In certi momenti i "responsabili" servono poco; c'è bisogno di "intelligenti"
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di Stefano Balassone - Tra calcio e politica è corso negli ultimi venti anni un vivace commercio di metafore a partire dalla celeberrima "discesa in campo". Con quella espressione Silvio Berlusconi comunicava due concetti. Il primo era che la politica era uno scontro "noi contro loro", esattamente come un qualsiasi gioco agonistico di squadra. Il secondo concetto alludeva invece alla importanza dell'uomo gol, che arriva dalla panchina a risolvere una situazione di stallo (inutile precisare chi fosse il goleador della situazione). Potremmo dire che dai tempi di Lenin non veniva espressa così chiaramente l'idea che non esiste un "bene comune", trappola per i gonzi, e che il potere va conquistato innanzitutto per impedire che vada in altre mani (primo non prenderle) e in secondo luogo per essere esercitato contro l'avversario (più gol gli segni meglio è). Siccome tutti noi siamo geneticamente destinati a schierarci "contro" (i vicini di casa, quelli dell'altro villaggio, dell'altro ufficio e via parteggiando) la metafora calcistica di Berlusconi arrivò come il cacio sui maccheroni a surrogare con "berlusconismo" e "antiberlusconismo" l'antagonismo di classe che aveva caratterizzato il '900 fino alla crisi delle basi sociali dei movimenti socialisti e del comunismo. Il calcio a sua volta ha adottato, in quei tempi di discesa in campo, l'idea che molto potesse essere fatto anche fuori campo, al servizio di investimenti e impegni crescenti. Si fece cricca e fu, per le squadre più danarose, il mondo dei Moggi.
Nella politica, la logica delle cricche e quella del leaderismo si tengono reciprocamente. Le prime impegnate a coltivare i loro orti, il secondo a intasare gli spazi di visibilità nei confronti della gente per garantirsi il ruolo esclusivo di oggetto d'amore per gli uni e di arcinemico per gli altri. La televisione è stata il campo di battaglia privilegiato. Va tenuto presente che tutte le chiacchiere sulla distribuzione in tv degli spazi fra destra e sinistra, fra berlusconiani e non, sono per la maggior parte prive di senso pratico. In una situazione "leaderistica" la prima preoccupazione di ogni leader è di governare e contingentare la visibilità dei suoi alleati piuttosto che di limitare quella degli avversari. Un leader, per restare tale, deve guardarsi innanzitutto dalle minacce che gli vengono da casa. è per questo, per tenere a bada i suoi, che il possesso e controllo delle tv è importante per il "leader". Sempreché, naturalmente, il leaderismo del "noi contro loro" sia la soluzione giusta e non si debba invece tornare al calcio per imparare qualcosa di più per stare al mondo
Il calcio infatti non è solo un gioco "antagonistico", ma anche di cooperazione. Il goleador può essere abile, ricco e tenace quanto si vuole, ma se la squadra non lo rifornisce di buoni palloni non può portare a casa l'incontro. In altri termini, se mentre le cricche scorazzano il leader imperversa in tv, ma i gol su tasse, sicurezza, sviluppo, leggi sul costume, non arrivano, l'epico scontro fra "buoni e cattivi" finisce coll'affogare nella noia e nel ridicolo. Avessero studiato il calcio per intero e non solo per quel che faceva comodo, forse se la sarebbero cavata meglio. In certi momenti i "responsabili" servono poco; c'è bisogno di "intelligenti". Oggi la lezione vale per i partiti al Governo. C'è da sperare che anche gli altri ne traggano insegnamento.
articolo uscito (che in questi tempi di calciopoli non è mica banale) su Il Romanista
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Ultimo aggiornamento (Lunedì 06 Giugno 2011 12:21)






