Masi lascia le finanze stremate della Rai
| Vita Politica - Informazione |
Masi va a comandare altrove. Sembra che non lasci un vuoto in Rai poiché ne parlano come del peggior Direttore Generale a memoria di Viale Mazzini. Ma è stato solo l'uomo della misura giusta per aggirarsi –in giacchetta e girocollo- in un' azienda che ha perso, non da oggi, le sue prospettive. leggi tutto
La ragione sta nella circostanza, unica in Europa Occidentale, per cui l'azienda pubblica anziché essere il perno di un sistema informativo e produttivo è invece l'ancella delle burocrazie politiche e della confraternita Mediaset. Questa funzione servile è la sostanza del nostro "Servizio Pubblico". Da qui, e da ultimo, discendono le scelte schiettamente "duopoliste" del periodo di Masi, come la rottura dei rapporti con Sky; da qui anche la canizza continua contro alcuni personaggi e trasmissioni di informazione indigeste alle curve di destra dello stadio politico italiano.
Venti anni orsono la Rai ha vissuto momenti simili. Caduto De Mita e a corto di denaro, Agnes dovette mollare la Direzione Generale. La Rai Tre di Angelo Guglielmi, con quattro soldi, era smagliante di lodi e di ascolti, mentre RaiUno e RaiDue annaspavano risucchiando gran parte delle finanze aziendali. Arrivò allora Gianni Pasquarelli, esponente del cosiddetto CAF (Craxi, Andreotti, Forlani, in pratica l'area politica che oggi compone il PDL) con il mandato, come dicevano quelli che la sapevano lunga, di "opacizzare" Rai Tre e di spremere soldi a favore di Rai Uno (e della catena di fornitori e subfornitori che ne dipendevano). Sotto il primo profilo, quello più strettamente politico, ci fu, a dire il vero, appena qualche tentativo di disturbo perché allora i direttori di rete godevano di una particolare autonomia e, tranne che non bussassero a cassa, non c'erano molte occasioni di mettergli i bastoni fra le ruote. Così perfino le rigidità che, per stringere Rai Tre in un letto di Procuste, la Direzione Generale iniziò a pretendere dagli orari di palinsesto, venivano superate creativamente dalla Terza Rete che moltiplicava le trasmissioni nuove e rinnovava di continuo quelle già affermate. Da questo lato dunque, tranne l'aver rubato a Santoro un paio di trasmissioni con la scusa della campagna elettorale, anticipando le piacevolezze degli attuali regolamenti, Pasquarelli non combinò nulla, come del resto è accaduto anche a Masi. Gli andò meglio nella missione di sostenere sottobanco Rai Uno, dando fondo a ogni riserva del bilancio che finì di tracollare con il sopravvenire della crisi economica del 1992 e della conseguente contrazione della pubblicità. Pasquarelli si fece da parte e furono nominati un Consiglio (Presidente De Mattè, proveniente dalla Bocconi) e un DG (Gianni Locatelli, proveniente dalla direzione del Sole 24h) con la missione del risanamento. Viene ricordata come la fase dei "professori": in effetti qualcuno lo era davvero e comunque nessuno era un politico di professione. In pratica erano anche i cirenei della crisi Rai e dunque indipendenti, ma anche un po' soli. Sicché per dotarsi di una qualche base d'appoggio interna all'azienda dettero spazio alla corporazione Rai più importante, quella dei giornalisti, che –fra l'altro- chiese e ottenne di piazzare una nuova edizione del TGR proprio in mezzo alla serata di Rai Tre. Che veniva colpita e affondata diventando un condominio in luogo dell'insieme unitario che ne aveva permesso fino allora il continuo sviluppo. Così dove aveva fallito Pasquarelli, ce la fecero De Mattè e Locatelli non in obbedienza alla forza della politica, ma semmai per la sua mancanza, che li gettava brutalmente in bocca ai particolarismi che allignano in ogni grande azienda. Oggi il "problema" che allora si chiamava Rai Tre è costituito più che da una Rete da una serie di trasmissioni di largo ascolto che osservano l'Italia "da sinistra" mentre, a parte lo stanco tabarin di Vespa, non c'è nulla, oggi come vent'anni fa, che riesca a fargli il controcanto. Ecco così radunati gli stessi ingredienti di allora: azienda senza soldi, destra irritata, e via dicendo. Chissà che non sia in arrivo il completamento del bis! Con Masi che si allontana dalle finanze stremate della Rai e il Tesoro (il padrone formale della Rai, quello stesso che pochi giorni fa ha avanzato pubblici dubbi sulla tenuta del canone) che prepara una qualche tremontiana riedizione del commissariamento professorale della azienda televisiva. Magari, visto che dovrà trovare il modo di immettere denaro nelle casse vuote della Rai, servirà l'accordo dell'opposizione e tornerà d'uopo in tal caso sventolare la bandiera della pacificazione degli animi sotto le insegne del "recupero del vero spirito del Servizio Pubblico" (inteso come spartizione rettificata e aumento della insignificanza media della programmazione).
Poiché sotto la minaccia dei libri in tribunale tutto diventa possibile e lecito, abbiamo l'impressione che sia proprio con l'arrivo di questi "pacificatori" che Santoro, Gabbanelli, Floris, Jacona, Fazio e Saviano avrebbero di che preoccuparsi. Sempre che la Storia, smentendo il proverbio, stavolta voglia ripetersi.
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 27 Aprile 2011 09:44)







