Per l'acqua pubblica ci vuoile una posizione unitaria
| Vita Politica - In Provincia e nel Lazio |
Acqua pubblica: nonostante tutto si può e si deve tornare indietro. Il nulla di fatto a causa della mancanza del numero legale della Conferenza dei Sindaci dell'ATO5 del giorno 9 gennaio ci permette di aprire un discorso sullo stato del servizio idrico integrato. Crediamo che sui beni di primaria necessità non si specula! Oggi più che mai, riteniamo necessario di dover riaprire una discussione sulla gestione del ciclo delle acque, ma prima di sviluppare una proposta capace di normalizzare la questione in provincia, bisogna fare una premessa abbastanza corposa sulle norme forse anche troppe che regolano tale materia. La Legge Galli e le successive normative emanate dalla Regione Lazio per la gestione del servizio idrico erano indirizzate alla individuazione di un unico gestore che si interessasse tanto della captazione, quanto della distribuzione e della depurazione. Lo scopo era quello di unificare un settore polverizzato, che vedeva la presenza di più soggetti nel territorio. Si voleva, in sostanza, razionalizzare, dare efficienza ed efficacia al sistema. L'unico gestore avrebbe dovuto razionalizzare, investire e ridurre le disfunzioni. La legge consentiva altresì alla provincia, in concorso con i comuni, la possibilità di scegliere diverse forme di gestione. Si poteva optare per la costituzione di una società pubblica o per la gestione privata con bando di gara. Dava anche la possibilità per una gestione mista pubblico- privato, nella quale doveva però prevalere la maggioranza del pubblico. In un momento storico, dove all'interno del Paese, e quindi della provincia, si affermava una concezione di liberalizzazione, le forze politiche ciociare hanno scelto, a differenza di Latina, Viterbo e Roma, che aveva già la società municipalizzata (ACEA), di darla ad una struttura privata, utilizzando tuttavia una struttura municipalizzata. Gli effetti di tale decisione sono sotto gli occhi di tutti. Aumenti consistenti del costo delle bollette, disservizi denunciati dai comuni per mancanza di erogazione, proteste di ogni tipo su una gestione che viene considerata dai cittadini una vessazione. Molti si chiedono, come noi, se sia ancora possibile tornare alla gestione pubblica. Riteniamo di sì, perché i sindaci, coordinati dalla provincia, possono, nell'ambito dei poteri loro assegnati, assumere decisioni diverse. Non si tratterebbe di ammettere che la scelta fatta inizialmente era sbagliata, ma di rivedere, dopo un periodo di tempo e verifiche effettuate, di modificare una strategia gestionale più consona al tipo di servizio erogato, che, senza strumentalizzazione o proclami demagogici, rappresenta e rappresenterà sempre di più un problema nel rapporto con gli utenti, i cittadini ed i pensionati. In particolare sui costi, che, a nostro avviso, devono essere differenziati in funzione della capacità reddituale delle famiglie. Può un pensionato al minimo, un disoccupato, una famiglia a basso reddito sostenere costi sopra la loro capacità finanziaria? La progressività fiscale, su cui si basa il nostro sistema sociale, deve vedersi applicata anche nel caso di un bene fondamentale come quello di accedere al servizio idrico. Purtroppo l'acceso dibattito sviluppatosi successivamente nel paese a seguito dell'entrata in vigore del c.d. "decreto Ronchi" (d.l. n. 135/2009 poi convertito nella l.166/2009: e, per quel che qui interessa, l'art.15) ha testimonia il diffondersi di una sensibilità almeno in parte diversa, rispetto a quella che ha dominato, in maniera incontrastata, negli ultimi vent'anni. Naturalmente, sarebbe del tutto fuor di luogo parlare di una vera e propria inversione di tendenza, anche perché, al di là delle posizioni di volta in volta assunte sulle singole questioni, la cultura delle forze politiche presenti in Parlamento, per non parlare di quella degli organi di informazione e degli opinion makers più influenti, rimane robustamente ancorata all'assunto, tutto ideologico, secondo cui "privato" sarebbe, sempre e comunque, sinonimo di una maggiore efficienza nella gestione di un'impresa, di un servizio o di un bene. Tuttavia, che la prospettiva di una privatizzazione (anche) dell'acqua abbia provocato una diffusa reazione di protesta, destinata, con ogni verosimiglianza, a sfociare in un referendum abrogativo della nuova disciplina, è certamente il segno, che sarebbe ingenuo sopravvalutare, di un primo, possibile, sussulto antiliberista dopo un lungo periodo di vera e propria egemonia del modello thatcheriano e reaganiano abbracciato senza incertezze tanto a destra quanto a sinistra. Sarebbe un errore, però, ritenere che il nuovo testo dell'art.23 bis l. n. 133/2008 (introdotto, appunto, dall'art.15 d.l. n. 135/2009), sul quale si è appuntata l'ondata di malcontento, rappresenti una novità assoluta nel quadro della disciplina giuridica dei servizi pubblici locali. Infatti, la possibilità che questi ultimi (ivi inclusa la gestione delle risorse idriche in quanto servizio di rilevanza economica, ai sensi sia dell'art.113, comma 1° D.Lgs.n. 267/2000, Testo Unico degli Enti Locali: d'ora in poi TUEL, sia del comma 1° del medesimo art.23 bis) venissero erogati da società di diritto privato a capitale interamente privato, ovvero da società a capitale misto, era già stata espressamente contemplata almeno a partire dall'art.113, comma 5° TUEL), e poi confermata dall'art. 150 D.Lgs. n. 284/2006 (Codice dell'ambiente), proprio con specifico riguardo al settore idrico. Tanto l'una quanto l'altra di queste due fonti, inoltre, includono, tra le forme di gestione del servizio pubblico, anche quella della società a capitale interamente pubblico, sia pure entro i limiti stabiliti dalla giurisprudenza comunitaria (ossia che l'ente pubblico titolare del capitale sociale eserciti sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l'ente che la controlla). Questo modello tripartito è stato, ora, recepito anche dall'art. 23 bis il quale, alla lett. b) del comma 2°, ha previsto che la gestione dei servizi pubblici locali possa essere affidata anche a società a partecipazione mista, pubblica e privata, nelle quali la partecipazione del socio privato, selezionato sulla base di procedure competitive ad evidenza pubblica, non può essere inferiore al 40%. Sotto questo profilo, quindi, il "decreto Ronchi" si iscrive del tutto coerentemente all'interno di un processo di privatizzazione dei servizi pubblici locali avviatosi nel nostro paese già da tempo: e, anzi, sembrerebbe voler rendere coerente il sistema nella misura in cui recupera, in conformità a quanto disposto dal TUEL e dal Codice dell'Ambiente, la forma della società mista. Le novità più rilevanti della nuova disciplina, riguardano, in realtà, il trattamento riservato alle gestioni in house: e ciò sotto un duplice profilo. Da un lato, infatti, il regime delle condizioni in presenza delle quali è dato avvalersi dell'affidamento in deroga viene, per così dire, inasprito nella misura in cui il comma 3° esige, adesso, che ricorrano, altresì, situazioni eccezionali. Inoltre, poiché il medesimo affidamento in deroga richiede un parere preventivo (obbligatorio, ma non vincolante) dell' Autorità Garante della concorrenza e del mercato, il legislatore del 2009 ha introdotto il meccanismo del silenzio assenso, sicché, trascorsi sessanta giorni dalla ricezione della relazione inoltrata dall'ente affidante, il parere deve intendersi espresso in senso favorevole. Per altro verso, e si tratta, con ogni probabilità, della novità più significativa introdotta dall'art.15 d.l. n.135/2009, il regime transitorio degli affidamenti in house è ora contraddistinto da una sorta di clausola capestro (comma 8°, lett.a), in forza della quale le gestioni in essere alla data del 22 agosto 2008, purché conformi al canone comunitario, «cessano, improrogabilmente e senza necessità di deliberazione da parte dell'ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011». Viceversa, esse cesseranno «alla scadenza prevista dal contratto di servizio a condizione che entro il 31 dicembre 2011 le amministrazioni cedano almeno il 40% del capitale attraverso le modalità di cui alla lett.b) del comma 2» (ossia, attraverso il ricorso ad una procedura competitiva ad evidenza pubblica). Inoltre, ai sensi della lett.d) del medesimo comma 8°, anche nel caso in cui l'affidataria sia una società a partecipazione pubblica, ovvero una sua controllata ai sensi dell'art.2359 c.c., la gestione potrà prolungarsi per tutta la durata originariamente prevista dal contratto di servizio solo a condizione che, tra il 2013 e il 2015, la quota di partecipazione pubblica scenda prima al 40%, poi al 30%. Non è difficile scorgere i tratti del disegno di rapida, smobilitazione degli affidamenti in house (e, più in generale, della gestione pubblica dei servizi locali) che ispira il regime transitorio scolpito dal nuovo art.23 bis. Tra l'altro, come si è visto, gli affidamenti in discorso sono perfettamente conformi al diritto comunitario, sicché neppure può essere invocata, quale giustificazione di questo piano di smantellamento, la necessità di unifomarsi all'ennesimo diktat dell'Unione: anzi, lo si è già ricordato, sia pure entro i limiti del "controllo analogo", la giurisprudenza comunitaria considera l'affidamento in house del tutto legittimo. A ciò si aggiunga che il termine brevissimo entro il quale selezionare il socio privato, onde prolungare la durata della concessione sino alla scadenza del contratto di servizio, rischia di favorire operazioni di ampliamento della compagine sociale "al ribasso", tanto più che, allorquando quella scadenza sia molto ravvicinata nel tempo, il privato sarebbe comunque disincentivato dalla estrema difficoltà, se non impossibilità, di rientrare dall'investimento iniziale e, addirittura, di renderlo profittevole. Il clamore e la protesta suscitati dal decreto Ronchi sono state, dunque, pienamente giustificate dalla radicalità (verrebbe da dire: brutalità) con la quale il Governo ha intenso procedere alla privatizzazione (della gestione) di risorse essenziali per la collettività. Ben venga, dunque, l'iniziativa referendaria, a condizione, però, che non ci fermi ad essa. Non solo perché il suo esito (a cominciare dall'ammissibilità dei quesiti che andranno congegnati con molta attenzione) è, a voler essere ottimisti, alquanto incerto: ma anche, e fondamentalmente, perché l'obiettivo, come emerge anche dalle brevi osservazioni che precedono, non può essere soltanto quello di abrogare qualche norma, dovendosi procedere, piuttosto, ad un radicale ripensamento delle politiche perseguite dai governi della seconda repubblica in materia di servizi pubblici. In questa prospettiva il referendum può essere la prima tappa di un più ampio processo, e movimento, inteso a rivendicare la intangibilità dal mercato e dal profitto di beni, come l'acqua, che norme interne (a cominciare dall'art.144 del Codice dell'Ambiente) e internazionali, considerano destinate, in primo luogo, al soddisfacimento dei bisogni essenziali delle persone. Quindi sulla base delle suddette riflessioni e' necessario passare, nella nostra provincia, da una visione di liberalizzazione ad una prospettiva neo-istituzionalista, orientata a salvaguardare lo sviluppo economico di un territorio con la necessità di assicurare alle famiglie, ai consumatori ecc. pari dignità di accesso ai servizi di prima necessità del vivere quotidiano, considerato come un prodotto che non deve produrre unicamente profitti. In altri termini provincia e comuni, insieme agli altri soggetti attivi del territorio, quali le associazioni, i sindacati ecc., devono concertare le priorità e gli interventi su tali servizi. Il tema non si limita solo alla questione idrica, ma è una mission di società che dobbiamo far affermare nella nostra provincia. Ai sindaci, alle forze politiche alle associazioni di rappresentanza e sindacali, chiedo di non far passare nell'indifferenza un dibattito su cui costruire un nuovo modello di società in provincia.
Federazione della Sinistra - Coordinamento di Frosinone.
Sostieni il nostro lavoro.
edicolaciociara.it, invisibile.eu l'Associazione perl'Alternativadicentrposinistra sono iniziative no-profit i cui fondi provengono da interamente dalle donazioni di persone che ci leggono. Qualsiasi donazione tu possa fare, grande o piccola, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per fare una donazione tramite , Clicca qui.
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Ultimo aggiornamento (Martedì 18 Gennaio 2011 11:57)







