Violenza sulle donne. L'ostacolo più grande è denunciare il proprio carnefice
Scritto da Tyar Ciangola
Riuscire a denunciare il proprio carnefice è ancora l'ostacolo più grande. "All'inizio cercavo di difendermi, rendendogli qualche schiaffo. Con il tempo è arrivata una sorta di rassegnazione, perché se mi difendevo lui i picchiava di più. Pensavo solo "ora finisce.." e l'unica mia arma di difesa, di sfogo era il pianto.. ho pianto tantissimo, troppo."
Queste sono le parole di una donna, che ha raccontato la sua storia in un blog: era sposata da 18 anni quando suo marito ha iniziato a picchiarla. "Non era un alcolizzato, se la prendeva con me perché non era capace di prendersela con nessun altro. Al di fuori nessuno si accorgeva di niente, io coprivo i segni e i lividi con un trucco pesante." Nonostante questo, ha sofferto per dieci anni prima di denunciare suo marito alle autorità.
Questa è una delle tante storie che negli ultimi anni escono fuori dalle mura domestiche, mettendo alla luce una realtà allarmante. Allarmante anche perché nascosta dalle stesse vittime che ancora oggi stentano a riconoscere nel compagno di vita il loro carnefice, arrivando, come la donna della testimonianza, a sopportare sofferenze fisiche e psicologiche prima di ribellarsi.
Gli ultimi dati Istat sull'argomento raccontano uno scenario sempre più drammatico. L'indagine ha rivelato infatti che il 31% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. Si parla di 6 milioni 743 mila ragazze e donne. Tra queste il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito violenza fisica o sessuale dal partner.
E questi sono dati scaturiti dalle voci di chi ha avuto il coraggio di parlare: le percentuali di violenza domestica aumenterebbero di gran lunga aggiungendo il 34% delle donne che non hanno mai denunciato quanto subito dentro casa. E non si parla di litigi finiti con un ceffone di troppo: il 34,5% delle donne ha dichiarato che la violenza subita è stata molto grave e il 21,3% è arrivato a pensare che la sua vita fosse in pericolo.
Nonostante questo, molte delle vittimi continuano a credere che non si debba considerare "reato" un fatto privato e sia meglio, come si dice, "lavare i panni sporchi in famiglia".
Il punto è che questi non sono panni da lavare, sono vite che rischiano di essere spezzate, quanto meno psicologicamente.
La violenza, sia essa sessuale o fisica, lascia dei segni quando ad infliggerla è un estraneo: quale può essere la reazione di una donna vittima dell'uomo che ama e con cui ha scelto di condividere la vita? In quasi la metà dei casi le donne hanno sofferto in seguito di perdita di fiducia e autostima, di sensazione di impotenza (44,5%), disturbi del sonno (41,0%), ansia (36,9%), depressione (35,1%), difficoltà di concentrazione (23,7%), dolori ricorrenti in diverse parti (18,5%), difficoltà a gestire i figli (14,2%), idee di suicidio e autolesionismo (12,1%).
Molte di loro continuano a rimanere affianco al marito o al compagno per amore. Eppure non può esserci amore: se c'è violenza, c'è una vittima...e se c'è una vittima, c'è reato. Un reato che in Italia viene punito dalle norme introdotte nel 2001 (legge 154/2001), che determinano le "Misure contro la violenza nelle relazioni familiari".
La legge e le Forze dell'Ordine, però, non possono entrare nelle nostre case se prima non c'è stata denuncia della violenza: il primo passo spetta quindi alle donne, che devono trovare da sé la forza di liberarsi, letteralmente, e di cancellare questo triste scenario.
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