Dibattito

Corpi di donna. Quel mistero da controllare e regolamentare

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Vita Politica - Dibattito

Scrive Maria Novella Oppo su l'Unità di oggi, ne "Il peccato è donna" che «Se Porta a porta non fosse chiuso per ferie insieme a tutti gli altri più o meno utili talk show, chissà quante ne sentiremmo sulla pillola Ru486. Ma ad agosto (Vespa mia non ti conosco) ci dobbiamo accontentare dei meri tg, che ci riferiscono con rapide citazioni sulla materia del contendere. Materia che è, come sempre, il corpo delle donne, su cui tutti hanno diritto di decidere perché, essendo l’origine di ogni peccato, per sua natura è destinato a soffrire. E ogni tentativo, come la pillola abortiva, di alleviare questo dolore è da condannare come diabolica scorciatoia. Così, il nostro governo, col suo capo, notoriamente tutto casa e chiesa, pretende limitazioni sull’uso di un farmaco già diffuso in tutta Europa, nel tentativo politico di accattivarsi il Vaticano. Da dove, in effetti, una condanna chiara e semplice dell’ammasso di carne femminile da parte di Berlusconi non è mai venuta. E si capisce anche perché: l’uomo non è un santo, ma il peccato è soprattutto donna.»

Anche Luna De Bartolo su aprileonline.info si domanda «Perché fa così paura la Ru486? In fondo l’aborto è praticabile legalmente  in Italia da ormai più di trent’anni. Per quale motivo, allora, ieri, oggi, abbiamo assistito a violentissime dichiarazioni, attacchi di una ferocia bestiale, quasi scomposti nella loro istintività, contro l’approvazione di un farmaco che, come recita la legge 194, altro non è se non una tecnica «più moderna, più rispettosa dell'integrità fisica e psichica della donna»?
In italia, dicevamo, l’aborto è tollerato – e non uso questa definizione a caso – dal 1978. Ma in trent’anni molte cose sono cambiate. Notoriamente c’è tutto un corpo sociale che è sempre stato avverso alla legge 194, che non l’ha mai digerita. E lentamente ne ha eroso la capacità di applicazione conformandola come un sadico percorso ad ostacoli che si compie su corpi umani. Le nostre madri, che hanno lottato con le ughie e con i denti, parlano di una 194 che ha stracciato il triste velo della clandestinità, raccontano, con quella naturalezza tipica di chi ha conosciuto la quotidianità del dolore, di uteri perforati, infezioni genitali, sterilità. Morte e negazione. Parlano della vergogna, della solitudine, delle umiliazioni, di abusi sessuali subiti in cambio di una prestazione medica. E raccontano dell’orgoglio della conquista, del riconoscimento pubblico di un loro bisogno specifico, prima di allora confinato nel buio e nello squallore.

E le loro figlie? Senza bisogno di sciorinare i dati, notissimi, circa l’incremento continuo degli obiettori di coscienza - spesso di convenienza - che rappresentano oggi la stragrande maggioranza del corpo medico italiano, te lo raccontano loro. Le figlie di quelle donne tornano a parlare dell’antica vergogna. Forse qualcuno ha letto, ricorda le lettere scritte a Corrado Augias e pubblicate da Repubblica. Donne che scrivevano per raccontare le loro esperienze di aborto. C’è quella che è stata sola lasciata per ore su un lettino, in uno sgabuzzino, tra i dolori del travaglio di un aborto terapeutico perché il pio anestesista obiettore non poteva lenirle il dolore. Controllata come una vacca ogni volta da un medico diverso. Donne stremate, trattate come animali, e poi messe in cameroni nei reparti maternità, insieme ad altre donne che allattano i loro figli, tra i bimbi che piangono. E qui si parla di aborti terapeutici, donne che il loro bambino lo volevano. Gli sparuti dottori e dottoresse non obiettori vengono visti come angeli, quando arriva il loro turno. Ma tutto questo non fa scandalo.

L’aborto è nuovamente stato confinato nella clandestinità, seppur istituzionalizzata. Nella clandestinità culturale. Abortire è moralmente sbagliato. La donna che abortisce è un’ ignorante, non è colpa sua, la donna che abortisce è un’irresponsabile che lo fa con leggerezza, come andare a prendere un caffè, come prendere la pillola anticoncezionale, la donna che abortisce è egoista, la donna che abortisce viene forse compatita se lo fa a seguito di uno stupro.Tutti hanno qualcosa da dire quando si parla di una donna che decide volontariamente di interrompere una gravidanza. La donna che vuole abortire deve essere tutelata, consigliata, protetta, aiutata, dissuasa. La donna è debole, deve essere aiutata a gestire il prorpio corpo.

La donna, che abita quel corpo capace di donare la vita, quel corpo che crea anche la morte. Molto più di quanto comunemente si pensi, spesso prima ancora che la donna si renda conto di essere gravida. L’alterazione cromosomica, il non corretto sviluppo del prodotto del concepimento è la causa più frequente di abortività spontanea nei primi due trimestri. Il 15% degli embrioni impiantati si perde. Ma ripeto, sono stime per difetto, dato che gli aborti spontanei nelle prime settimane possono dissolversi similmente ad una mestruazione, senza un’amenorrea precedente.

Il corpo delle donne è capace quindi di decidere se un embrione non diventerà un bambino. Perché la persona che abita quel corpo non dovrebbe essere in grado di decidere responsabilmente se vorrà continuare a contribuire allo sviluppo di un embrione? La maternità non si esplica unicamente nel parto. Quel corpo di donna che conosce la vita ed in virtù di questo conosce anche la morte. Quel corpo che non è un’incubatrice, quel corpo che ha un cervello, dei sentimenti, che se è stato creato, si è creato, è evoluto in quel modo è perché contiene in sé la capacità di discernimento. Quel corpo di donna,di individuo sessuato, di individuo responsabile. La cultura della morte è la negazione del corpo femminile.

Dicevamo, la Ru486 fa paura. Fa paura perché va nella direzione della appropriazione, finalmente in sicurezza, dell’aborto volontario da parte delle donne. Azzera la tutela del corpo femminile. La Ru486 dona una grande responsabilità alle donne. Sono loro, ad occhi aperti, ad ingerire la pillola. Sono loro ad espellere l’embrione in coscienza, a sentirlo abbandonare il proprio corpo. Ed è schifosamente misogino, vile, credere che una donna decida di non essere madre perché è più semplice il procedimento che permetta di interrompere una gravidanza. Rispettare la maternità vuol dire rispettare la donna. La maternità non si riduce all’essere gravide, ripeto, le donne non sono incubatrici. La maternità è prima di tutto una scelta di amore, non può e non deve essere subita. E le donne sono capaci di amare.»

Come non essere d'accordo con Maria Novella e con Luna? {jcomments on}

Ultimo aggiornamento (Giovedì 06 Agosto 2009 12:58)

 
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