Esame del voto. Se il 33% era una sconfitta, oggi dovremmo parlare di tracollo
| Vita Politica - Elezioni |
di Danilo Collepardi. Dopo le elezioni politiche del 2008 molti gridarono alla grave sconfitta del PD che si era attestato ad una quota superiore al 33% ( ben al di la della sommatoria dei voti dei costituenti).
Fosse stata vera quella sconfitta, oggi dovremmo parlare di tracollo. Quella delle politiche, dopo il crollo inglorioso dell’Unione, non fu una sconfitta, quello di oggi non è un tracollo.Quella del 2008 fu, al contrario, l’affermazione di un progetto politico per la costruzione di un partito e di un polo riformista-progressista in Italia e l’apertura di una nuova fase politica fondata sulla democrazia dell’alternanza di stampo europeo.
I risultati elettorali del 2009, pur con una seria flessione del PD, mantengono pur tuttavia integro il progetto malgrado le dimissioni del suo principale sostenitore, Walter Veltroni ( il PD, a causa del forte arretramento della sinistra, è il primo partito riformista d’Europa).
Il problema sta nel partito che si presenta diviso, anzi lacerato, al suo interno in tanti partitini incomunicanti e con idee fortemente divergenti. L’idea di qualcuno di costruire un partito di tal fatta è profondamente sbagliata. La DC poteva permetterselo perché aveva due elementi che la tenevano unita: da una parte il potere incontrastato per 60 anni, dall’altra la Chiesa Cattolica.
Il PSI diviso in correnti era un partito in estinzione (ridotto a circa l’8%) fin quando è arrivato Craxi che ha messo a tacere tutti raddoppiando in pochi anni i voti.
L’Italia oggi è un paese impaurito,incerto sul suo futuro, la debolezza dello Stato e della sua struttura sociale ne fa , come dice Marc Lazar, il sismografo d’Europa. Siamo i primi infatti a subire i sussulti profondi della società che poi si diffondono più lentamente in tutto il continente.
Il popolo italiano oggi ha bisogno di certezze, ha bisogno ad esempio di un governo stabile, compatto che gli assicuri il superamento della crisi e un futuro roseo per le giovani generazioni. Si accontenta persino di Berlusconi, non avendo altro a cui guardare e avendo per ben due volte in passato dato la fiducia al centrosinistra. E’ su questo che ha fallito l’Unione e su questo rischia di fallire anche il PD. L’Unione era un insieme di partiti e partitini in disaccordo su tutto e in perenne lizza fra di loro, il PD è un partito in formazione che si va componendo in correnti in perenne lite fra di loro.
La cocente sconfitta alle provinciali di Frosinone è a tal proposito molto illuminante. Le ragioni che individuo sono due, oltre ovviamente al fatto che viviamo in una fase di generale difficoltà della sinistra in Europa e di destra montante, che riguardano da una parte il PD e dall’altra il candidato alla presidenza. La candidatura di Schietroma, al di la delle sue indubbie qualità politiche e morali, è parsa vecchia, proveniente dal passato a cominciare dal metodo con cui essa è stata proposta o meglio dire imposta. Abbandonata rapidamente la vocazione maggioritaria del PD si è tornati alle vecchie mediazioni, tutte interne alle coalizioni, in cui le candidature servivano più a mantenere gli equilibri che a scegliere il candidato più efficace. Per superare l’handicap di partenza avevo proposto di far ricorso alle elezioni primarie, come prescrive lo statuto del PD, ma non si è avuto il coraggio di affrontarle. Mobilitare gli elettori del centro sinistra per scegliere il proprio candidato sarebbe stato, oltre che un grande fatto di democrazia e di partecipazione, anche un atto di rispetto nei loro confronti che, forse, ci avrebbe permesso di vincere le elezioni. Matteo Renzi, alle primarie di Firenze, non era certo il candidato più quotato eppure le ha vinte e poi ha vinto alla grande le elezioni comunali, infliggendo una sonora sconfitta alla destra.
Per quanto riguarda l’altra concausa c’è da dire che il PD ha affrontato le elezioni profondamente lacerato e non solo per cause nostrane.
Abbiamo avuto dirigenti locali del partito candidati in una moltitudine di liste, anche in coalizioni avversarie del PD. Dove si è visto mai poi che dirigenti nazionali venissero in ciociaria a sostenere la causa non del proprio partito, ma di altre liste? La sensazione che abbiamo dato è stata quella di un partito senza coesione e senza regole, dove ognuno poteva impunemente permettersi di fare ciò che gli pareva. Vale a dire che abbiamo fatto esattamente l’opposto di quanto si aspettassero gli elettori.
Dire che la responsabilità di tutto ciò sia di una o più persone mi sembra un’affermazione, oltre che lontana dalla realtà, auto assolutoria. Qui nessuno può dirsi innocente. Dobbiamo invece riflettere seriamente su cosa debba essere questo partito e su come costruirlo. Così come sta venendo su non va , non ha prospettive, non è neanche un partito. Ora c’è il congresso, spero che si coglierà l’occasione, non per una resa dei conti di tutti contro tutti, ma per fare un severo atto di responsabilità , chiarirsi una volta per sempre le idee e dare una prospettiva certa a milioni di elettori e all’Italia intera che non merita di essere condannata alla decadenza insieme alle boccaccesche e ridicole vicende da basso impero del suo anziano leader. {jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Lunedì 29 Giugno 2009 11:56)







