Visco: "Fermare l'attacco dei mercati ai governi"
di Luigina Venturelli da unita.it, 9 mag 2010 - Altro che crisi greca e rischi di contagio. Altro che deficit pubblici da tenere sotto controllo, decimale più o decimale meno, per stilare la classifica dei paesi buoni e dei paesi cattivi.
Per l'ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, l'attuale emergenza economica è stata scatenata da ben altro scontro tra titani: lo scontro di potere tra Stati nazionali e istituti finanziari internazionali.
Ci troviamo di fronte a una crisi di sistema, come ha sostenuto il presidente Bce, Jean-Claude Trichet?
«Non c'è dubbio. Ma è interessante che ad affermarlo sia stato il presidente della Banca centrale europea, di solito molto prudente e votato per mestiere ad instillare fiducia nei mercati».
Significa che la situazione è davvero molto seria?
«Si tratta di un evento nuovo, finora mai accaduto: le banche stanno verificando la capacità degli Stati di reggere ai propri disavanzi di bilancio, creati proprio per salvare i mercati dal collasso. Un paradosso inaccettabile e intollerabile. Solo un anno fa le banche mondiali erano sull'orlo del fallimento e gli Stati sono intervenuti per salvarle, così quei debiti si sono spostati adesso sulle finanze pubbliche».
L'economia ha passato la patata bollente alla politica.
«I mercati non sono l'economia, ma rappresentano anche interessi costituiti che vanno riportati alla coerenza con le possibilità di sopravvivenza delle persone. Adesso, invece, le più importanti organizzazioni del sistema capitalistico stanno attaccando i governi, vale a dire i loro garanti».
Quasi uno scenario da golpe.
«Un vero e proprio scontro politico, per stabilire chi comanda. Per decidere chi è il servo e chi è il padrone. Non a caso sul tema è intervenuto anche Obama, in scontro frontale con le grandi banche statunitensi. Questa deriva va fermata immediatamente».
Attraverso le misure decise la scorsa notte dai leader dei sedici Paesi di Eurolandia?
«Quelle misure si muovono nella direzione giusta, la possibilità che la Bce acquisti titoli pubblici degli Stati con problemi di finanziamento può certamente contribuire a combattere la speculazione. Ma di fronte a una situazione come quella attuale, sono necessari anche interventi più decisi, oltre a quelli di natura istituzionale».
Ad esempio?
«Mi sarei aspettato che l'autorità giudiziaria, di propria iniziativa o su spinta governativa, denunciasse Moody's per agiotaggio e manipolazione del mercato. Non è possibile che un'agenzia di rating dica quel che vuole sui rischi di contagio greco dell'Italia, poi si corregga smentendo l'allarme, e intanto provochi un gran casino senza assumersi alcuna responsabilità».
Che altro si dovrebbe fare?
«I mercati non possono scherzare con la vita di interi continenti, è ora che i governi dicano basta e colgano l'occasione per riorganizzare complessivamente la finanza mondiale. L'evidenza, ad esempio, ci dice che le banche sono troppo grandi e vanno ridimensionate, visto che stanno mettendo in crisi gli Stati. In alcuni casi, inoltre, andrebbero vietate determinate transazioni finanziarie».
Si riferisce a sanzioni contro la speculazione?
«Non solo. Anche a riforme strutturali per un governo economico federale, almeno in Europa. La speculazione, del resto, è un meccanismo semplice: se uno può guadagnare soldi senza correre il rischio di perderli, perchè dovrebbe fermarsi? Non sorprende che a Washington si cerchi in ogni modo d'impedire riforme finanziarie internazionali».
La riforma del Patto di stabilità europeo è però in calendario.
«Non basterà riformare il Patto. Dopo anni d'inerzia e falso europeismo, bisogna ripensare l'Europa dei sedici: rendersi conto che l'euro rappresenta una garanzia importante ma non sufficiente. Occorre intensificare i controlli sulle finanze interne dei singoli Stati, prendersi un momento di pausa sull'allargamento dell'Unione europea, rafforzare il coordinamento tra le varie economie dell'Eurozona, introdurre politiche, procedure, liberalizzazioni e strumenti di welfare comuni».
Altrimenti?
«L'euro rischia di esplodere, se l'area della moneta comune dovesse dissolversi, ci troveremmo ad affrontare una catastrofe internazionale di recessione ed inflazione. E stravagante che qualcuno abbia anche solo giocato con questa prospettiva. Per ora stanno tranquilli solo gli Stati Uniti, che finalmente vedono la tempesta spostarsi sulle teste dei cugini europei».{jcomments on}
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 12 Maggio 2010 18:56)






