Mamme e lavoro: Mission impossible. L'Italia penultima in Europa. I riflettori dell'opinione pubblica sono puntati ormai da tempo su un argomento di cui si parla, spesso straparla, ma che sembra non arrivare mai ad una soluzione coerente ed efficace: il lavoro delle donne.
Il processo di "femminilizzazione" del mercato del lavoro è aperto ormai da più di trent'anni, ma in Italia è rallentato da una cultura che stenta a riconoscere e ad apprezzare il mutato ruolo della donna nella società. Non si può essere mamme e avere un lavoro senza che uno dei due ambiti ne risenta! Non si può dare il 100% al lavoro con il pensiero di dover tornare a casa a preparare il pranzo per i figli!
Tra verità e luoghi comuni, il risultato è che le donne italiane, messe davanti alla scelta carriera-famiglia, lavorano meno e hanno meno figli delle loro coetanee europee.
Tra i 27 paesi dell'UE, l'Italia è infatti al penultimo posto per tasso di occupazione femminile e lo scarto aumenta nel caso di lavoratrici madri.
Le donne senza figli hanno un tasso di occupazione del 63.9% (seconda percentuale più bassa dopo Malta) che scende al 59% con il primo figlio, al 54,1% con il secondo e al 41,3% con tre figli o più (media UE 54,7%).
Per avere un quadro generale, basta pensare che il tasso di occupazione femminile in UK è dell' 82,2%, in Germania dell'81% e in Francia del 78%: non parliamo poi dell'Olanda in cui lavora l'83,1% delle donne.
I motivi di questo enorme distacco, che ci pone (di nuovo!) come fanalino di coda nella media europea, sono sempre gli stessi: difficoltà a conciliare la nuova organizzazione familiare con il lavoro e, nel caso di gravidanze, ripercussioni negative sulla carriera che si ferma o addirittura regredisce.
L'aspetto preoccupante è che quella italiana è una delle legislazioni più all'avanguardia nel campo del rispetto della maternità: un'avanguardia fittizia che rimane solo sulla carta. Il problema non è la norma a tutela delle "mamme", che esiste, ma il rispetto della stessa, che invece viene a mancare.
Ecco allora che le donne si trovano in una zona "grigia": "ufficialmente" non sono oggetto di discriminazione e di violazione delle norme, ma di fatto vengono inserite in un meccanismo subdolo di vessazione e soprusi più o meno velati da parte dei lavoratori, che porta al demansionamento o alle dimissioni "indotte".
Il ricorso a questa pratica è talmente frequente che il 75% delle donne la ritiene "normale" o comunque non denuncia quanto subito.
Le domande che mi sorgono a questo punto sono: chi ha il diritto di poter mettere una d
onna di fronte alla scelta "lavoro o famiglia"? Ma soprattutto, una donna ha il dovere di scegliere?
La risposta delle donne italiane, per ora, sembra essere un rassegnato sì.
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