Il congresso del Pd è importante per tutti, anche per chi a quel partito non appartiene
| Vita Politica - Partiti e Associazioni politiche |
Abbiamo più volte sostenuto la tesi della interconnessione tra i fatti politici che accadono nel Pd e quelli che accadono in altri luoghi della sinistra, del continuo ed inevitabile processo di condizionamento reciproco. Abbiamo anche più volte ripetuto di non vedere una diffusa consapevolezza di tale fenomeno, almeno a giudicare dagli atti pubblici dei rispettivi appartenenti e rappresentanti.
Possiamo però essere certi che una maggiore consapevolezza vi sia nel chiuso delle stanze politiche e nella individuale riflessione di ognuno; e che ciò potrebbe consentire, soprattutto a quel partito, di definire un progetto dai confini ampi e col respiro lungo, capace di ridare gli orizzonti e il passo ad una più diffusa evoluzione dell’intera area di centro sinistra, consapevole di esserne il “centro gravitazionale”.
Per tali ragioni continuiamo a ritenere che il congresso di ottobre del Pd sia un momento importante per tutti, e al quale tutti debbono e possono contribuire; che riguardi anche coloro che, ponendosi alla sua sinistra, a quel partito non appartengono, noi compresi. Sappiamo della scarsa incidenza che possono avere le parole di chi materialmente non partecipa al voto congressuale; ma sappiamo anche che la sola logica dei numeri è generalmente claudicante, spesso sorda e sempre cieca. Per cui, pensiamo che sia auspicio comune che le parole tornino ad avere il loro peso in quanto portatrici di senso, nella vita politica e in quella individuale delle persone.
Vogliamo, dunque, entrare in quella discussione mettendo, come si usa dire, i piedi nel piatto, schierandoci apertamente e sostenendo, da esterni, uno dei candidati: Pierluigi Bersani. Con una riserva.
La prima ragione che ci ha spinto a questa scelta è l’idea di partito propugnata da Bersani: un partito radicato nel territorio, popolare. È una condizione di partenza che ha delle conseguenze straordinarie sia nella dialettica interna al partito, sia nella sua iniziativa politica. Infatti, un partito legato al territorio dovrà necessariamente produrre le risposte che il territorio attende, e queste dovranno essere in coerenza col quadro politico generale delineato dal partito nazionale; il quale, a sua volta, non potrà che tenere conto di ciò che nel territorio si manifesta, e così via in un crescendo virtuoso, fino a prospettare vera partecipazione.
Al contrario, un partito cosiddetto leggero, o fluido o cos’altro, sarà sempre troppo verticistico, troppo impermeabile alle istanze territoriali, troppo simile ad un comitato elettorale, sempre troppo distante dalla tradizione politica italiana ed europea; un partito condannato alla marginalità e alla frustrazione, per mancanza di gambe su cui far camminare le idee che produce.
In un partito ben radicato nel territorio, il singolo cittadino aderente ha sempre già vinto, anche quando quel suo partito dovesse perdere le elezioni, poiché con esso è dotato di uno strumento che gli consente di operare nella comunità, di esprimere il proprio punto di vista, la propria vitalità politica; in un partito scarsamente o per niente radicato, il cittadino ha sempre già perso, anche quando il suo partito dovesse vincere, poiché senza di esso è deprivato dello strumento principe della individuale azione politica e sociale. Con la scelta di questa o quella forma di partito, perciò, si determina anche il maggiore o minore coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica. Un partito radicato territorialmente favorisce un maggiore coinvolgimento popolare, una migliore dialettica interna, una maggiore trasparenza, massima partecipazione e fluidità d’idee.
Il risultato sarebbe una politica più concreta e intellegibile, più partecipata, più vicina, più vissuta, più vera; la sua comunicazione travalicherebbe le aride modalità massmediatiche per giungere a nuove forme di contatto diretto, per coniugare, in una sintesi nuova, tecnologia e relazione umana. Sicuramente un partito al quale sarebbe interessante aderire.
La seconda ragione della nostra scelta riguarda la necessità del Pd di integrare sinergicamente le culture politiche sue fondatrici. Bersani ci pare abbia ben presente che la ricchezza di cui dispone il suo partito consiste proprio, se non soltanto, nelle tradizioni culturali cattolico-democratica e socialista che lo costituiscono, che di sé hanno informato il paese per decenni, e per decenni gli hanno procurato pace e prosperità. La DC e il PCI, per limitarci all’Italia Repubblicana, sono stati espressione di quelle culture che hanno costituito i pilastri della rinascita del Paese dopo il disastro fascista; essi hanno saputo governare, nei rispettivi ambiti e responsabilità, un paese diventato confine geopolitico nello scontro mondiale fra USA e URSS; essi sono riusciti ad attrarre attenzione e risorse da entrambi i contendenti, con un’abilità politica e una grandezza d’animo che oggi possiamo soltanto rimpiangere. Essi hanno garantito maggiori libertà civili, laicità dello stato, progresso economico, diffusione dell’istruzione… portando in pochi anni l’Italia nel consesso dei grandi del mondo. Essi hanno, insomma, operato efficacemente per lo sviluppo “di tutto l’Uomo e di tutti gli uomini”, per dirla con le parole di Paolo VI, di cui gli italiani hanno goduto i benefici per cinquant’anni. Dal riconoscimento di quelle culture, dice perciò Bersani, scaturisce una premessa “fondativa e modernissima: mettendosi dalla parte dei più deboli, di chi lavora e di chi produce, si può fare una società migliore per tutti”. I silenzi sulle rispettive storie, invece, non solo rendono quel partito letteralmente campato in aria, al di fuori del tempo e dello spazio, ma impediscono a quelle culture di irradiare tutto il loro potenziale umano storicamente accumulato; “siamo stati troppo ‘post’”, sintetizza Bersani. Ecco allora che quell’integrazione diventa necessità nazionale e non mero interesse di partito, auspicio di tutti e non di questo o quell’iscritto. Rinunziarvi, come molti all’interno di quel partito pare preferiscano fare, significherebbe dilapidare un patrimonio inestimabile e il totale depauperamento del partito stesso.
La terza ragione della nostra scelta riguarda il Lavoro. Osservando il mondo “dalla parte dei più deboli”, Bersani propone una precisa definizione di progresso, tendenzialmente e decisamente “inclusiva”, il cui esito sia, appunto, “una società migliore per tutti”. È un’affermazione di principio che indica un approccio nuovo e una direzione affascinante, utile a togliere il lavoro dalla condizione di minorità politica in cui versa ai nostri tempi.
Nell’antagonismo tra Capitale e Lavoro, quest’ultimo appare ora soccombente perché privo di rappresentanza e di progetto. Ciò non toglie, però, che continui a svolgere alacremente la funzione di produttore di ricchezza; funzione senza la quale nessuna ricchezza esisterebbe.
Ma la sua progressiva svalutazione può portare ad un pericoloso allontanamento da esso, che gli toglierebbe ogni funzione di espressione dell’umana natura, e quindi ogni qualsivoglia attrattiva. Svalutare il lavoro non è, perciò, solo un danno alle singole persone dei lavoratori, che pure in questi anni hanno subito un ulteriore e pesante impoverimento; o anche una grave disfunzione dell’intero sistema, che infatti si è inceppato mettendo a repentaglio le condizioni materiali dell’intero Occidente; ma anche una forte aberrazione del progredire umano, che in questa direzione prospetterebbe soltanto una desolata e inebetita distesa di schiavi.
Non a caso, sintetizzando il suo pensiero sulla situazione economica e sociale dell’Italia, ha in più occasioni posto al centro due temi: 1) impoverimento dei redditi e disuguaglianza crescente; 2) mancanza di mobilità sociale. Entrambi i temi si riferiscono ad una parte amplissima della popolazione, e coinvolge lo stesso buon funzionamento del sistema sociale, politico ed economico. Riguardano la produzione della ricchezza, i suoi luoghi e suoi modi; ma anche la ridistribuzione di essa, che dovrebbe avvenire, in primo luogo, nel rapporto di lavoro; le modalità della sua trasmissione generazionale, oggi causa di gravi discriminazioni di partenza, di vite condannate alla morte sociale, economica e culturale, sin dalla nascita.
Quei temi sono il riassunto delle esistenze di milioni di persone in Italia, e miliardi nel mondo. Inoltrandosi in essi, si verrebbe a capo di moltissime delle contraddizioni che nella nostra epoca ci fanno vivere con la trepidazione nelle ossa. Perciò, mettere in evidenza questi due temi, come Bersani fa, costituisce una specie di rivoluzione, neanche troppo piccola, se non altro concettuale, paradigmatica, tale da far tremare le convinzioni di molti e moltissimi.
Queste ed altre ragioni, che eventualmente esporremo in un’altra occasione, ci inducono ad affermare che il tutto sia un buon viatico, su cui il paese potrebbe avviarsi con convinzione e sufficiente fiducia; e su cui anche l’ala sinistra del centro sinistra potrebbe trovare terreno propizio per una sua nuova germinazione. Perciò meritevole di sostegno.
Tuttavia, non si può nascondere che manchi ancora qualcosa di rilevante, alla proposta di Bersani. È una mancanza di chiarezza che troviamo, però, anche negli altri candidati e che riguarda “lo svolgimento” dei temi, come lui stesso dice; cioè il “come” si realizzano le cose che si dicono. In particolare, non è chiaro quale sia “il patto” che Bersani propone alle diverse fasce sociali, e quali siano gli impegni reciproci, essendo chiaro che, chiunque vinca, il Pd sarà un partito interclassista, cioè un partito che tenterà di rappresentare trasversalmente tutte le classi. Ora, se è vero che Bersani, attraverso il proponimento dei due temi, vuole far emergere, e rincondurre a sintesi, le contraddizioni che attanagliano la società e l’esistenza stessa delle persone; se è vero, infine, che ha l’esigenza e l’obiettivo di coniugare le due culture fondative del partito tornando alle loro radici; se è vero, infine, che vuole un partito “popolare”, può certamente tentare di farlo cercando una sintesi fra gli interessi contrastanti delle classi, ma non negando o facendo negare la loro esistenza; non negando o facendo negare la loro rispettiva condizione materiale di privilegio o svantaggio; non negando o facendo negare la loro storia. Dovrebbe invece chiarire e far chiarire quale sarà il rapporto tra di esse, cosa s’impegna a fare l’una rispetto all’altra; quale sarà la loro reciprocità nel prossimo e nel lontano futuro. Altrimenti, il tentativo di evidenziare quelle contraddizioni sarà annientato della negazione delle differenze, di condizione e di opportunità, che le diverse classi vivono, col rischio di ridurre il tutto ad un approccio neo corporativo e sostanzialmente ipocrita.
Ecco, questo pensiamo che sia un neo, nella proposta di Bersani e degli altri candidati, che rischia di impedire il salto definitivo, davvero fondativo, del Pd. Non è ancora chiaro quale sarebbe il Patto interclassista che il Pd propone all’insieme della società, perché essa superi l’attuale situazione di stallo. Una risposta su questo potrebbe togliere tutti noi dai confini angusti del presente e ridare un po’ di fiato al nostro affanno. Il Pd lo deve al paziente e tenace popolo del centro sinistra. {jcomments on}
Ivano Alteri
Frosinone 9 Settembre 2009
| < Prec. | Succ. > |
|---|







