Ipotesi di "nuova storia" della sinistra
| Vita Politica - Dibattito |
20 set 2010 - La maggioranza governativa di centrodestra è in crisi, ma l'opposizione non è riuscita ancora a definire una strategia credibile e convincente. Ci si era illusi, prima dell'estate, che il quadro politico potesse schiarirsi, anche con una precipitazione della crisi e l'inevitabile ricorso a elezioni anticipate. Così, almeno per ora, non è. Gli interrogativi permangono, assillanti. Risposte chiare sia nel centrodestra sia nel centrosinistra non si intravvedono. Si continua a litigare e intanto il Paese è prigioniero dei "poteri forti", che sempre meno mediano con un sistema politico ridotto ai minimi termini, debole e incapace.
L'unica cosa che pare assodata è che il ciclo berlusconiano va chiudendosi ma non si capisce come e quando, e soprattutto non è certa quale sarà l'alternativa, anche se molti commentatori politici ritengono probabile che l'alternativa al berlusconismo potrebbe essere un nuovo centrodestra, rispettoso delle regole e autorevole in Europa e nel mondo. Effettivamente, Confindustria, oligarchie finanziarie, Vaticano, grandi mezzi d'informazione, stanno lavorando per questa soluzione, magari inglobando nell'operazione il centro moderato, oggi fuori dalla maggioranza parlamentare.
L'altra dato che appare certo è la condizione sociale drammatica che vive l'Italia. La crisi economica non è alle nostre spalle e questo governo non ha fatto proprio nulla per cercare di salvaguardare le condizioni dei ceti popolari duramente colpiti dalla crisi. Il mondo del lavoro non intravede da questa stato delle cose nessun futuro. La vicenda di Pomigliano prima, quella di Melfi dopo, l'estendersi della cassa integrazione, i propositi ferocemente neoliberisti di Marchionne e della Confindustria, le profonde divisioni dei sindacati, ci parlano di un generale disorientamento del Paese, sottoposto supinamente alla volontà dei padroni, mentre il governo è rimasto per mesi concentrato sulla sorte della legge sul "processo breve". In altre parole sui processi in corso del Presidente del Consiglio.
Il provocatorio intervento del capo della Fiat al meeting di Rimini non riguarda solo i lavoratori della più grande azienda italiana, ma i lavoratori di tutto il Paese. È stato un discorso arrogante, da vero padrone, a dimostrazione che la lotta di classe non è roba dei secoli scorsi; questa è una favola alla quale neppure i bambini più credono. Ma la sfida classista di Marchionne richiederebbe la elaborazione di una nuova politica capace di riqualificare e rilanciare il welfare e un movimento sindacale unito in Italia e in Europa; ma soprattutto una sinistra che esca dall'angolo della contestazione protestataria, senza cadere nella rete del Pd, proteso a tessere politiche sociali più temperate, ma comunque di chiara impronta liberista. Uscire, insomma, da quel falso dilemma: neoliberismo o uscita dalla crisi con una radicale svolta a sinistra (in altri tempi si sarebbe parlato di "rottura rivoluzionaria")? Bisogna dunque bandire dal dibattito a sinistra l'ideologismo che porta alla conclusione che non vi siano margini di riformismo.
Le due opzioni, quella moderata e quella massimalista, hanno condotto la sinistra italiana all'impotenza, al pericolo del suo dissolvimento. La lotta di classe non solo non è superata, ma si sta sviluppando a livelli sempre più acuti, soprattutto grazie all'azione e alle lotte della Cgil. Sarebbe da stolti negarla ma pure pensare che il conflitto sociale possa oggi svolgersi come in passato. Occorre una riflessione vera in merito, un confronto politico e teorico reale, che coinvolga centinaia di migliaia di militanti. Ma chi affronta questi temi? Il Pd, che Bersani voleva qualificare come partito del lavoro? E nel corso dello scontro di classe in atto a Pomigliano e a Melfi dove era il Pd? Con la Fiom o con la Fiat? E ha forse elaborato una sua autonoma posizione diversa dalla Cisl, la quale ha deciso dei mettere in discussione la sua tradizionale linea di autonomia dal governo? Semplicemente, il Pd ha arrancato, come del resto la Uil.
La gravità della crisi economica, le divisioni sindacali, il basso profilo del Pd, l'inconsistenza politica della sinistra, hanno costretto la Cgil a stare ancor di più sulla difensiva e a dover misurarsi in modo problematico con la Fiom, rinnovando così una poca opportuna dialettica interna che viene da lontano. La Cgil ha bisogno di una sponda politica, ma questa purtroppo non c'è. Da qui la sua graduale ma inevitabile politicizzazione, per riempire un vuoto lasciato dal Pd e che né Fds né Sel sono in grado, neppure in parte, di colmare. Il Pd, nel fare i conti con la realtà politica in evoluzione, dovrà quindi giocoforza, da qui al prossimo futuro, guardare non solo alla sua destra, valutando se le forze di centro saranno più consistenti, magari per esorcizzarle, come vorrebbe Veltroni, o per evocarle, come invece suggerisce D'Alema; dovrà pertanto necessariamente guardare anche alla sua sinistra, e non solo in direzione di Vendola, ma anche e soprattutto verso la Cgil, per il ruolo politico che sta assumendo.
Se il Pd intende costruire una alleanza democratica politico-programmatica (la si chiami ognuno come vuole, non è questo il punto politico rilevante) per uscire non solo dal berlusconismo, ma anche dal centrodestra, non può eludere la questione Cgil: sarà costretto a ricercare con il maggior sindacato italiano una intesa, almeno su due o tre punti programmatici, in materia di stato sociale e mondo del lavoro. Per queste ragioni mi pare suicida la linea del Prc, che sta pesantemente condizionando l'azione della Fds. Una linea che può essere sintetizzata nel "tirare a campare", per "salvare la pelle" di un residuale ceto politico.
L'obiettivo, più o meno dichiarato, è un raccogliticcio risultato del 2%, da conseguire magari attraverso una bicicletta elettorale con ciò che resta delle Liste del Sole che ride ed eventualmente con altri minuscoli soggetti della sinistra minoritaria e residuale e con questa "aggregazione elettorale" partecipare, senza nessuna ambizione politica, come "comparsa generica", alla coalizione democratica con il proposito di non "disturbare il manovratore", cioè Bersani. Dall'insieme delle balle e delle menzogne scritte da "Il Corriere della Sera" emerge però questa indiscutibile verità politica. E anche se la "ciambella dovesse riuscire con il buco" – e non è per nulla scontato che ciò accada – il destino della Fds sarebbe irrimediabilmente segnato: una forza marginale priva di prospettiva.
Non è perciò in discussione l'alleanza democratica con il Pd e le altre forze di centrosinistra. È in discussione quale idea si ha della sinistra politica per i prossimi anni affinché torni a contare e a svolgere un ruolo da protagonista nella società. Mi pare invece che la linea prevalente nel Prc sia quella di non andare oltre a ritagliarsi una nicchietta, vivacchiando sulle debolezze del Pd. Ciò che è in discussione quindi è se si intende effettivamente lavorare sull'obiettibo strategicio di costruire un forte soggetto politico di sinistra anticapitalista, autonomo dal Pd. È questa una questione vitale. La critica va rovesciata: sono i fautori dell'accordicchio con Bersani che hanno messo a rischio l'autonomia del Prc e della Fds e non chi si è espresso per Vendola alle primarie.
Con il formarsi in questi giorni di una opposizione ampia nel Pd che fa capo all'asse Veltroni-Fioroni, le primarie con molta probabilità prima o poi si faranno e saranno primarie vere e incerte. L'offensiva di Veltroni ha inferto alla leadership di Bersani un durissimo colpo, rendendo non scontata la sua candidatura. Una situazione, dunque, complessa, non solo perché non è chiaro come evolverà il quadro politico nel centrodestra e la strategia che assumerà il centro moderato, ma anche perché la sinistra, dopo le dure sconfitte degli ultimi anni, è tornata a muoversi, nonostante la drammatica staticità del Prc.
Il ruolo che a fatica sta assumendo la Cgil e la candidatura alle primarie di Vendola sono, insieme all'acuirsi del conflitto di classe, i fattori che caratterizzano la situazione a sinistra oggi. Mi è chiara la contraddittorietà della candidatura del Governatore della Puglia, l'ambivalenza della sua scesa in campo. Le sue "fabbriche" non sono espressione di un progetto politico teso a ricostruire e a rilanciare la sinistra. Più semplicemente sono dei comitati elettorali; sono lo strumento di una deriva leaderistica e populista, sia pur di sinistra, di Vendola. Ma con la sua candidatura Vendola non solo lancia una sfida al Pd, ma rimette in movimento " il popolo di sinistra". Senz'altro, egli si muove nell'ambito di uno schema rigidamente bipolare e maggioritaria, ma non per questo la sua iniziativa è meno dirompente. Sposta oggettivamente a sinistra il confronto politico sulla formazione della coalizione democratica. Vendola consente al Pd di estendere a sinistra la sua influenza ma nel contempo si frappone tra questo e il centro moderato di Casini e Rutelli e chissà di Fini. Insomma, Vendola "spariglia il gioco" a prescindere dell'esito conclusivo della sua discesa in campo.
Meno appariscente ma più di sostanza è invece il processo di politicizzazione in atto nella Cgil. Un processo che occorre sostenere e favorire. Ecco perché occorrerebbe un'offensiva forte e unitaria a sinistra, che non prescinda dalla candidatura di Vendola. Una offensiva per dare a tutta la Cgil, nel suo complesso, una sponda. Sia Fds sia Sel dovrebbero investire le loro forze ed energie in questa direzione. Vendola rimette in movimento la sinistra ma è la Cgil, con la sua forza e autorevolezza, nonostante i suoi limiti, ritardi e contraddizioni, che può dare solidità e concretezza a una sinistra che ha ripreso a camminare e a indirizzarla non solo a sostenere lo scontro di classe in corso, ma a rappresentarlo in termini politici, per spostare avanti i rapporti di forza, per rilanciare un processo di trasformazione della società.
La manifestazione promossa dalla Fiom il 16 ottobre e l'Assemblea del prossimo autunno dei firmatari dell'appello "Uniti a sinistra", proposta da alcuni circoli di Roma del Prc, sono due appuntamenti che possono dare uno scossone affinché maturi a sinistra una diversa prospettiva, per scrivere una "nuova storia". I due appuntamenti sono molto diversi ma anche complementari. Infatti, la mobilitazione per tenere alto il conflitto sociale ha bisogno di una sinistra politica e questa può sperare di riorganizzarsi, di voltare pagina, se prende appunto corpo un progetto credibile. Trarre dalle lotte quindi i giusti impulsi per la rinascita della sinistra.
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Ultimo aggiornamento (Giovedì 23 Settembre 2010 18:25)






