Pressione fiscale in Italia è ancora cresciuta: quanto, come e perché

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Vita Politica - Economia

 

portafogli_vuoto_120quNelle ultime settimane i giornali hanno ospitato alcuni interventi di commento sui nuovi dati relativi alla pressione fiscale resi noti dall'Ocse. In Italia la pressione fiscale è aumentata dal 2008 al 2009 di circa 2 decimi di punto percentuale, dal 43,3 al 43,5%. L'interpretazione di questo dato è piuttosto semplice su un piano puramente algebrico. La pressione fiscale è un rapporto tra, al numeratore, le imposte e i contributi di competenza di un anno fiscale e, al denominatore, il pil dello stesso anno. leggi tutto

Se da un anno all'altro la pressione fiscale aumenta significa che imposte e contributi sono proporzionalmente aumentati più (o diminuiti meno) di quanto è aumentato o diminuito il pil. Ovviamente, questo può essere dovuto a molteplici cause, tra cui il modo in cui sono definite le basi imponibili delle imposte, il periodo cui si riferiscono e quello in cui devono essere versate, le eventuali manovre adottate per ridisegnare il sistema tributario da un anno all'altro. In effetti di per sé la pressione fiscale non significa molto, anche se attira notevoli attenzioni mediatiche, e ciò che veramente conta sono le dinamiche delle singole componenti del prelievo, tributario e contributivo, rispetto alle dinamiche macroeconomiche, di cui l'andamento del pil è una delle espressioni. Inoltre, occorre tener conto del fatto che non tutti i tributi "pesano" nello stesso modo e che variazioni percentuali anche importanti sono di piccolo impatto se riguardano imposte a ristretta base imponibile.

Per illustrare quanto accaduto in Italia negli ultimi 2 anni (le cifre definitive sul 2010 non sono ancora disponibili) utilizziamo i dati Eurostat che consentono alcuni confronti internazionali. In Italia, nel 2009 il Pil nominale si è ridotto rispetto al 2008 di circa il 3%, mentre imposte e contributi sono complessivamente diminuiti solo del 2,4%. In altri termini, per ogni punto percentuale in meno di Pil, il gettito si è ridotto di circa 0,81 punti percentuali, e quindi l'elasticità del gettito al Pil è stata pari a 0,81, un valore inferiore all'unità. E' questa la ragione sostanziale per cui la pressione fiscale è aumentata: il gettito si è ridotto proporzionalmente meno di quanto si è ridotto il Pil. La successiva tabella fornisce qualche elemento in più per comprendere questa dinamica.

 

Variazione 2009 su 2008

Elasticità*        rispetto       al

Pil

Elasticità     pesata**

su Pil

Pil (nominale)

-3%

1

1

Contributi

-0,50%

0,17

0,06

Irpef                 e

addizionali

-3,20%

1,07

0,29

Iva

-7,60%

2,53

0,35

Ires

-22,80%

7,60

0,54

Condoni          e

sostitutive

2409%

-803,00

-0,58

Altre imposte

nd

nd

0,17

Gettito totale

-2,40%

0,81

0,81

*L’elasticità misura il rapporto tra variazione % del gettito e variazione % del pil

**=il peso è pari al rapporto tra la singola voce di entrata e il totale delle entrate nel 2008

 

 

 

Disaggregando il dato, si nota che i contributi si sono ridotti meno del Pil (circa mezzo punto percentuale) e che le imposte sul reddito degli individui e delle famiglie - cioè sostanzialmente Irpef e le diverse addizionali - hanno fatto registrare una diminuzione di poco superiore a quella del Pil (-3,2%). Andamenti diversi riguardano le altre imposte. Si tratta, in particolare dell'Iva, ridottasi di circa il 7,6%, e dell'imposta sulle società, calata di oltre 20 punti percentuali. A fronte di queste riduzioni, il gettito complessivo ha tenuto, e la pressione fiscale complessiva è addirittura aumentata. Ciò è dovuto all'esistenza di una tipologia di imposte il cui gettito è aumentato in misura formidabile (di oltre 20 volte) tra il 2008 e il 2009: è quella che Eurostat definisce imposte sul capitale, e che sono, in realtà, le imposte in conto capitale ovvero i condoni e l'imposta sostitutiva sul riallineamento dei valori contabili.

Se ci si ferma ai risultati puramente numerici, tuttavia, si rischia di trarre delle conclusioni fuorvianti. Ad esempio, è vero che i contributi si sono ridotti proporzionalmente meno del Pil, contribuendo quindi ad aumentare la pressione fiscale. Tuttavia, in altri Paesi, adesempio la Francia e la Germania, il gettito dei contributi è aumentato in termini assoluti rispetto al 2008. Dunque, in Italia la crisi ha determinato una perdita occupazionale con esiti più gravi, quantomeno per il gettito contributivo, rispetto a questi Paesi. Sempre guardando alle semplici percentuali dell'Italia, può sembrare a prima vista logico ritenere che la pressione fiscale, pur aumentando, sia stata contenuta dalla spettacolare discesa dell'Ires, di oltre 22 punti percentuali. In realtà, questa riduzione è inferiore a quella riscontrata dalle analoghe imposte sulle società in altri paesi europei. (-40% in Germania, - 55% in Francia). Infine, anche per il gettito dei condoni e dell'imposta sostitutiva il dato richiede un'attenta interpretazione. Si tratta, in entrambi i casi, di flussi di natura eccezionale e non ripetibile. Essi sono legati solo indirettamente alle attività produttive, e quindi non deprimono la produzione o l'attività lavorativa. Tuttavia, la loro presenza altera completamente il quadro. Infatti, in assenza di questi flussi, la pressione fiscale in Italia sarebbe diminuita, come accaduto nella maggior parte degli altri Paesi. La pressione fiscale strutturale (al netto di una tantum e condoni) è quindi diminuita sebbene in Italia non sia stata varata alcuna misura di stimolo fiscale alla ripresa o di sostegno ai redditi. Più precisamente, se nel 2009 le imposte in conto capitale avessero dato lo stesso gettito del 2008 (e quindi non ci fossero stati né condoni, né una tantum) la pressione fiscale sarebbe scesa al 42,7%. In altre parole il gettito, al netto delle una tantum, si è ridotto del 3,1%, cioè lievemente più del Pil nominale.

Va inoltre ricordato che la pressione fiscale come viene normalmente calcolata è un dato distorto dall'evasione. Infatti, nel Pil è inclusa anche una componente, il cosiddetto sommerso economico, che, per definizione, non paga né imposte né contributi. E' quindi fuorviante calcolare la pressione fiscale includendo al denominatore anche il sommerso economico. La pressione fiscale reale è quella che grava sul Pil al netto del sommerso economico, ed è ben più alta di quella ufficiale. Ad esempio, se utilizziamo le stime del Centro studi Confindustria congiuntamente a quelle effettuate da Nens in precedenza, è possibile ipotizzare che l'evasione dell'Iva nel 2009 sia aumentata di circa 6 miliardi rispetto al 2008 (si veda Nens, 2010). Aggiungendo la base imponibile evasa corrispondente a questo importo alle stime Istat sul sommerso economico (facendo una media tra l'ipotesi massima e minima), questo significa che la pressione fiscale reale in Italia è stata pari al 51,7% nel 2009. E poiché il sommerso in Italia è ben più elevato che negli altri Paesi, la pressione fiscale italiana risulta tra le più elevate: solo un contrasto deciso all'evasione potrà consentire un riequilibrio.

 

 

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Articolo riproducibile citando autore e fonte (www.edicolaciociara.it)

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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 19 Gennaio 2011 17:42)

 
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