Dalla dichiarazione sguaiata di Adinolfi, “è un’occasione per il Pd”, a proposito della richiesta di divorzio di Veronica Lario a Silvio Berlusconi; e da quelle di Franceschini sul voto “inutile” a Di Pietro ed altri del centro sinistra, dobbiamo necessariamente dedurre che quel gruppo dirigente è ormai ridotto alla canna del gas.
Se fosse un problema riguardante soltanto la sanità mentale di Adinolfi e le smanie elettoralistiche di Franceschini, sinceramente dormiremmo sonni tranquilli, fra quattro guanciali, senza alcun problema di coscienza né timore; ma trattandosi delle sorti di un partito che solo, a nostro avviso, poteva fungere da argine alla deriva berlusconiana, dobbiamo correggere la frase e dire: siamo ridotti alla canna del gas, anche noi che di quel partito non facciamo parte ma gravitiamo nella stessa area. È evidente che se il centro sinistra (scritto con parole staccate, senza trattino e con le iniziali minuscole: il caos) ha bisogno delle disgrazie familiari dell’avversario, dei reciproci cannibalismi al suo interno per avere “un’occasione”, risollevare le proprie sorti, tentare di arginare le scorrerie ridens, vuol dire che anche la nostra speranza, quella di vivere in un Paese meno meschino e che dovrebbe essere l’ultima a morire, è già piuttosto incartapecorita.
Noi che siamo stati e rimasti comunisti, e che vogliamo ancora portare avventurosamente in spalla il fagotto di oneri ed onori di quell’esperienza (per quanto personalmente possiamo e sappiamo), con grave sforzo riusciamo ad accettare la vista e l’ascolto di così tanta superficialità e approssimazione. Noi sappiamo con certezza che non ci sarà mai alcun glorioso cammino, tanto meno verso albe radiose, senza aver prima definito rotta e compagni di viaggio. Ed invece, è esattamente ciò che il Pd non ha fatto, tanto meno la sinistra radicale. Le conseguenze sono straordinariamente catastrofiche. Non vorremmo farla troppo facile, ma, secondo noi, definire la rotta significa semplicemente rispondere ad alcune domande, e in particolare una: verso quali orizzonti vorremmo si evolvesse il confronto-scontro, l’antagonismo, tra il capitale e il lavoro? In altre parole, attraverso quali meccanismi e con quali esiti vorremmo che si producesse e redistribuisse la ricchezza, prodotta e naturale, nel prossimo futuro? Ci si potrebbe anche limitare ad occuparsi della sua produzione senza preoccuparsi troppo della redristribuzione, come si fa oggi, ma potremmo ancora continuare a definire la nostra una civiltà? Oppure occuparsi soltanto della redistribuzione, ma non diventeremmo tutti dei meri pauperisti?
Ci rendiamo ben conto che non è affatto facile dare delle risposte. Ma il problema principale, oggi, sembra non essere, già, quello delle risposte, ma ancora quello delle domande stesse. Ciò che oggi è ancora in dubbio è se quelle siano le giuste domande per tutti, e se lo siano, soprattutto, per il centro sinistra. Non si direbbe, a giudicare da quanti, nel PD, mettono in dubbio l’esistenza stessa di quell’antagonismo; a giudicare da un partito che sembra proporsi come mero amministratore dell’esistente, che nel migliore dei casi, cioè, guarda ad una redistribuzione a posteriori, con carattere “compassionevole”, senza intervenire al momento della produzione, proprio quello in cui ha invece luogo l’abbrutimento e l’impoverimento di milioni di uomini e donne, causa sfruttamento. Non c’è, perciò, da stupirsi se poi quel partito si ritrova in indolente e speranzosa attesa delle disgrazie altrui, per avere una qualche occasione di esserci.
D’altra parte, che quelle siano le domande giuste e condivise, non lo si direbbe neanche a giudicare dai proclami e dalle azioni della sinistra radicale, che col feticcio della sola giustizia pensa di poter coprire le inefficienze, le inettitudini politiche e i clamori dell’arrembaggio a qualche posticino-purché-sia, senza doversi preoccupare di fornire risposte alla domanda su come, invece, produrre la ricchezza, prima di redistribuirla; domanda da sempre elusa, anche dopo il crollo dell’esperienza sovietica. Ma, se non si risponde a quelle domande e, anzi, le si elude, non solo non è possibile tracciare una rotta e si è costretti ad andare a tentoni, ma neanche è possibile definire i compagni di viaggio, e si resta soli. Infatti, come ci raccontano le ricerche sul cosiddetto mercato elettorale, gli operai, quelli che dovrebbero essere la gran parte della nostra gente, votano prevalentemente a destra, senza per altro avere da essa alcuna concreta rappresentanza politica.
Ci pare di poter dire, insomma, che nel centro sinistra sembriamo essere immobilizzati da due limiti: quello di chi non sa come farsi carico della redistribuzione della ricchezza; e l’altro, di chi non sa come farsi carico, invece, della sua produzione. Noi pensiamo che essi non siano superabili nell’attuale frammentazione né, tanto meno, con le fughe in avanti di un partito “a vocazione maggioritaria”, come anche noi stessi avevamo inizialmente creduto ma che la realtà ha già clamorosamente smentito. Siamo invece ormai convinti, alla luce dell'esperienza complessiva degli ultimi anni, dell’assoluta necessità del mutuo soccorso, non per raccattare qualche voto qua e là o fornire scialuppe di salvataggio a qualche dirigente, ma per rendere disponibili alla discussione politica quelle idealità, allo scopo di mutarle da antagoniste in sinergiche; sapendo che probabilmente non sarà più sufficiente a tale scopo la forma delle unioni, delle sinistre unite, unitarie ecc. ecc.: noi pensiamo che possa avere ormai soltanto la forma di una sinistra “Una”. È evidente che la parola sinistra assumerebbe significati diversi da quelli che ha avuto in passato, ma è proprio ciò che a nostro parere occorrerebbe, per avere davvero qualcosa di buono da prospettare per il Paese e per noi stessi.
Forse sarebbe utile prenderne finalmente ed umilmente atto, mettere da parte le velleità di autosufficienza, le ambizioni personalistiche, gli affarismi, e lasciare spazio ad una energica e partecipata riflessione, senza alcun esito prestabilito e senza frenesie elettoralistiche. Così, forse, riusciremmo ad uscire dal pantano, rimettere ordine nel fagotto e riprendere il cammino, per allontanarci il più sollecitamente possibile dallo spettro dell’estinzione. E magari ritrovare la speranza in un mondo migliore.
Ivano Alteri
Frosinone 11 Maggio 2009