«No al voto ora! C'è rischio autoritario»
| Vita Politica - Dibattito |
Due interviste da unita.it del 6 ago 2010 - A Anna Finocchiaro: «Un patto per la Repubblica» di Concita De Gregorio e a Enrico Rossi presidente della Giunta Regionale Toscana di Vladimiro Frulletti.
Finocchiaro: «Un patto per la Repubblica»
di Concita De Gregorio
Lo stallo. La palude. Anna Finocchiaro vede il rischio di un pantano politico da cui più passa il tempo più sarà difficile uscire, più passa il tempo più grande sarà il senso di scoramento dei cittadini esausti. Da qui parte la rotta che prova a tracciare, e che tocca tutti i nodi sul tappeto. Il voto e il governo tecnico, le alleanze, Fini e Nichi Vendola, il Terzo polo, la sinistra, le primarie. La disillusione degli elettori, prima di tutto.
«Cominciamo da questo. Sento forte il pericolo che anche nel nostro popolo si diffonda lo smarrimento. Vorrei dire con molta chiarezza: non siamo nelle condizioni di nutrire scoramento né smarrimento. Siamo a una svolta che porta buone notizie. Si chiude oggi, più rapidamente del previsto, una fase della vita politica segnata da un attacco senza precedenti alle forme del vivere democratico. Illegalità, furberie, pratiche illecite come sistema: è questo che entra in crisi. Immondizia da spazzare via».
Con il voto? Il Pd è pronto al voto o lo teme?
«Un partito è pronto alle elezioni per definizione. Abbiamo un segretario eletto da poco con milioni di voti, 320 fra deputati e senatori, migliaia e migliaia di quadri e amministratori. Un popolo che è pronto a mobilitarsi solo che lo si chiami. Sul terreno delle alleanze abbiamo una crisi di abbondanza: siamo il secondo partito del paese, il primo di opposizione. Poi, aggiungo però: vogliamo andare a votare con una legge elettorale che priva i cittadini della possibilità di scegliere gli eletti? Io dico di no. Fare una nuova legge elettorale è una responsabilità da assumersi di fronte al Paese, non una scusa per evitare il voto».
Dunque serve un governo di servizio che faccia la riforma elettorale, lei dice.
«Sarebbe opportuno, sì, ma non è questione che stia nelle nostre mani. La scelta è nelle mani del presidente della Repubblica, sempre che si verifichino alcune condizioni. Per prima cosa Berlusconi si deve dimettere. Il premier agirà come ha sempre fatto: per il suo interesse. Gli conviene avere un parlamento fatto di signorsì, la democrazia non lo interessa, direi che sovente lo infastidisce. Se dovesse temere un logoramento, visto lo stato, potrebbe rimettere il mandato. A quel punto toccherà al presidente della Repubblica agire con il senso di responsabilità che ha esercitato in questi anni. Certo una delle questioni centrali per sbloccare la perdita di rappresentanza nel rapporto fra elettori ed eletti è proprio la legge elettorale. Se si dovesse andare ad un 'governo del presidente', io preferisco chiamarlo così, l'opposizione dovrà decidere se sostenerlo».
Crede davvero che la Lega voglia una nuova legge elettorale? Sono molti coloro ai quali conviene tenere questa.
«Non all'Italia. La Lega vuole un sistema dove i cittadini chiedano conto direttamente agli amministratori. Questo deve valere oltre che a livello locale anche sul piano nazionale, se c'è coerenza. Bossi pure farà quello che gli conviene. Vuole ottenere il federalismo fiscale, ha sopportato nell'attesa l'oltraggio di sostenere il governo degli affari di quella che chiamava la Roma ladrona. Anche i suoi elettori posso perdere la pazienza».
Torniamo al governo del presidente. Si parla di Tremonti. Non crede che se il Pd lo appoggiasse potrebbe alienarsi una quota del suo elettorato?
«La discussione sui nomi è surreale. L'incarico lo dà il presidente della Repubblica. Un governo tecnico ha un mandato circoscritto: non deve governare, deve fare una cosa. Sarebbe difficile anche per me dal punto di vista simbolico e politico accettare un eventuale governo che non segni discontinuità col passato, ma bisognerebbe per una volta non pensare alle convenienze di partito: dovremmo pensare a quel che serve per voltare pagina. Misurerei le scelte non sulla cabala dei nomi ma sulle esigenze dell'Italia».
Quale legge elettorale, eventualmente? Lei crede che la Triplice, l'alleanza tra Fini Casini e Rutelli, segni la fine del bipolarismo?
«Lo si vedrà col tempo. E', questo, un centro dove Casini sta nel solco della tradizione, Rutelli si approssima all'Udc. Fini è piuttosto l'uomo di quella destra liberale che l'Italia non aveva. Prima di pensare al numero di poli chiederei piuttosto, subito, un'alleanza per la Repubblica. Chiamiamo forte all'appello tutti coloro che sono fedeli ai principi della Costituzione. Prendiamo noi l'iniziativa. Sulla libertà di stampa, sul diritto di sciopero, sulla difesa delle istituzioni e della magistratura: abbiamo scherzato? Se è questo che vogliamo difendere allora vediamo chi è disposto a dire: chiunque vinca questi principi non si toccano».
Potrebbe essere un elenco che va da Fini a Beppe Grillo. Anche Grillo sostiene la necessità di un governo tecnico, ha sentito.
«C'è molta confusione sotto il sole. Proviamo a vedere chi è davvero pronto a sottoscrivere un patto per la Repubblica. Fini sono convinta che lo farebbe, Di Pietro se smette gli abiti del caudillo che attacca il Capo dello stato, Vendola certamente, e i movimenti».
Vendola si è candidato alle primarie. El País oggi scrive che è l'unico in grado di sconfiggere Berlusconi. Anche lei come D'Alema non lo voterebbe?
«Le primarie si fanno se si fa una coalizione. Se si decide, sulla base di un programma, di fare un'alleanza che si presenti al voto allora si parla di primarie. Altrimenti, di nuovo, è un dibattito surreale. Non siamo a questo. Siamo al punto in cui chi davvero sente il dovere di evitare che Berlusconi torni a governare deve trovare la via efficace per ottenerlo. Il resto è demagogia, un danno che alimentando chiacchiere ci facciamo da soli. Cerchiamo piuttosto di sottrarci al rischio che la difesa dei principi democratici diventi una clausola di stile. Contiamoci su questo: chi sta dalla parte delle regole che servono al Paese. Cominciamo a farlo subito, nei dibattiti in tutta Italia, nelle feste dell'Unità, in ogni luogo».
C'è anche il tema del rinnovamento della classe dirigente, molto sentito dagli elettori.
«Certo, e c'è prima ancora il tema delle prospettive che vogliamo dare ai giovani di questo paese, che siano dirigenti o non lo siano. Per rinnovare non basta mettere cinque quarantenni in lista. Bisogna fare leggi che favoriscano l'accesso al lavoro e alla vita attiva dei ragazzi. Il primo punto del programma sia questo».
06 agosto 2010
Enrico Rossi: «No al voto ora C'è rischio autoritario»
di Vladimiro Frulletti
Soddisfatto nel vedere che la fortezza berlusconiana sta crollando. Ma anche preoccupato. Perché per il presidente della Toscana, Enrico Rossi, questa crisi politica e istituzionale sommata alla crisi economica potrebbe sfociare in una deriva autoritaria e reazionaria.
Berlusconi ce la farà ad arrivare al 2013?
«C'è da provare soddisfazione nel vedere come che questa compagine di governo che appariva una fortezza indistruttibile, in grado di superare ogni avversità, si stia inclinando e stia implodendo».
Merito di Fini?
«Io ci vedo gli effetti della questione morale che ogni giorno assume contenuti più forti e poi, certo, c'è anche una leadership autoritaria alla quale non tutti sono stati più disposti a soggiacere a tutti i costi».
Si deve andare a votare subito?
«Mi pare che la situazione sia densa di pericoli per la democrazia. C'è un intreccio molto stretto tra la questione democratica e la questione economica e sociale».
Che cosa teme?
«Che le elezioni subito possano diventare la grande occasione per una svolta autoritaria nel Paese».
In che modo?
«Questa legge elettorale consente a Berlusconi di fare liste totalmente asservite a lui. E se insieme a Bossi ottiene la maggioranza assoluta del Parlamento pur con solo il 40% dei voti, cosa possibile, allora potrebbe diventare il nuovo Presidente della Repubblica. Così la svolta autoritaria si completerebbe. Anche perché la crisi economica e questa manovra del governo stanno portando il Paese in una condizione di forte tensione sociale, di difficoltà estrema in cui una leadership autoritaria potrebbero apparire la soluzione».
No alle elezioni, sì al governo tecnico?
«Sì a un esecutivo di transizione come ha proposto da Bersani».
Per fare cosa?
«Per fare la riforma elettorale dando ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti impedendo così a Berlusconi di fare liste di soli asserviti. E poi fare una manovra equa che tuteli i più deboli i cui diritti, dal lavoro al salario, allo stato sociale, sono colpiti dai tagli del governo».
Una soluzione del genere è davvero possibile?
«La proposta di Bersani ha una sua forza. È una soluzione ponte verso elezioni, deve stare in campo, altrimenti c'è il rischio di avventure».
E con chi si fa?
«Con chi crede che il Paese ha bisogno di una manovra più equa e che a cuore le istituzioni repubblicane e la democrazia parlamentare. E soprattutto col Paese».
Cosa intende?
«Che per difendere la nostra democrazia serve una vera mobilitazione popolare, tra i lavoratori e tra chi il lavoro l'ha perso. Tra le aziende e le imprese che soffrono la stretta creditizia. È un lavoro che deve fare il Pd propagandando soluzioni alternative a una manovra che impoverisce il Paese. Dobbiamo proporre che ci sia più equità, che sia veramente combattuta la piaga dell'evasione fiscale, che ci sia un piano per dare un futuro ai giovani e sostegni a chi fa impresa».
Si dice che a Bersani andrebbe bene anche Tremonti presidente del consiglio, l'importante è evitare le elezioni anticipate?
«Per lui Berlusconi è solidissimo, non vedo come possa fare il premier di un governo di transizione. Anche perché oltre alla legge elettorale c'è da cambiare la manovra che ha fatto lui».
I finiani sul caso Caliendo hanno già trovato un'intesa con l'Udc e Rutelli per l'astensione sulla richiesta di dimissioni avanzata da Pd e Idv. Alla fine non succederà che saranno i centristi a allontanarsi dall'opposizione di centrosinistra?
«Ora i fatti dicono che in Parlamento la maggioranza berlusconiana si è ristretta. Non è un fatto da sottovalutare anche perché pure la Lega non è così compatta su questi temi della legalità ci sono evidenti contraddizioni tra i leghisti».
Bossi vuole portare a casa il federalismo.
«Fin qui il federalismo, al di là delle vuote parole, è stato tagli su regioni e enti locali che si tradurranno in tagli nei servizi per i cittadini. Per me invece federalismo è ad esempio che le Regioni possano partecipare alla lotta contro l'evasione fiscale, trattenendo in cambio una quota di quanto recuperato».
Chiamparino a l'Unità ha detto che il Pd non è pronto né per il voto né per il governo di transizione. Lei che ne pensa?
«Che dobbiamo radicarci, diventare un vero partito popolare che sta nel mondo del lavoro, impegnato quotidianamente nella battaglia per l'emancipazione e l'inclusone sociale. Per questo servono tempi lunghi. Però la proposta politica del governo di transizione c'è e abbiamo gli uomini competenti per gestire una situazione critica come questa. Ne abbiamo più di quanti possa vantarne il centrodestra che da 90 giorni non è in grado di esprimere il ministro dell'industria».
Anche nel centrosinistra c'è chi chiede elezioni subito.
«Non vorrei che qualcuno pensasse solo alla possibilità di racimolare qualche voto in più, magari a scapito del Pd».
Ce l'ha con Di Pietro e Vendola?
«No, ma vorrei da parte di tutti e una maggior e disponibilità di farsi carico delle questioni nazionali».
Se si vota chi dovrà candidare il centrosinistra?
«Le discussioni sulla leadership le trovo stucchevoli e pericolose, anche perché sono indotte dall'esterno. Questa rincorsa sui nomi è sbagliata: si dà l'idea al nostro popolo che siamo più interessati alle poltrone che ai problemi delle persone».
Ma un candidato prima o poi dovrete pur sceglierlo.
«Quando ci saranno le primarie ci confronteremo».
Vendola si è già candidato.
«Ognuno può autocandidarsi. Come Pd però dobbiamo esigere più rispetto verso di noi e dobbiamo avere più rispetto per noi stessi. Dei nostri processi democratici. Abbiamo fatto i congressi e poi le primarie con milioni di persone che si sono pronunciate su un nome e una linea. Noi il candidato l'abbiamo già».
Bersani?
«Certo, almeno finché qualcuno non rimetterà in discussione lo statuto. Non c'è partito se non c'è rispetto per il nostro stesso lavoro. Non saremmo capiti dal nostro popolo che s'è messo in fila, ha pagato i suoi euro e ha votato».
E Vendola?
«I cittadini pugliesi l'hanno eletto per fare il Presidente della Puglia».{jcomments on}
04 agosto 2010
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Ultimo aggiornamento (Sabato 07 Agosto 2010 10:27)







