La precarietà ringrazia i contratti a termine

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Vita Politica - Economia

charlot lavoradi Ivano Alteri Frosinone 19 gennaio 2012 - Naturalmente, per capire meglio cosa accadrà nel mondo del lavoro, sarà necessario aspettare l'esito del confronto tra Governo e parti sociali e la sua trasformazione in legge. Tuttavia, questa fase di discussione propedeutica ha proprio la funzione di approfondire le tematiche fondamentali della discussione stessa. Com'è nostra ribadita convinzione, se si vuole che essa sia senza trucchi e senza inganni è necessario che non avvenga solo tra gli addetti ai lavori, ma fra tutti i cittadini che dovranno sottostare alle conseguenti decisioni. Vale la pena, perciò, riassumere per sommi capi la questione, per avere ben presente il suo sviluppo successivo. Partiamo da una situazione che unanimemente definiamo di precarietà, in quanto le norme che avrebbero dovuto introdurre la flessibilità per le aziende sono andate oltre le stesse esigenze tecniche aziendali, oltrepassando il confine che separa l'uso dall'abuso. In altre parole, anziché rendere flessibile il rapporto di lavoro, si è andato a ledere il principio di uguaglianza dei cittadini; si sono, insomma, moltiplicate le possibilità che il cittadino-imprenditore sottoponga esistenzialmente a sé il cittadino-lavoratore, che da "subordinato" viene così trasformato in "succube". Gli strumenti legali che hanno favorito questa condizione risiedono nelle norme sulle tipologie contrattuali. È su di esse, quindi, che bisogna incidere.

Per comprendere come avviene la trasformazione della flessibilità in precarietà occorre addentrarsi nei tecnicismi del sistema. Anche se in presenza di 48 tipologie contrattuali (secondo il censimento Istat), i vari tipi possono essere schematizzati in tempo determinato o indeterminato. Teoricamente, il sistema prevede per principio che il contratto tipico sia quello a tempo indeterminato; tutte le altre tipologie contrattuali che prevedano un termine sono considerate eccezioni. In quanto tali, il datore di lavoro che vi ricorre deve spiegarne le ragioni. Sempre in teoria, per prevenire eventuali abusi, le norme stabiliscono che, superati i 36 mesi di lavoro con contratti a termine presso lo stesso datore di lavoro, il lavoratore ha diritto all'assunzione a tempo indeterminato.

In realtà, questo meccanismo non previene affatto l'abuso, in quanto il datore di lavoro ha tutto l'agio per evitare di far raggiungere il trentaseiesimo mese al lavoratore; il quale, quindi, resta perennemente precario. Perché accade? Perché, a nostro avviso, c'è un errore (se così vogliamo chiamarlo) nella logica della norma. Infatti, se è vero che è il datore di lavoro a dover giustificare il ricorso al contratto a termine in luogo di quello a tempo indeterminato, il termine dei 36 mesi non dovrebbe riguardare il periodo lavorato dal singolo lavoratore, ma quello in cui l'azienda fa ricorso a quella tipologia contrattuale. In altri termini, se l'esigenza aziendale va oltre i tre anni non può ricorrere ad un contratto a termine di durata inferiore. Se così fosse, infatti, l'esigenza aziendale di ricorrervi dovrebbe coincidere, nella tempistica, con il termine apposto al contratto individuale del lavoratore. Se tale esigenza, quindi, andasse oltre il trentaseiesimo mese, il contratto individuale dovrebbe prevedere altrettanto. In questo caso, il diritto del lavoratore ad essere stabilizzato oltre quel termine sarebbe garantito, e giustificato dall'effettiva esigenza aziendale. Oggi, invece, accade che un'azienda stipuli un numero infinito di contratti a termine, per dieci-quindici-vent'anni, cambiando continuamente lavoratori prima dello scadere dei 36 mesi. (ciò significa che facendo, per esempio, una serie di contratti consecutivi di un anno - o comunque inferiori ai 36 mesi - a diverse persone, non ha alcun limite temporale, né deve stabilizzare nessuno) È, evidentemente, una situazione del tutto assurda, che niente ha a che fare con la flessibilità. È possibile che un'azienda abbia tecnicamente bisogno di contratti a termine per venti anni? Se no, perché dovrebbe essergli consentito? Se sì, perché consentirgli di cambiare lavoratore ed evitare la sua stabilizzazione?

Da questo nostro ragionamento si evince che la precarietà non è un accidente del destino, ma una precisa scelta politica; la quale, non essendo una legge inviolabile della natura ma frutto di precise volontà, può essere cambiata. Una discussione diffusa tra i cittadini, una maggiore consapevolezza anche tecnica delle questioni, possono impedire che vi siano straripamenti concettuali truffaldini ai danni della gente che lavora e, soprattutto, può consentire al nostro Paese di acquisire quello status di "normalità", perlomeno nella logica, che tanto manca al nostro sistema di vita. Nei prossimi giorni, questi ed altri nodi saranno affrontati nel confronto tra governo e parti sociali. Avendo qualche elemento in più di riflessione, potremo meglio giudicarne gli esiti.


 

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