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Vita Politica - Dibattito

di Giosuè Bove* da aprileonline.info 12 apr 2010 - Sono rimasto al mio posto fino all'ultimo.

Ma dopo le elezioni del 28 e 29 marzo, ulteriore e decisiva tappa del processo neo-autoritario in atto, ritengo necessario impegnarmi esclusivamente per la costruzione di un grande partito della sinistra in grado di resistere all'ondata reazionaria. I progetti delle piccole federazioni non funzionano e sono inutili a questo scopo. Per questo lascio quella che è stata la mia casa negli ultimi 15 anni, lascio Rifondazione Comunista.

uno

Nel dibattito che si sta sviluppando sui risultati delle elezioni regionali credo sia necessario innanzitutto focalizzarsi sul dato macroscopico: la forza politica e la egemonia culturale delle destre. Esse hanno un profilo adeguato ed una proposta sociale e politica all'altezza della sfida. Come altre volte nella storia, la crisi economica non produce automaticamente conflitto sociale. Piuttosto, in particolare all'interno dei paesi "avanzati", cioè quelli situati più in alto nella "catena imperialista", essa induce paura, egoismo, guerra tra poveri. Non viene vissuta come un fatto sociale, ma come un dramma individuale, di ciascuno. Addirittura come una colpa del singolo o del nemico. La destra presenta, su questo, la sua ricetta malthusiana, semplice, comprensibile: il più forte sopravanza, il più debole arretra, il penultimo scalcia per tirare a sè la coperta e toglierla all'ultimo. La presenta nella forma dell'individualismo liberale e in quello dell'egoismo di comunità geografica, con l'organizzazione liquida del PDL o con quella ipersolida della Lega. E' una ricetta che funziona.

due

Il capovolgimento di questa logica che pervade la società non è affare da poco. Per passare dalla rassegnazione, alla rabbia costruttiva della lotta, al conflitto organizzato, cosciente e costituente, non basta né la rievocazione nostalgica dei conflitti passati, né la rappresentazione virtuale dei potenziali conflitti odierni. Il servo non smette di sentirsi subordinato rispetto al padrone quando viene schiacciato ulteriormente: anzi la compressione ulteriore dei livelli di vita può produrre un approfondimento del comportamento servile. E neanche quando acquisisce "solo" la coscienza che l'essere servo non è una sua colpa, ma che è la conseguenza della forma di oppressione sociale. E' necessario che alla coscienza si accompagni la possibilità di cambiare lo stato di cose presenti.

In questa fase, invece, la coscienza di massa va in tutt'altra direzione e non vi è un movimento organizzato di resistenza alle politiche liberiste della destra: le due cose sono intimamente connesse.

Pesa la sconfitta storica dei tentativi rivoluzionari di "assalto al cielo" del '900 e pesano i grandi errori commessi dalla sinistra: di quella moderata, piegata alle logiche del liberalismo, con l'illusione di gestirle, casomai meglio degli originali sostenitori e di quella rivoluzionaria e alternativa, ingabbiata in uno schizofrenico alternarsi di nostalgie e nuovismi, di puntigliose distinzioni sulla virgola, con una storia infinita di scissioni.

tre

Le elezioni del 28 e 29 marzo hanno registrato un consenso diffuso e di massa al processo neo-autoritario in atto e ne costituiscono una ulteriore e decisiva tappa. In questa fase politica ci sono in Italia tutte le condizioni per un ulteriore attacco da parte del blocco sociale dominante, teso a recuperare ancora margini di profitto e impedire attività di resistenza. Il programma della Terza Repubblica è ormai definito: presidenzialismo, monocameralismo, federalismo, maggioritario secco per ridurre i rischi di resistenza; grande riforma fiscale, e dunque riduzione delle tasse e della spesa pubblica, privatizzando con maggiore decisione scuola, sanità e previdenza; precarizzazione ulteriore dei rapporti di lavoro. Per realizzare questi obiettivi le destre proveranno a rafforzare la propria egemonia culturale, spingendo l'acceleratore sui temi classicamente reazionari: il razzismo e la xenofobia, in primo luogo, ma anche attaccando a fondo i diritti civili, riducendo così le frizioni con il Vaticano, sterilizzando le timide critiche del clero rispetto alla questione dei migranti e del lavoro e accorpando ancora di più le gerarchie ecclesiastiche nel blocco dominante. Alle destre è necessario consolidare ulteriormente le proprie forme di organizzazione politica, trovando un equilibrio tra il partito liquido di Berlusconi e la sua diffusione leggera e la struttura organizzativa classica e il forte radicamento territoriale della Lega; per questo sarà loro necessaria una originale visione del mondo, una ideologia organicamente reazionaria e la sterilizzazione delle titubanze interne. Tenteranno di accentuare il controllo di regime sulla informazione e sulla giustizia, non si faranno scrupoli nel reprimere con decisione le lotte. E quando sarà necessario utilizzeranno in maniera anche violenta settori di sottoproletariato.

quattro

Se questa azione di sfondamento riuscisse, le classi dominanti si sarebbero assicurate per un lungo periodo il governo delle dinamiche sociali. Certo! niente è per sempre, anche i regimi autoritari più feroci sono crollati. Ma, appunto, ci sono voluti decenni, una guerra mondiale, le resistenze, milioni di morti.

Io penso sia nostro dovere organizzare la resistenza adesso, tentare di opporre a questo disegno "organicamente reazionario" un'altrettanta lucida strategia di opposizione e di alternativa.

Per questo è necessario ritrovare le ragioni e ricostruire le forze. Non si tratta semplicemente di cambiare il linguaggio e gli strumenti della comunicazione: si tratta di sapere cosa dire, di saperlo dire e di saperlo fare, di contribuire, innanzitutto, al processo di ricomposizione della classe. Questa moltitudine di individui i quali oggi si accaniscono l'un contro l'altro, lavoratori "garantiti" contro precari, pensionati contro nuovi lavoratori, disoccupati indigeni contro immigrati e così via, possono riconoscersi come classe sociale subalterna contrapposta alla classe sociale dominante e, per questa via, ottenere avanzamenti delle condizioni di vita, strappando valore, sconfiggendo rassegnazione e depressione di massa e accumulando le forze.

cinque

Vi sono le condizioni oggettive per questo riconoscersi. I livelli di omogeneità sociale dei ceti subalterni sono oggettivamente maggiori e più estesi: i lavoratori dipendenti, prima divisi dai diversi ruoli tecnici rispetto alla organizzazione produttiva e dalle relative differenze di reddito e di status sociale, oggi sono tutti schiacciati in basso: dagli operai agli impiegati, dai tecnici fino alle cd partite iva. C'è poca differenza, oggi, tra un insegnante ed un operaio, entrambi legati alla riproduzione del valore economico generale del sistema, entrambi schiacciati ad un livello di reddito di quasi pura sussistenza. Quello che negli anni '70 si teorizzava, e cioè l'estensione del rapporto di capitale a tutta la società, ben oltre il settore classico della produzione materiale, dentro i comparti dell'attività intellettuale, dei servizi e della circolazione, oggi è una realtà che si dispiega intera davanti ai nostri occhi; e di converso la condizione proletaria si è estesa a quasi tutta la società, accogliendo in se la vecchia piccola borghesia impiegatizia e intellettuale e lasciando fuori il grande padronato, da un lato, e i settori del sottoproletariato, dall'altro. Ma per quanta omogeneità sociale ci possa essere, essa non basta da sola a fondare il riconoscimento collettivo di classe sociale.

sei

E' necessario un racconto credibile della crisi come conseguenza della ingiustizia sociale, da contrapporre al racconto reazionario, denunciare che "non è conseguenza della sfortuna il tuo stato di disagio: esso dipende dal fatto che un altro, che domina e sfrutta, si è arricchito enormemente alle tue spalle, ti ha letteralmente succhiato il sangue". E che "non è colpa tua se ciò avviene" ma che le cose possono cambiare se invece della "guerra tra poveri", l'altra Italia si unisce contro chi domina e sfrutta, perché " ognuno da solo non ce la fa a cambiare le cose, anche le proprie cose". Ma il cambiamento atteso non può essere "nell'altro mondo", deve essere qui e adesso; non bisogna solo avere le risposte di lungo periodo, della trasformazione radicale della società, ma anche quelle immediate e di medio periodo, per riconquistare pezzi di reddito, di consumo, di servizi. La narrazione deve avere un lieto fine possibile e urgente e deve indicare la strada. Non basta, insomma, essere testimoni e profeti: bisogna essere concretamente attori delle dinamiche sociali. Per questo ad una lucida analisi della situazione bisogna coniugare l'efficacia dell'azione politica. E l'efficacia dipende dalla forza, dal modo in cui viene organizzata, dalla direzione verso cui questa forza viene esercitata.

sette

La forza è - in ultima analisi - quantità. Quantità di persone che riesci a mettere insieme, in una organizzazione, in una piazza o in una consultazione elettorale. Il modo e la direzione sono la qualità che questa moltitudine riesce a darsi. La quantità non si determina, però, se i diversi individui non hanno un interesse diretto e immediato al progetto di alternativa. Cioè, in altri termini, la quantità non si determina senza una direzione di marcia, senza un senso. Per questo credo che sia ora di fare giustizia del liberalismo che tanto ha appassionato i ceti dirigenti della sinistra moderata, riflettendo più la loro condizione di privilegiati che la rappresentanza degli interessi della propria base sociale. Allo stesso tempo bisogna smetterla di fare a gara a spararle più grosse. Un programma di resistenza non parla di tutto, non è il programma massimo e deve avere caratteristiche "interessanti" per la grande parte dei soggetti potenzialmente "interessati", e dunque non deve stare dietro, ma neanche troppo avanti, "alle masse". In altri termini deve essere percepito come fattibile, e lo deve essere nel medio periodo. Alle parole d'ordine della destra vanno contrapposte parole d'ordine altrettanto efficaci e chiare, punti unificanti generali che possono costituire il terreno comune di un blocco sociale di alternativa.

otto

Io penso, ad esempio, che allo slogan "meno tasse per tutti" (che significa meno pensioni, meno servizi pubblici, meno sanità gratuita) vada contrapposta la parola d'ordine "più tasse per chi accumula profitti e proprietà, più reddito e servizi per tutti gli altri". A parer mio questa istanza redistributiva costituisce materialmente la base minima della strategia di resistenza e deve animare l'idea generale di alternativa: nei livelli della battaglia propriamente politica e nelle vertenze territoriali. C'è bisogno di un'idea di stato come stato sociale e di una pratica di difesa dei servizi pubblici e dei beni comuni. E c'è bisogno di una rete di vertenzialità territoriali - per il diritto all'abitare, all'istruzione, alla sanità pubblica, alla socialità, per la difesa dalle aggressioni all'ambiente, per l'acqua pubblica - che riproponga zona per zona questa idea di difesa e valorizzazione dei beni comuni, coniugandola con le specificità territoriali, valorizzando esperienze di lotta ma anche buone pratiche di amministrazioni locali. Allo slogan "meno stato, più mercato", che tradotto significa "arrangiatevi", bisognerebbe contrapporre la parola d'ordine opposta: "più stato, meno mercato" e non solo per chiedere l'intervento statale nelle aziende in crisi, ma per riorganizzare una capacità generale di intervento pubblico: dalle grandi opere utili - come la bonifica integrale delle aree degradate (si pensi alla pianura campana o alle coste tirreniche della Calabria), o come il rifacimento degli acquedotti colabrodo - alla riforma ecologista della produzione, in particolare nei settori dell'energia e dei trasporti e al rilancio della ricerca scientifica. Alla identificazione del diverso - di pelle, religione, condizione fisica, gusti sessuali - come il nemico, come la causa dei problemi, va contrapposta l'utilità della fratellanza (e della sorellanza) e della forza contro chi è davvero causa dei problemi: i ceti che vivono di profitti e non di lavoro. All'idea bellicosa di una Italia interventista, bisognerebbe contrapporre la pace come valore assoluto, come lotta contro la guerra, disarmo, riduzione delle spese militari: meno spese militari, più pensioni, sanità e spese sociali. All'idea di libertà come libertà di sfruttare, bisognerebbe contrapporre l'idea di libertà come possibilità di scelta per tutti. In particolare sui temi eticamente sensibili, come l'aborto e l'eutanasia, si dovrebbe avere il coraggio di sostenere fino in fondo l'intangibilità della possibilità di scelta dell'individuo. E ancora libertà come garanzia del diritto, come difesa intransigente dell'autonomia della magistratura dal potere politico, come diritto di libera espressione e potenziamento dell'informazione pubblica. Va riscoperta la difesa "irragionevole" dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. C'è bisogno di un sindacato che faccia di questo l'unica asse di ragionamento e che chiuda la stagione della concertazione. E c'è bisogno di un partito politico che assuma questo "senso di essere", ritrovando le ragioni di una possibile egemonia su un settore sociale (il lavoro dipendente) che oggi rappresenta comunque oltre il 90% della popolazione.

nove

La forma dell'organizzazione e la sua estensione "culturale e politica" non sono una invariante: esse dipendono dal sistema politico e dalla fase. Il sistema politico-elettorale italiano così come si è configurato rappresenta una vera e propria gabbia per la sinistra moderata e una trappola mortale per la sinistra alternativa. La struttura bipolare costringe la sinistra moderata a recitare anche il ruolo del centro e la sinistra alternativa a mantenere un ruolo di testimonianza. Se fossimo in una fase politica e sociale diversa, se la destra non avesse questa estesa egemonia, se la crisi non mordesse così dura, determinando nell'opinione pubblica un senso di fastidio e di distacco rispetto alle discussioni sulle forme elettorali, potremmo dire, come dicono diversi, che l'obiettivo centrale deve essere spezzare la gabbia del bipolarismo, cambiare la legge elettorale in senso proporzionale. E' giusto in generale, ma non credo che sia una battaglia che possa avere, in questo momento, molte chanches. Certo, è una battaglia che va fatta: un cambiamento di rotta in senso proporzionale del sistema elettorale permetterebbe di guadagnare immediatamente uno spazio di manovrabilità politica ed avrebbe una utilità sociale: si potrebbe, infatti, tornare a distinguere quel che si è forzatamente unificato, cioè la sinistra da quel centro che ha dovuto incorporare dentro di sé per allargare i consensi: naturalmente le categorie sinistra e centro non si riferiscono alle organizzazioni di provenienza: c'è spesso molto più sinistra in aree e singoli provenienti dall'area dell'ex dc che in aree e singoli provenienti dall'ex pci. Una struttura libera farebbe in modo che la sinistra (di contenuti, programmi, non di origine) non abbia il centro (idem come sopra) dentro di sé. Sinistra e centro potrebbero stare ognuno per conto suo e avrebbero identità più chiare e comprensibili. Ma, ripeto, è una battaglia in questo momento "persa", una di quelle battaglie che vanno fatte ma "a futura memoria": nel frattempo per un lungo periodo dovremo convivere con questo sistema politico e, fino a quando non accumuleremo le forze per ribaltare la tendenza, le regole ed il terreno di gioco sono determinati dall'avversario.

dieci

In una situazione del genere se l'unionismo è una illusione, non è meno illusoria una risposta tutta centrata sulla costruzione autonoma e antagonista. Andiamo male su entrambe le "ruote". E' l'idea stessa delle "piccole federazioni" (quella del PRC e del PDCI, ma anche quella di Vendola e dei socialisti) che non regge: c'è il rischio che nello sforzo generoso di mantenere in vita una organizzazione politica comunista o comunque di alternativa elettoralmente autonoma, si cancelli la funzione che la sinistra alternativa e i comunisti devono avere.

D'altra parte il partito democratico è, di fatto, una rete di amministratori locali con un dibattito unicamente verticale e un gruppo dirigente centrale poco riconosciuto, senza un progetto di società, senza una organizzazione territoriale, esposto nei livelli di contiguità materiale con la base sociale e, al di là della volontà dei singoli, a fenomeni di trasformismo, trasversalismo e a volte di corruzione.

Sarebbe necessario, invece, un grande partito della sinistra. Per sinistra non intendo - ripetita juvant - il luogo politico di provenienza delle aree culturali, ma la collocazione attuale rispetto agli interessi di classe. In altri termini, per sinistra intendo la posizione politica che ritiene possibile e auspicabile il superamento o una riforma strutturale del capitalismo. La sinistra ha avuto sempre nella sua storia sia la variante riformista (nel '900 i partiti socialdemocratici) che quella rivoluzionaria (i partiti comunisti, almeno nelle intenzioni). Per come sono messe le cose in Italia, entrambe le impostazioni potrebbero convivere per una lunga fase - sicuramente tutta la fase della resistenza - in una unica organizzazione: del resto ciò è avvenuto già in passato, anzi è stata la regola. In questo senso bisogna lavorare, "rimescolando le carte": così come stanno le cose non vanno bene né le piccole federazioni né le ammucchiate senz'anima: superare la frammentazione per affrontare i compiti immediati di resistenza, restituire un'anima e dunque un progetto di società alla sinistra, ricostruire una capacità di narrazione e di comunità che contribuisca alla ricomposizione della classe.

Su questo vorrei impegnarmi e non da solo. Ma credo giusto "espormi" subito e in prima persona, senza reticenze e timidezze. Vorrei mantenere stretti i legami umani, sentimentali, personali con molte compagne e compagni che spero non vivranno questo mio gesto come un abbandono o un tradimento.

Semplicemente non vorrei fare più cose inutili, sebbene inutile sia stata solo la "politica", mentre i rapporti che ho intrecciato in questi 15 anni sono stati al contrario una grande occasione di crescita umana. C'è bisogno ora più che mai di intelligenza e passione. Senza progetto anche l'impegno più generoso è destinato a finire nel cestino della testimonianza, che non è una cosa abominevole, ma serve a poco nelle dinamiche dello scontro di classe.

Ritengo necessario impegnarmi esclusivamente per la costruzione di un grande partito della sinistra, in grado di resistere all'ondata reazionaria. Per questo lascio quella che è stata la mia casa negli ultimi 15 anni, lascio Rifondazione Comunista.{jcomments on}

*http://giosuebove.blogspot.com/

 

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