Intervista a Piero Ignazi: «Manifestare fortifica le identità»
| Vita Politica - Dibattito |
intervista di Federica Fantozzi da unita.it, 17 nov '09 -
Professor Piero Ignazi, sembra emergere un bisogno di protestare, di far sentire la propria voce come valore da coltivare. L’obiettivo è diventato il manifestare in sé?
«È sempre stato così. Come insegna Pitzorno, nella manifestazione coesistono due componenti. Una espressiva, che si realizza nel partecipare, essere presenti, essere parte. E un’altra che si concretizza nello scopo. Nei momenti di maggiore coinvolgimento emotivo prevale l’essere gruppo, ma non mi sembra il caso. È un periodo stanco».
La piazza è uno strumento per rendere più coesa la propria gente? Identitaria o tematica?
«Manifestazioni e mobilitazioni servono per aumentare il tono muscolare e far circolare l’adrenalina all’interno di un’organizzazione o associazione. Veicolano messaggi che fortificano l’identità del gruppo, cementano i membri, chiariscono lo scopo per cui si sta insieme. E sono uno storico, classico strumento di pressione politica».
L’iniziativa in difesa della libertà di stampa, a piazza del Popolo, nasceva dalla forza d’urto di una o più organizzazioni o dalla libera partecipazione delle persone?
«Era promossa dalla Fnsi che l’aveva identificata come manifestazione generale. Poi, certo, il nocciolo era la gente che si riconosceva nel problema complessivo del controllo del premier sui media, un elemento anomalo e pericoloso per la democrazia».
L’evento del 5 dicembre nasce dal tamtam di siti e blog, spazi ultra-radicali per definizione. Qual è il rapporto tra piazza virtuale e piazza reale?
«Non saprei dirlo. Sono ancora poche le manifestazioni nate dal web. Quelle di Grillo avevano un leader chiaro che le incarnava, guidava e rappresentava. Ma anche un fenomeno così particolare se non si struttura resta in aria, nel vago, nella Rete. La manifestazione del 5 dicembre è targata IdV: un partito che usa sì questi strumenti di comunicazione, ma con un’etichetta chiara».
Per avere visibilità non resta che scendere in strada o salire sulle gru?
«È naturale. Non si manifesta per non farlo sapere a nessuno, altrimenti ci si ritrova in un club. E come noto, i media vanno dal padrone che morde il cane... È inevitabile. Ogni iniziativa pubblica deve avere successo, essere partecipata, lasciare il segno, avere un impatto».
E funziona?
«I tre milioni di Cofferati tutti se li ricorderanno per sempre. Come un corteo che non ha solo bloccato un provvedimento (l’abolizione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, ndr) ma ha impresso una direzione».
È un’arma solo della sinistra?
«Si manifesta contro chi governa. Un tempo Moro, Fanfani, Craxi. Oggi il capo dell’esecutivo è Berlusconi. Ma pensi alla manifestazione della destra contro la Finanziaria di Prodi. Fu molto riuscita ed ebbe effetti su alcune componenti del governo che cominciarono a fare calcoli politici diversi. Se fossero stati quattro gatti, non sarebbe accaduto».
Rischi?
«Esistono manifestazioni riuscite che però non lasciano segno. Per esempio il Pd al Circo Massimo, l’anno scorso. C’era molta gente ma nessun impatto. C’è stata un’incapacità della leadership di farla fruttare: un caso eccezionale, di solito eventi così vasti producono effetti».
Parlando di Pd, in vista del 5 dicembre si ripropone una dinamica già vista: corteo convocato da un’altra forza, Democratici che esitano perché non vogliono andare a rimorchio, attendono l’eventuale condivisibilità delle «parole d’ordine», meditano se partecipare a titolo personale... Fisiologia di un grande partito o patologica indecisione?
«È naturale che un grande partito non si accodi a uno piccolo, a meno che si accorga che l’iniziativa è molto sentita dai suoi militanti e quindi ci metta il cappello sopra. Ma serve coerenza: o il Pd ci mette il cappello o dice auguri. Non si va in ordine sparso. Almeno come gruppo dirigente, poi, certo, non si può tenere chiuso col lucchetto chi vuole distinguersi».
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 18 Novembre 2009 13:11)







