L’UE deve cambiare profondamente la sua politica, le sue strategie e i suoi approcci
| Vita Politica - Partiti e Associazioni politiche |
Una conversazione informale svolta a Roma, lunedì 24 Ottobre scorso, tra un giovane presidente del Circolo PD di Veroli, Abdessamad El Jaouzi, e il presidente della fondazione Italianieuropei, On. Massimo D’Alema, che trae spunto dal libro “Il mondo nuovo - Riflessioni per il Partito democratico”.
Si tratta di un testo che raccoglie gli scritti e gli interventi più significativi di D’Alema dal 2006 al 2009, in cui vengono offerti alcuni spunti per una valutazione dello straordinario mutamento in atto nello scenario internazionale.
Partendo dall’idea di un’Europa unita, nel quadro di un processo di integrazione non ancora completato, fino all’avvento di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, si propone un’analisi e una riflessione sulle nuove sfide globali, sulla crisi culturale ed economica, e sui nuovi equilibri determinati dalle potenze emergenti (Cina, India e Brasile). Passando per il crocevia del Mediterraneo, con il suo carico storico, politico, economico e culturale, ma anche teatro di conflitti e sfide irrisolte, dalla questione dei Balcani al conflitto Israelo-Palestinese, alle aspirazioni nucleari iraniane e ai regimi dittatoriali nel mondo arabo.
Presidente, perché l’Europa di fronte alla primavera araba si è fatta trovare impreparata e incapace di cogliere i tanti segnali di insofferenza provenienti dal mondo arabo?
Quello che sta accadendo in Libia, come in altri Paesi del mondo arabo, è la dimostrazione che vi erano regimi autoritari che non godevano del consenso popolare. Alcuni di questi si erano formati in un periodo in cui avevano un “carattere rivoluzionario”, ma poi si sono sclerotizzati in forme autoritarie perdendo ogni legittimazione. Si tratta di un dato di fatto su cui non è stata posta la giusta attenzione. Non ci si è resi conto di questa novità, anche perché alcuni autocrati sembravano funzionali alle esigenze dell’Europa. All’altra sponda del Mediterraneo, infatti, l’Europa ha guardato fondamentalmente avendo tre preoccupazioni di carattere securitario: la sicurezza energetica, il contenimento dell’immigrazione e la paura dell’islamizzazione. E, da questo punto di vista, quei regimi sembravano dei partner più rassicuranti. D’altro canto è abbastanza diffuso nell’opinione pubblica europea, il pensiero che la democrazia sia una caratteristica esclusiva dell’Europa, mentre altri Paesi sarebbero maggiormente propensi a forme dittatoriali.
Ciò che è accaduto non poteva essere previsto, ma adesso deve spingerci a riflettere: l’Unione europea deve cogliere questa grande opportunità per cambiare profondamente la sua politica, le sue strategie e i suoi approcci.
L’ultimo banco di prova per un’azione comune dell’Europa poteva essere la vicenda libica, sia dal punto di vista dell’intervento militare sia dal punto di vista della gestione dei flussi migratori che ne sono derivati. Che ne pensa?
La politica dell’immigrazione è senza dubbio un nodo fondamentale su cui si misura la coesione dei Paesi europei. Oggi, in particolare, rappresenta uno dei fattori che dimostra proprio tale mancanza e le difficoltà che l’Europa incontra nel delineare una vera e propria politica estera. La crisi libica ha messo in luce tali divergenze e si è creato uno stato di confusione: da una parte, l’iniziativa anglo-francese favorevole all’intervento militare e la Germania contraria; dall’altra il governo di Berlusconi, inizialmente solidale con Gheddafi, che poi suo malgrado si è trovato coinvolto. L’Ue è inevitabilmente condizionata dalla somma degli interessi dei diversi Paesi. A questo punto, però, le si prospettano solo due possibilità: o si rafforza o non avrà più alcun peso politico.
Oggi, ci si interroga sul tema dell’immigrazione. Sono quasi 5 milioni gli stranieri che vivono in Italia. C’è chi definisce gli immigrati come un fattore che incide negativamente sulla società, invece si dimostra come il Paese non possa fare a meno di questa risorsa, sia in termini demografici che economici. Qual è la sua opinione in merito?
Definire un percorso che affronti seriamente questo tema, purtroppo, non sembrava essere la priorità del governo Berlusconi. Innanzitutto, occorre accelerare sulla questione della cittadinanza, in primis stabilendo come criterio fondamentale che chi nasce e cresce in Italia è italiano a tutti gli effetti. Non vi è alcun dubbio, infatti, che in Italia come in Europa gli immigrati siano necessari, sia per una questione economica che demografica. Pertanto è ineludibile elaborare un’efficace politica di accoglienza capace di attrarre persone che intendano entrare nel mercato del lavoro. I dati della Commissione europea dimostrano come nei prossimi 15 anni aumenterà l’esigenza di nuovi immigrati. E ciò riguarda in particolare l’Italia, un Paese che sta progressivamente invecchiando e per questo necessita dell’apporto di queste persone che attualmente, con il loro lavoro, concorrono per più dell’11% alla ricchezza nazionale. Inoltre, ritengo sia ancora più importante approntare una politica di integrazione che sia tale da garantire il riconoscimento dei diritti degli immigrati, soprattutto i diritti politici. Solo in questo modo, ad esempio, il sindaco di una città presterà attenzione anche alle loro istanze in virtù del contributo che possono dare alla comunità locale.
Le nuove generazioni, figli di immigrati che noi definiamo “i ricchi culturalmente”, nati e cresciuti in questo Paese, rivendicano uno spazio di partecipazione nella società. Essi vogliono essere attori del successo di una nuova Italia perché si sentono cittadini italiani a tutti gli effetti. Si tratta spesso di persone altamente istruite, ma che, tuttavia, continuano ad essere considerati come semplici immigrati. Cambierà questa visione distorta?
L’istruzione e la formazione rappresentano una fondamentale opportunità per l’inserimento nel mondo del lavoro. Ma è chiaro, però, che è urgente offrire loro la possibilità di vedersi riconosciuti gli stessi diritti dei loro coetanei. Questo può avvenire attraverso il concretizzarsi della modifica della legge sulla cittadinanza e l’acquisizione dei diritti politici. Oggi un giovane immigrato, nato, cresciuto e laureatosi in Italia, non può accedere ai concorsi pubblici in cui la cittadinanza italiana risulta un requisito fondamentale. E’ uno scandalo che si traduce sia in un’intollerabile esclusione sociale del giovane, sia in una mancata opportunità per il nostro Paese. Sono ostacoli che devono essere superati al più presto con determinazione e coraggio, se vogliamo che l’Italia stia al passo con il resto del mondo.
Se il centrosinistra dovesse andare al governo, queste proposte saranno inserite nell’agenda?
Certo. Il Pd fa da sempre del riconoscimento dei diritti di cittadinanza e dei diritti politici degli stranieri residenti nel nostro Paese uno dei tratti fondamentali della sua identità. Voglio ricordare, in proposito, che il Partito democratico sta sostenendo la campagna “L’Italia sono anch’io” che promuove due leggi di iniziativa popolare per il diritto di cittadinanza e il diritto di voto alle elezioni amministrative.
Durante il convegno nazionale del Forum immigrazione del PD, ha ricordato la sua esperienza da premier alle prese con la questione del dialogo tra Stato e religioni. Per quanto riguarda l’Islam, quali sono gli ostacoli che Lei ha rilevato?
In Italia, come previsto dalla Costituzione, la libertà di culto è regolata da intese tra lo Stato e le diverse confessioni religiose. Con i musulmani ciò non è mai stato possibile e tra i problemi quello della mancanza di interlocutori riconosciuti dalla comunità, che vive una situazione particolarmente frammentata. Per questo mi auguro che si crei, in modo federato, un Islam italiano con il quale lo Stato possa finalmente firmare un’intesa.
Il Marocco ha un legame speciale con l’Europa, è un Paese del Mediterraneo che ha vissuto in piccola parte la sua rivoluzione araba e ha intrapreso un percorso verso una nuova Costituzione. Secondo Lei, il Marocco può giocare un ruolo di guida nella costruzione della nuova democrazia invocata dal mondo arabo? E i giovani italo-marocchini possono costituirsi come ponte di dialogo?
Il Marocco è un Paese in cui il processo di apertura democratica, sotto l’egida della monarchia, arriva da lontano. In particolare, fu molto importante il dialogo tra due personalità, il Re Hassan II e Abderrahman Yusufi, Primo ministro socialista, presidente dell’Associazione degli Avvocati, che ha giocato un ruolo fondamentale nel processo di democratizzazione. Si tratta quindi di un Paese interessante, più aperto e moderno di altri. Paradossalmente, i Paesi più aperti sono quelli che non possiedono petrolio. Infatti, mancando questa risorsa, non hanno potuto vivere di rendita, ma piuttosto contare sulle proprie capacità di sviluppo locale. Il Marocco, però, ha un problema ancora irrisolto: quello del Sahara Occidentale. Un dramma che rappresenta un fattore destabilizzante per tutta l’area sub-sahariana. Anche per questo è necessario muoversi con coraggio alla ricerca di una soluzione. Tra l’Italia e il Marocco c’è un rapporto speciale e di amicizia, anche in virtù di un mancato passato coloniale. Quanto al ruolo dei giovani e dell’associazionismo, sì, penso che sia fondamentale e che possa rappresentare un fattore decisivo di sviluppo. Certo, i tagli che ha operato il governo Berlusconi, che hanno diminuito pesantemente le risorse destinate al terzo settore, hanno creato enormi difficoltà alle associazioni di volontariato che cercano di svolgere il loro importante lavoro, utile a tutta la società, tra mille ostacoli.
Nei suoi vari colloqui istituzionali e politici ha sempre lanciato un messaggio di forte sostegno dell’Italia all’ingresso della Turchia nell’Ue, un Paese chiave diviso tra Islam e secolarismo. Ad oggi, questo processo di adesione sembra essersi arenato a causa della situazione interna alla Turchia che provoca perplessità tra alcuni membri dell’Ue. Quale soluzione per il futuro?
La Turchia vive, a causa delle sue vicende politiche, una congiura molto delicata. La forza di attrazione che l’Europa ha esercitato, sin dall’avvio dei negoziati di adesione nell’ottobre del 2005, ha indubbiamente prodotto effetti molto positivi sul quadro politico di questo Paese. L’Italia, da parte sua, continua a sostenere tale processo. Lo suggeriscono, tra l’altro, ragioni geostrategiche, legate alla comune appartenenza mediterranea. Si tratta, invero, di un Paese che rappresenta uno snodo tra i Balcani, il Medio Oriente, il Caucaso, l’Asia centrale e rappresenta un hub per i transiti energetici dal Mar Nero e dal Caspio. Inoltre, mantenere aperte le porte dell’Ue alla maggior democrazia islamica, appunto la Turchia, è una fondamentale garanzia di sicurezza per gli europei nel loro insieme. Detto questo, il processo di adesione all’Ue andrà valutato in base alle questioni specifiche ancora aperte o irrisolte, dalla piena libertà di religione e di espressione, alle soluzioni ancora attese nei rapporti con Cipro, alla questione Curda e alle relazioni con l’Armenia. In definitiva, in tale complesso percorso, credo che l’Italia debba avere l’ambizione di porsi come interlocutore attento e consapevole, come partner che sappia mantenere un dialogo assiduo, vigile e critico per sostenere la Turchia nel suo percorso di compiuta integrazione europea.
questa intervista oltre che su edicolaciociara.it è apparsa sul sito dimmidipiu.it
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Ultimo aggiornamento (Venerdì 06 Gennaio 2012 16:43)







