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di Michele De Gregorio
Soffia un “vento di destra” nell’Italia dei nostri giorni, è indiscutibile. Affermarlo però non ci salva dall’obbligo di cercare di capire perché, anche se non si tratta di facile impresa. Siamo soliti renderci il compito più agevole concludendo i discorsi con domande, interrogativi da porsi, “sfide” da raccogliere, piuttosto che con fatti e proposte. Cercherò di evitare questo pericolo, anche correndo il rischio di parzialità e incompletezza.
Un primo elemento che credo vada tenuto presente è il carattere particolarmente italiano della crisi della politica, e più in generale della sinistra. Non che altrove la cultura “postmoderna”, la crisi di vecchi valori, le immigrazioni e la globalizzazione lascino le cose immutate, tutt’altro. Ma un sistema politico con una destra che si rinnova verso un populismo cui non sono estranei caratteri da operetta; ed una sinistra senza parole e senza idee, sono oggi cose tipicamente nostrane.
Di un’anomalia politica rispetto agli altri paesi dell’Europa progredita l’Italia è stata però sempre portatrice. Mentre altrove il confronto è stato, direi “fisiologicamente”, tra una forza di destra tendenzialmente liberale ed una di sinistra prevalentemente socialista – democratica, da noi queste due tendenze non hanno mai avuto caratteristiche di massa. Dal secondo dopoguerra in poi abbiamo avuto partiti molto radicati nel Paese, i principali dei quali però sono stati la democrazia cristiana e il partito comunista, entrambi facenti riferimento ad ideologie e realtà non nazionali (la chiesa cattolica e l’Unione Sovietica); e che inoltre riflettevano all’interno del paese il forte scontro internazionale degli anni della guerra fredda.
Fino a metà degli anni settanta le politiche keynesiane hanno favorito lo sviluppo attraverso la spesa pubblica: la lotta spasmodica tra i due concorrenti, che non si legittimavano tra loro, ha spinto ad utilizzare dunque la spesa pubblica senza alcun riguardo, per un clientelismo individualistico o di massa, contribuendo però in tal modo al forte progresso che ha connotato l’occidente intero.
A metà degli anni settanta gli Stati Uniti capiscono che tale modello di sviluppo ha ultimato il suo ciclo e lanciano le nuove linee di liberalizzazione mondiale. Gli anni ottanta sono gli anni di Reagan, della Tatcher, e di uno spostamento a destra dei paesi progrediti, che attraverso selvagge liberalizzazioni rilanciano l’economia, a prezzo di un crollo delle condizioni di vita dei ceti popolari. E’ stato da sempre questo il modo per la grande borghesia di interpretare gli interessi generali del quadro economico.
Negli stessi paesi, altrettanto “fisiologicamente”, la sinistra risponde non abbarbicandosi al vecchio modello di sviluppo, ma faticosamente elaborando un nuovo modello di welfare state non fondato sullo spreco, ma che fa anzi della razionalizzazione produttiva uno strumento di progresso delle condizioni di vita operaie.
Esempio a mio avviso ottimale è la “flexsicurity” scandinava (danese in particolare). La Danimarca è il paese in cui, in tutto il mondo, l’azienda ha la vita più facile, più che in America. Qualsiasi lavoratore, ad esempio, può essere licenziato in ogni momento con un preavviso di cinque giorni. Ma da quel momento lo stesso lavoratore comincia a percepire quasi per intero il suo stipendio dal sistema di formazione nazionale, per quattro anni o fino alla sistemazione. Il 70% trova lavoro, spesso più qualificato, nel primo anno.
Tralasciando altri pur importanti aspetti del welfare scandinavo, mi preme sottolineare come esso realizzi un equilibrio estremamente significativo: la razionalizzazione dell’economia e delle pubbliche strutture crea l’accumulazione economica e le condizioni per il welfare; quest’ultimo a sua volta, piuttosto che un peso, costituisce una condizione essenziale per lo sviluppo, perché la classe lavoratrice non ha motivo di temere la razionalizzazione produttiva stessa, che è attuata nel profondo rispetto della sua dignità umana e di cittadino.
Significativo è il fatto che quando la destra va al governo modifica in qualche punto ma non abolisce il sistema del welfare. E non certo per abitudine, ma perché conviene anche ai ceti imprenditoriali.
Negli altri paesi europei, in forme e condizioni spesso non poco diverse, le linee del confronto politico vanno comunque in questa direzione.
In Italia, no. Lo spreco, le disfunzioni negli anni dell’economia keynesiana sono stati enormi. La distribuzione delle risorse al di fuori di ogni disegno dotato di un minimo di razionalità ha accompagnato lo sviluppo del paese, con il suo consolidarsi di strutture sociali e di una cultura le cui linee guida non sono state quelle dell’interesse generale, pur molto diversamente interpretato, ma del gruppo, della categoria, del corporativismo e dell’individualismo.
Oggi ci troviamo però a fronteggiare sui mercati internazionali da una parte paesi più forti di noi, e che hanno conosciuto una vasta modernizzazione produttiva; dall’altra, un continente immenso, l’Asia, i cui paesi grandi o piccoli producono a prezzi estremamente competitivi per i livelli disumani dello sfruttamento dei lavoratori, fatto che rinnova il dramma vissuto in occidente durante la prima rivoluzione industriale due secoli fa. In Italia corriamo il rischio di restare schiacciati tra queste due forze, di diventare insomma l’unico paese in via di sottosviluppo…