chiamiamo partiti, pronto per nuovi banchetti. Forse non è del tutto chiaro che è stato fatto un nuovo passo, e stavolta davvero da giganti, verso la cancellazione dell'idea stessa di sovranità democratica, e che non torneranno indietro spontaneamente. I famigerati poteri forti non sono una favola, ed oggi sono pronti ad assumere in potere direttamente, a livello non più solo sovranazionale, consapevoli che la lunga campagna di delegittimazione della democrazia è ormai matura. I suoi frutti non saranno lasciati a marcire, e che l'ha condotta per tutti questi decenni sa come realizzare l'utimo atto della tragedia: deve far morire il protagonista, magari seppellendolo poi con i cori e gli onori riservati agli eroi, ma aprendo il sipario dell'ultima scena su un nuovo re e su una nuova corte.

Il problema quindi non sta nella nuova ICI o nella patrimoniale, ma in un Ordine Nuovo di cui non si parla più da almeno mezzo secolo.



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Ultimo aggiornamento (Martedì 22 Novembre 2011 17:38)

 
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