La crisi del Pd
| Vita Politica - Dibattito |
Tommaso Merlo, da paneacqua.eu 21 settembre 2010 - Il ricambio generazione dei vertici del partito è il passaggio politico senza il quale il Pd perirà. E non lo dicono solo i sondaggi e i tre segretari che si sono succeduti senza che cambiasse nulla, lo dice la logica. Gli indici di gradimento condannano il Pd ad un misero 26%, nulla di sorprendente, i segnali di malcontento hanno superato la base per arrivare sulla bocca di leader emergenti come Renzi fautore della rottamazione della vecchia classe dirigente. Affermazione criticata dall'establishment pidiano come volgare e fuori luogo. leggi tutto
Eppure, piu' il tempo passa e le strategie del partito si rivelano inutili, piu' appare ovvio che il problema che affligge il Pd e' proprio quello: il ricambio drastico della sua classe dirigente.
Circostanza, in realta', ammessa anche da Bersani che si e' posto l'obiettivo di lasciare il partito ai "nativi" del Pd ma che nei fatti e' stata affrontata con superficialita'. Nessuno dei vecchi dirigenti si e' fatto da parte, anzi, continuano imperterriti come nulla fosse anche con beghe personali figlie del secolo scorso. Come se la questione possa essere appianata con la nomina di qualche quarantenne in periferia o la promozione di qualche portaborse. Ricambio vuol dire uomini nuovi e ai vertici.
Per mesi il partito ha sostenuto e continua a sostenere che il problema del Pd sia di comunicazione: che ci vuole un messaggio chiaro, poche parole chiave, campagne porta a porta, unita' di facciata e parlare dei problemi della gente in televisione e di alleanze nei salotti. Ma poi si scopre che i sondaggi calano, e che il Pd non rasppresenta una seria alternativa al disfacimento berluscniano. E allora si ricomincia a parlare di primarie, di uomini nuovi esterni all'apparato, alle lobby, ai network che ruotano intorno ai baroni.
Piccole scosse di assestamento, poi si ricade nell'inconcludenza burocratica e nell'indifferente staticita' fino al prossimo sondaggio, fino al prossimo appuntamento elettorale. Quello che i dirigenti non vogliono ammettere, forse per egoismo o forse per miopia, e' che l'origine di tutti i problemi del Pd sono proprio loro. Il ricambio generazione dei vertici del partito e' il passaggio politico senza il quale il Pd perira'. E non lo dicono solo i sondaggi e i tre segretari che si sono succeduti senza che cambiasse nulla, lo dice la logica.
Quando una societa' cambia radicalmente devono cambiare anche i suoi delegati politici che per essere realmente rappresentativi devono essere espressione e frutto di quella nuova societa' e cultura. La classe dirigente del Pd proviene da una realta' sociale e politica che non esiste piu' ma invece di farsi da parte ha inventato nuovi contenitori in cui proseguire la carriera. Da una parte la dinamicita' di un nuovo paradigma tutto da decifrare, dall'altra statici blocchi di potere, nel mezzo il vuoto.
I dirigenti del Pd, con alle spalle decenni di militanza ideologica, hanno ritenuto che bastasse cambiare il contenitore e qualche slogan senza mettere in discussione se stessi, senza capire o senza voler capire che anche per colpa di un individualismo inarrestabile, sono gli uomini, la loro storia e cultura, l'elemento chiave che da un'anima ad un partito e che determina il suo rapporto col popolo, e non piu' un astratto apparato o qualche organismo collegiale come in passato.
E non c'e' campagna di marketing o propaganda che possa sopperire all'incomunicabilita' culturale tra classe dirigente e popolo. E non c'e' nessun rimedio duraturo all'assenza di rappresentativita', senza quella un partito e la sua classe dirigente non hanno senso di esistere e stanno a galla solo grazie ad una sempre piu' vaga appartenza ad un'area politica astratta. Troppo poco per costruire proposte politiche in grado di fare la storia e non solo di osservarla in cagnesco.
Il Pd e' ancora in crisi, dunque, e il rischio e' che questi dirigenti decidano di portarsi il Pd nella tomba, di dividersi e poi ricomparire sotto nuove sigle. Questo rischio va scongiurato facendo in modo che il destino dei vecchi dirigenti si divida da quello del partito. Alla fine, quel malcontento rabbioso che agita la base del Pd fino ad arrivare ai giovani leader, e' la prova che il Pd ha un popolo vivo. E quel popolo aspetta solo di potersi esprimere libero dal passato.{jcomments on}
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Ultimo aggiornamento (Mercoledì 22 Settembre 2010 17:18)






