Roveda: ll dibattito congressuale del Pd dovrebbe servire a trovare “un’anima”
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Congresso Pd, interviste - Le risposte di Bruno Roveda, rappresentante di Sinistra Unita. - Caro Ignazio, raccolgo l’invito che cortesemente mi rivolgi pur privo (almeno in questa fase) di quella passione che fino a qualche tempo fa mi sollecitava a scrutare le vicende politiche nazionali e locali con l’intenzionalità propria di chi vuole (esige?) l’abolizione dello “stato di cose presente”.
1) edicolaciociara.it dagli esiti del voto del 7 giugno 2009 si è fatta la convinzione che il congresso del Pd sia importante per l'Italia. Dalle lettre di preoccupazionme per gli esiti sembra che ci sia una vera attesa anche per chi non ne condivide fino in fondo le ispirazioni e le scelte.
Qual'è il limite, la causa o le colpe, secondo te, che ne bloccano l'espansione del consenso, che gli impediscono di crescere?
Sicuramente il Congresso del PD è importante per l’Italia. Nonostante il recente passato e le scelte di molti dirigenti improntate ad una visione “modernista” e “tecno-riformista” della società italiana (fatte proprie soprattutto da coloro che della “politica” masticano – oggi – solo il suo aspetto di mera riduzione all’amministrazione della cosa pubblica), resistono negli interstizi della trama sociale vari “grumi” di civiltà: civiltà giuridica, civiltà economica, civiltà del “Welfare”. L’elenco delle “civiltà” dismesse, abbandonate, sottostimate è lungo e se lo proponessi me ne sfuggirebbe sicuramente qualcuno. Né sottolineo le “emergenze”: se dicessi “per primo” il lavoro rischierei di sovrastimare, rispetto alla considerazione di altri, ciò che è “subordinabile” a fronte di altre emergenze. Credo che il nodo stia proprio qui (e non si tratta di un nodo proprio solo del PD): il dibattito congressuale del Partito Democratico dovrebbe servire a trovare “un’anima” (faccio mia una formula altrui) che, “radici nel passato”, sappia germogliare “fronde nel futuro”. Ma il “passato” non c’è più. Scomparsi i contesti produttivi, relazionali, progettuali: l’antropizzazione dei territori è mutata, non si fa nemmeno più la guerra per “preparare” la pace. La guerra è un fattore produttivo, la si è digerita come occasione di sviluppo. Sono mutate, molto mutate, “degradate ad altro da sé”, le coscienze individuali e collettive. Rasento (raggiungo?) la banalità: chi progetta oggi – in particolare nel PD - la “militanza” come promozione di sé e di “liberazione” collettiva? Quali e quante resistenze, dappertutto, a ripensare l’accezione del termine/pratica politico-amministrativa “governabilità”? Qual è il “giusto mezzo” (oggi, nelle attuali condizioni “mondializzate”) tra governabilità intesa come il darsi le condizioni per esercitare egemonia progettuale – non certo dominio illiberale – e governabilità intesa come mera sovrastruttura di potere, articolata e diffusa nelle sue diverse forme? Il limite del PD, delle diverse componenti del PD, sta nel cercare la modernizzazione senza modernità (la formula non è mia). La stessa “invenzione” del PD è una modernizzazione - partito più o meno autosufficiente, si vedrà; comunque maggioritario (?); con ampie prospettive “inclusive” (di chi? – di cosa?); europeo e territoriale, quasi identitario secondo qualcuno che “pensa” e ha seguito; polo ineludibile di un bipolarismo (asfissiante!) ad alternanza garantita – senza modernità. Il Congresso del PD “aggredirà” la “centralità dell’impresa” o la “centralità del lavoro”? La scelta dirà se si promuove modernizzazione o se si tenta la conquista della modernità! Sviluppo ecosostenibile (?) o decrescita felice? La mia speranza è che il PD domandi a se stesso quale sia il “grumo di civiltà” – grumo di “sintesi” - capace di promuovere la trasformazione. La mia speranza è che non si limiti alla proposizione, rituale e autoreferenziale, degli “ordini del giorno” che acquietano le coscienze e tranquillizzano i “referenti”, ma non innescano la prassi, l’agire politico quotidiano dei tanti nei diversi luoghi delle relazioni sociali. La mia speranza è che il PD “nasca” come soggettività politica autonoma forte di un progetto “forte” di società di eguali in diritti ed opportunità.
Temo che il Congresso del PD praticherà il posizionamento e lascerà sullo sfondo il “dubbio”. Sarà, temo, una contesa – magari anche educata – a non cedere nemmeno un millimetro, ciascuno pro domo propria, sul terreno della rappresentatività dei gruppi, degli interessi, delle visioni del mondo, delle carriere politiche. Tante “anime” tese al rafforzamento della propria “sovranità” (sullo stesso autobus, ma ciascuno al suo posto, intangibile ed impermeabile). Nessun viandante alla ricerca di un percorso che sia mezzo e fine al contempo. Questo “negherebbe” il PD. Il Partito Democratico potrebbe diventare tale se si frantumasse e se superasse il suo limite: la non-radicalità, l’a-radicalità, il facile innamoramento per il “nuovismo”. A bloccare l’espansione del consenso (ad accelerare la caduta del consenso?), ad impedirne la crescita (ad accentuarne il declino?) è la “natura” del PD. Un patto a freddo per contrastare (?) la “resistibile” ascesa di Berlusconi, un patto a freddo stipulato al solo scopo di occupare porzioni di spazio “condiviso” con l’avversario: il potere mediatico, gli interessi economico-finanziari, la benevolenza delle gerarchie/gerontocrazie “valoriali”.
2) Il risultato che il Pd ha raccolto nelle elezioni provinciali di Frosinone (14%) trae origine da qualche limite del partito nazionale (in questo caso quale?) o ha spegazioni tutte locali e quali? Che correzioni devono adottare in vista del voto regionale del 2010 gli uomini del Pd? L'attuale campagna congressuale quali proposte dovrebbe lanciare, in alternativa alla condotta del centrodestra, per affrontare le esigenze economiche e sociali, in particolare quelle che oggi riguardano la crisi dell'occupazione?
Credo che ci siano limiti nazionali e spiegazioni locali. Sui limiti nazionali altri – ben più attenti ed autorevoli di me, se pure io lo sono - si sono espressi in maniera convincente. Sulle “spiegazioni” locali pure si è detto molto e molto ha rasentato la diceria e/o il pettegolezzo. Indice della incapacità del “ceto” politico-amministrativo locale di volare appena un dito più in alto dei propri interessi di bottega e di clientela. In buona sostanza: “Di ciò di cui non si può parlare è bene tacere”. {jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 09 Settembre 2009 08:57)







