Italia più a destra, ma meno berlusconiana
| Vita Politica - Elezioni |
Analisi e commenti sull’esito del voto. L’occasione persa del Cavaliere, che sconfitto già fa retromarcia sul referendum. L’exploit di Lega e Idv. La sconfitta del Pd, e delle sinistre di tutta Europa: per l’assenza di risposte credibili alla crisi. di Davide Orecchio da rassegna.it
L’Italia emerge da quarantotto ore di risultati elettorali che hanno lasciato segni profondi e prova a leggerli, a farsi l’autoritratto e capire dove sta andando. L’indicazione emersa dai dati delle europee trova conferme, il giorno dopo, nei numeri emersi dalle amministrative: Berlusconi che non sfonda, la Lega che straripa, il Pd che cala in un quasi-crollo, l’exploit dell’Italia dei Valori. Sono però cifre che hanno a che fare con territori, volti, città, comunità di cittadini, e perdono quindi in astrattezza (rispetto ai risultati europei) per assumere una concretezza a tratti sbalorditiva. Gli effetti politici a livello nazionale (e parliamo del governo e della sua maggioranza) già si vedono. Sul referendum del 21 giugno, infatti, Berlusconi ha fatto dietrofront e annuncia che “non appare oggi opportuno un sostegno diretto”. Dal sì all’astensione (o al disinteresse): una strada che il Cavaliere imbocca dopo l’inevitabile confronto avuto con il segretario della Lega Nord, Umberto Bossi, trionfatore delle elezioni e ostile dal primo minuto alla consultazione referendaria. Gli equilibri nella maggioranza iniziano già a cambiare? Sembra di sì, tanto che all’annuncio di Berlusconi risponde il presidente della Camera, Gianfranco Fini, manifestando tutt’altre intenzioni per il 21 giugno: “Vado a votare e lo faccio convintamente”, spiega, augurandosi che i cittadini italiani si comportino allo stesso modo.
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Questa polemica preannuncia una stagione insidiosa per il capo del governo e avvalora il commento di Antonio Polito, direttore del Riformista, secondo il quale “Berlusconi ha avuto un'occasione d'oro per chiudere la partita della legislatura e l'ha fallita. La prossima - tra un anno alle regionali - non sarà in ogni caso così propizia” (qui l’articolo integrale di Polito). Vuoi perché in difficoltà per il caso Noemi, vuoi perché forse la luna di miele con gli italiani volge al termine, Berlusconi esce personalmente indebolito da queste elezioni: la sua candidatura di facciata raccoglie meno consensi rispetto alle tornate precedenti, e il Popolo della libertà alle Europee perde tre punti percentuali e quasi tre milioni di voti (analisi dell’Istituto Cattaneo) rispetto alle politiche di un anno fa. Risultato che induce Ezio Mauro a scrivere, su Repubblica: “La crepa si è aperta qui, nel rapporto di fiducia tra un leader e la sua gente, tra un Capo del governo e il Paese, e ha prodotto quella reazione di disincanto” (Leggi qui).
Occasione persa di fronte alle difficoltà del Partito democratico, che lascia sette punti e soffre un’emorragia di elettori (4 milioni di voti, con clamorosi sorpassi subiti in Umbria e nelle Marche), quasi tutti a vantaggio dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, la cui funzione nel centrosinistra sembra speculare a quella leghista. Aggiungiamo: occasione che per il premier – si spera – non si ripeterà mai più.
Poi però ci sono le amministrazioni, dove il centrodestra conquista 25 province e il Pd ne conserva solo 15 delle 51 che governava dal 2004. Mentre per altre 19 province bisognerà attendere i ballottaggi. Uno smottamento a destra del quale, sembra emergere da alcune analisi, sarebbe ancora il Berlusca a non approfittare. È quanto sostiene ad esempio Stefano Folli sul Sole 24 Ore:
“Si può dire anche che nelle province e nei comuni sta prendendo forma una classe dirigente di centrodestra che in prospettiva sarà forse in grado di tagliare il cordone ombelicale con Berlusconi. Per ora – prosegue Folli - non è possibile: il Pdl coincide ancora con le fortune politiche e personali del suo fondatore e padre-padrone. Ma si comincia a intravedere il futuro, partendo proprio dagli enti locali. Anche su questo terreno la Lega è più avanti del suo alleato” (L'articolo qui).
Massimo Franco, dalle pagine del Corriere della Sera, scorge nei risultati “l’immagine di una ragnatela di interessi e nomenklature locali, nella quale non esistono più rendite di posizione: per il fronte berlusconiano, ma soprattutto per i suoi avversari che detenevano da decenni il potere in alcune zone del Paese” (leggi qui). Ed è all’exploit della Lega che bisogna tornare, visto che il partito di Bossi si rafforza nei confini padani con molti risultati a doppia cifra: addirittura il 28,4% in Veneto, il 22,7% in Lombardia, il 15,7% in Piemonte, e poi il 9,9% in Trentino Alto Adige, il 9% in Liguria. Ma il Carroccio i suoi confini li supera anche, arrivando a bottini considerevoli in roccheforti di sinistra come Reggio Emilia e Bologna, quadruplicando i voti nel Lazio (1,06%) e in Abruzzo (1,3%), e arrivando al 5,5% nelle Marche. É la Lega, a destra, ad aver vinto le elezioni. La Lega vero partito della sussidiarietà e della prossimità coi cittadini, che sta sul territorio anche se con le risposte sbagliate. La Lega dei respingimenti e delle ronde. Mentre all’opposizione le elezioni le ha vinte Di Pietro che, osserva ancora Folli, “ormai vale un terzo circa del Pd” e “intende condizionare le scelte della maggior forza del centrosinistra e non lo nasconde. In un certo senso, il leader dell'IdV si è iscritto al prossimo congresso dei democratici. Ma non per intervenire dal palco. Il suo congresso l'ex magistrato lo farà giorno per giorno sui media, con l'intento, nemmeno dissimulato, di imporre la sua regola a un partito di nuovo in cerca d'identità”.
Il lavoro e la sconfitta della sinistra
A un Pd sbaragliato ma non annientato, dichiara Romano Prodi alCorriere della Sera, servono “un salto in avanti in termini di rinnovamento politico e ricambio generazionale”. Per il Professore “ci sono pagine da voltare”. Il che significa senza dubbio volti nuovi alla Serracchiani, ma anche risposte politiche alla recessione, programmi, credibilità di fronte ai ceti che vivono del proprio lavoro. È infatti paradossale che in tutta Europa, nella stagione della crisi, dell’insicurezza sociale e della paura, tutte le forze di centrosinistra tranne rare eccezioni siano uscite sconfitte dal voto. Mentre gli americani hanno trovato in Barack Obama la risposta alle loro paure, gli europei non si sono fidati di socialdemocratici, socialisti et alii – forze politiche che per tradizione dovrebbero raccogliere consensi nei momenti economici difficili. La loro missione non è forse tutelare i ceti più deboli? Come si spiega, allora, questa sconfitta, che riguarda in Italia il Pd e in Europa tutti gli altri?
Paolo Franchi sul Corriere della Sera osserva “che all’origine della disfatta, c’è prima di tutto la vistosa incapacità di prospettare risposte di qualche respiro e di qualche efficacia a una crisi che minaccia in primo luogo il presente e il futuro dei lavoratori, dei ceti medi, dei giovani”; e che per questo gli elettori voltano le spalle alla sinistra “e scelgono la destra, spesso preferendo quella razzista e xenofoba a quella moderata”. Tito Boeri, dalle pagine della Voce (leggi qui), individua la causa di questa scelta nella paura dell’immigrazione. “Negli ultimi venti anni – scrive Boeri - più di 26 milioni di persone sono arrivate nell’Unione Europea a 15 contro i poco più di 20 milioni di emigrati negli Stati Uniti, di 1,6 milioni in Australia e meno di un milione in Giappone”. Per l’economista “i cittadini sono preoccupati per la sostenibilità del welfare state europeo. E se la soluzione sembra essere in più rigide politiche sull'immigrazione e nelle limitazioni all'accesso allo stato sociale, le coalizioni di destra sono decisamente più credibili”. Da qui il crollo delle sinistre che, però, prosegue Boeri “invece di imitare i loro avversari (...) dovrebbero cercare di riformare i loro programmi di welfare rendendoli maggiormente proattivi e rafforzandone le basi assicurative”. “La Danimarca e la Svezia – osserva Boeri - sono i paesi che hanno fatto i passi più importanti nella riforma delle politiche sociali in questa direzione: è solo un caso che i partiti di centrosinistra di questi due paesi siano le uniche formazioni politiche pro-welfare a non essere state sconfitte in queste elezioni europee?”
Tornando all’Italia, l’analisi di due dirigenti sindacali non fa sconti a nessuno: Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, attribuisce il mancato sfondamento elettorale del Pdl anche “alla mancata attenzione dimostrata sui problemi del lavoro e dell'occupazione”. “Il governo - sostiene Fammoni - rifiuta ostinatamente il confronto, ma noi continuiamo a dire che bisogna e si può fare di più. E in mancanza di questo il sindacato, coerentemente, deve continuare a svolgere la sua iniziativa di proposta e di mobilitazione”. Più concentrato sulle mancanze della sinistra è invece Giorgio Airaudo, segretario della Fiom Cgil di Torino, città dove il Pd ha perso dieci punti percentuali in un anno. Città di lavoro e immigrazione. “Mi pare – dice Airaudo alla Stampa - di vedere una scissione tra il conflitto sociale e le sua rappresentazione. D’altronde sono anni che nessun partito mette al centro della sua politica il lavoro. Non una parte del Pd, non l’altra sinistra. Parlo del nuovo lavoro per rappresentare il quale servirebbero analisi, idee. Una vera e propria rielaborazione. Non basta mettere una falce e martello nel simbolo”. “La Lega – aggiunge Airaudo – interpreta paure e insicurezze. Ma è radicata e costante nell’esserci; c’è non in fabbrica, ma nella città e i lavoratori non votano più in quanto tali, ma come cittadini. Percepiscono, con un fastidio a volte sbagliato, i partiti come chi passa solo a chiedere il voto. E poi sparisce”.
Il futuro della sinistra-sinistra
La sinistra divisa di Rifondazione+Comunisti italiani da un lato, e Sinistra e Libertà+Verdi dall’altro, non porta nemmeno un deputato in Europa ma esce con un bottino elettorale di una qualche consistenza. Nessuno s’illuda, però: il 3,3% di Ferrero e il 3,1% di Vendola se ricomposti, annullando la scissione dell’anno scorso, non darebbero una somma, perché molti degli elettori di Vendola hanno votato un progetto nuovo, libero dalle ideologie novecentesche della falce e martello, e non voterebbero mai per la “rabbia” postcomunista di un Diliberto. Riunificazioni, ad ogni modo, non sembrano alle viste. E neanche strategie comuni, visto che Ferrero chiude il dialogo col Pd mentre Vendola lo apre. Staremo a vedere. Registriamo, per il momento, l’annunciata apertura del “cantiere della nuova Sinistra italiana”. L’annuncia proprio Vendola, che dice: il risultato di Sl alle elezioni europee “fotografa una storia che è ricominciata, un cantiere che è ripartito”. {jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 10 Giugno 2009 11:43)







